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mercoledì 25 novembre 2020
 
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Capovilla: "Il Concilio nacque così"

20/04/2014  "Dopo soli due giorni dall'elezione", dice il cardinale, "il Papa mi confidò l'intenzione di convocare il Concilio"

il cardinale Loris Capovilla.
il cardinale Loris Capovilla.

"Tutti lo definiscono il Papa buono e il Papa del sorriso. Ma si sbaglia a dire così. Seppur veritiere, queste definizioni diventano affrettate semplificazioni". Gli stereotipi su papa Giovanni non sono mai piaciuti al cardinale Loris Capovilla, tantomeno oggi che Angelo Roncalli è san papa Giovanni XXIII. Nessuno lo conobbe come “don Loris”, il quale lo servì come segretario per dieci lunghi anni, prima a Venezia, quando diventò patriarca, poi a Roma, da Papa. Oggi, ne tratteggia la figura con la consapevolezza che tale vicinanza è stata per lui non solo privilegio, ma vera grazia.

E riparte proprio dal “Papa buono” chiosando: "Casomai si dica Papa della bontà, se per questa, però, intendiamo gentilezza, attenzione e accoglienza. Lui soleva dire, citando il Pontificale romano, che un vescovo dev’essere benevolus et hospitalis, cioè uno che ti guarda con simpatia e ti spalanca la porta anche se non sei un credente".

Allude all’incessante ricerca del dialogo con tutti, specie i più lontani, i cosiddetti “nemici” della Chiesa?
"Sì. Per lui non c’erano “i nostri” e “gli altri”. Esisteva l’uomo e basta, da incontrare e da amare".

Negli anni in cui papa Giovanni XXIII teorizzava tali aperture e scriveva la Pacem in terris c’era la Guerra fredda. Non si capì subito la profezia di quell’enciclica...
"Il fatto che le racconto le farà capire la grandezza di questo testo e la sua universalità: poco tempo fa il ministero dell’Istruzione di Tokyo ha chiesto a un mio amico gesuita, mandato in Giappone da papa Bergoglio, di preparare degli schemi esplicativi della Pacem in terris da consegnare a tutti gli studenti liceali del Giappone. Laggiù, infatti, non lo considerano un testo della Chiesa cattolica, ma appartenente all’intera umanità. In calce sta la firma di papa Giovanni, ma potremmo sostituirla con un semplice: Jesus. Dentro c’è tutto: la Sacra Scrittura, i concili, i grandi pensatori cristiani; la sua intelaiatura è quanto di più grande si sia prodotto nel corso dei secoli su questo tema".

Qualcuno definì il Papa “un ingenuo ottimista”...
"La santità di un uomo consiste nella professione delle tre virtù teologali: fede, speranza e carità. La prima mi richiama a Dio; la seconda mi fa capire che non sei tu che determini i tuoi destini, ma sei solo un lavoratore nel grande cantiere della vita; la terza è l’amore. Papa Giovanni non era, allora, un ostinato ottimista, bensì un cristiano, un ricercatore della “piccola speranza”, come diceva Charles Péguy. La più piccina delle virtù, ma quella che trascina le due sorelle maggiori. E con loro si può affrontare qualsiasi bufera. Era questo il pensiero del Papa. A un grande intellettuale italiano, credente, che lo rimproverava apertamente di eccessivo ottimismo lui rispose: “Abbiamo dimenticato la Provvidenza e le parole di san Paolo: ora vediamo come in uno specchio curvo, le immagini tutte alterate, ma verrà un giorno in cui vedremo come siamo veduti, e avremo la pienezza della luce”. Camminare nella speranza fa parte del nostro Dna. Che testimonianza diamo di ciò? Forse, dobbiamo fare un grosso esame di coscienza».

Molti ritenevano che papa Roncalli sarebbe stato un Pontefice di transizione. Mai giudizio più sbagliato…
"Quando un ecclesiastico usò quest’espressione per definire il pontificato di papa Roncalli, gli risposi: “Scusi, forse lei rimane qui in eterno? Pure lei è di transizione”. Negli Usa un presidente resta in carica quattro anni; se gli va bene otto. Barack Obama avrà poco più di 50 anni quando lascerà. Non è il tempo che conta, ma la seminagione. Anche quando Roncalli venne mandato a Venezia come patriarca, all’età di 72 anni, qualcuno lo criticò per l’età avanzata. E questa cosa mi ferì. Pensavo già allora, pur non potendo immaginare che un giorno sarebbe diventato Papa, che quest’uomo avrebbe avuto una grande missione da compiere".

Quella di rinnovare la Chiesa attraverso il Concilio. Ricorda quando il Papa la fece partecipe per la prima volta di questo suo progetto?
"Il primo accenno nelle sue Note pastorali è del 2 novembre 1958, quand’era Papa da soli cinque giorni. Ma a me lo confidò qualche giorno prima, dopo soli due giorni dalla sua elezione".

E la sua reazione quale fu?
"Rimasi in silenzio. Anche le due volte successive quando me ne riparlò, non dissi nulla. Sotto Natale mi chiese conto del mio mutismo, interpretandolo come scetticismo. Ricordo bene il suo schietto commento: “Hai la mentalità di un membro di un consiglio d’amministrazione. Hai pensato che sono troppo vecchio per mettermi in un’avventura che non potrò finire, vero? Dimentichi che le cose si fanno per obbedire a Dio”. Sapeva che il Signore ispira le più grandi imprese. Giovanni XXIII non era un temerario, era un uomo di fede. Senza il Vaticano II, per esempio, non avremmo avuto un Papa polacco, uno tedesco e adesso uno argentino. Le porte non furono spalancate all’avventura, ma all’ascolto e al futuro della Chiesa".

Si accomuna papa Giovanni a papa Francesco. In cosa assomiglia di più il papa argentino a papa Roncalli?
"Chi vive il Vangelo non può non dire le stesse cose. I due hanno lo stesso modo di comunicare. Chi è umile e consapevole delle gravi malattie spirituali che affliggono l’umanità non punisce, ma abbraccia. Ne è stato capace papa Giovanni e ne è capace ora papa Francesco. Non siamo allo sbando, è una nuova primavera".

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