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domenica 07 giugno 2020
 
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«Ho sofferto perché vicino a me non c'erano famiglie unite»

12/11/2014  La testimonianza di Elisa che si è separata e si è accorta della somiglianza della sua esperienza con quella dei genitori: «Io ho messo in pratica, senza saperlo, quanto conoscevo».

«Il giorno in cui i miei genitori mi hanno detto che non appena l’ultimo figlio fosse andato via avrebbero divorziato, non lo dimenticherò mai. Il dolore fu immenso. Compresi che io e i miei fratelli eravamo stati motivo di un’unione infelice». Elisa, 35 anni, insegnante di Piacenza, ha le lacrime agli occhi. Riaprire questa ferita le costa. È una delle numerose “figlie del divorzio” a cui questo evento ha lasciato tracce profonde di sofferenza, scoperte con la crescita e rese difficili da affrontare senza sostegni adulti. Dalla sua memoria affiorano episodi nitidi: «Non ho mai considerato i miei genitori come marito e moglie. Erano legati solo dall’amore per i figli. Noi, per loro, siamo stati mediazione e falso equilibrio. Non ricordo una serata insieme davanti alla Tv, vacanze prive di litigi, o momenti di tenera complicità».

Credi che questa situazione abbia influenzato la tua crescita?
«Già alle scuole medie raccoglievo lamentele e confidenze sull’una e sull’altro. Non era cattiveria, la loro, ma difficoltà a comunicare il dolore. Nell'’infanzia sono stati meravigliosi, severi e capaci di giocare, ma mai insieme. Da adolescente vedevo una mamma e un papà, non dei genitori. A loro devo ciò che di bello sono. La situazione in casa, però, mi ha dato una falsa percezione di cosa significa costruire una famiglia. Ho vissuto con due persone che singolarmente erano meravigliose ma insieme no. Ho imparato a mediare perché volevo vederli sereni. Ma è stato difficile. Trovi davanti un dolore profondo che non sai gestire».

Sei anni fa ti sei sposata...
«All’epoca avevo molti dubbi. La cosa che oggi mi sembra assurda è che quando pensavo al “per sempre” dicevo al mio ex marito “per sempre è troppo”. E poi avevo una paura profonda: se avessimo avuto figli o mi fosse successo qualcosa non mi sarei mai fidata di lui. Un bravo ragazzo, ma troppo attaccato alla sua famiglia e incapace di gestirsi economicamente. Mi dicevo “forse cambia”, ma il terrore restava. L’ho sposato perché fino a quel momento avevo seguito le “tappe”: scuola, università, lavoro. Mancava il matrimonio. E poi mi sentivo sola, avevo bisogno di qualcuno. Oggi mi sembra folle, ma sentivo la casa come spazio da dividere con una persona: di fatto quello che avevo sperimentato. Lui non chiedeva un impegno totalizzante, dedizione e, in definitiva, neanche amore. Forse io cercavo un coinquilino e lui una casa gratis».

Com’è finito il tuo matrimonio?
«Il mio ex marito mi ha lasciato per un’amica. Mi sono sentita libera. Poi sono sprofondata nel terrore. Lui ha rifiutato la mediazione. Tante le somiglianze con l’esperienza dei miei genitori. Le ho viste dopo, però. Molte delle mie scelte sono state condizionate dal non aver avuto vicino famiglie felici. Io ho messo in pratica, senza saperlo, quanto conoscevo, e oggi mi sembra di aver cercato di dipingere un paesaggio mai visto. Dividevamo spazi e nessun progetto».

E poi come hai reagito?
«Per non prendere coscienza di quanto stavo male mi sono buttata nel lavoro (come mia madre) e lo “tenevo tranquillo” con lussuosi regali, cosa a cui lui era sensibile (come mio padre). Il dolore più grande è venuto dalla consapevolezza di aver fallito come mediatrice. La risalita è arrivata quando ho smesso di tirare calci alla vita per incasellarla nel mio ideale, quando ho alzato la testa al cielo e ho detto “Io non ce la faccio più! Fai tu!”. Oggi penso che non ci si possa sposare come singole unità: è come voler fare una somma senza il segno di addizione».

 
 
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