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Il ricordo
 
Credere

Quando padre Bruno Secondin pregava con Francesco

07/06/2019  Un'intervista con padre Bruno Secondin, pubblicata su Credere l'8 marzo 2015, poco dopo aver guidato gli esercizi spirituali alla Curia romana e papa Francesco in preparazione alla Pasqua: «Siamo partiti da Elia, profeta di frontiera e delle periferie esistenziali, caro a Francesco»

Intervista pubblicata in origine su Credere 10 dell'8 marzo 2015

«Al termine degli esercizi spirituali, caro fratello…»: inizia così la lettera di ringraziamenti che papa Francesco ha consegnato a padre Bruno Secondin iI 27 febbraio 2015 insieme a un lungo e caloroso abbraccio. È la conclusione di una settimana «vissuta in un clima di grande silenzio e serietà», dice il padre carmelitano che ha guidato gli esercizi spirituali della Curia romana ad Ariccia, presso il centro paolino Casa del Divin Maestro.

«Avevo davanti tanti “pezzi grossi”, ma il clima è stato fraterno, mi hanno aiutato molto», confida il predicatore, «il Papa da buon gesuita ha trascorso il suo tempo tra la cappella, la camera e il refettorio». Nessuna passeggiata, nessuna chiacchiera nei corridoi.

Nella residenza dei Paolini. con discrezione. oltre ai prelati si muoveva la gendarmer(a vat(cana. mentre le guardie svizzere si alternavano nel corridoio dove c’era la camera di Francesco. «Pranzi e cena sobri, ma vari e gustosi», aggiunge padre Secondin. «E una volta non è mancata la porchetta», fra le specialità gastronomiche di Ariccia. Francesco, come scrive nella lettera e come gli ha detto in un colloquio personale, ha molto apprezzato il metodo della lectio divina usata dal predicatore, «la scelta di Elia, profeta di frontiera e delle periferie geografiche ed esistenziali», e in particolare la proposta di alcune domande, anche molte dirette e «spregiudicate» alla fine di ogni meditazione, per permettere a ciascuno di fare un cammino personale.

Padre Secondin guarda con gratitudine all’esperienza appena conclusa. Per capire perché il Papa ha chiesto proprio a lui di predicare alla Curia romana. vi raccontiamo chi è padre Bruno; Veneziano, docente di teologia spirituale e storia della spiritualità moderna, il carmelitano fa parte della comunità della Traspontina, la parrocchia che si affaccia su via della Conciliazione, a poche decine di metri da San Pietro. Conosciuta dai pellegrini come chiesa di “appoggio” rispetto alla Basilica – qui si partecipa alla Messa se si “buca” San Pietro, qui si fa tappa in preghiera davanti alla Madonna del Carmine prima di arrivare o ripartendo dal colonnato, qui si rimedia una confessione in extremis – la Traspontina è nota ai romani per la lectio divina “popolare” che, da una ventina di anni, padre Secondin organizza per “leggere-pregare-vivere” la parola di Dio. Da qui, negli anni, sono passati i cardinali Ratzinger, Ravasi, Carlo Maria Martini, il priore di Bose Enzo Bianchi, e altri maestri che hanno proposto il loro stile di approccio alla lettura orante della Parola.

E qui. da quando è iniziato il pontificato di Francesco. sempre più persone si recano per confessarsi: «Abbiano verificato che molti si avvicinano dicendo di aver sentito quella parola di Francesco che li ha toccati», dice padre Bruno. La parrocchia, che conta circa «1200 campanelli da suonare per le benedizioni», ha una popolazione particolarissima, quella che abita tra piazza del Risorgimento, Castel sant’Angelo e il Tevere. A tutti arriva puntualmente la proposta della lectio divina. In cosa consiste? «È l’antica pratica monastica che è stata rielaborata a partire dalla centralità che il Vaticano II ha assegnato alla parola di Dio nella vita del cristiano. Oggi ci rendiamo conto che il popolo di Dio deve avere questa ricchezza di percorsi di iniziazione e di convivenza con la Parola».

Nei giorni scorsi la scuola della lectio si è spostata sui Castelli romani. E padre Bruno ha avuto come platea poco meno di un centinaio tra cardinali e vescovi della Curia romana. Zucchetti rossi, viola e uno bianco. Tutto era cominciato con la “classica” telefonata. «A inizi di dicembre papa Francesco mi chiama e con molta semplicità dice che deve chiedermi un grande favore». La reazione? «Ho chiesto di poterci pensare qualche giorno per un discernimento sereno». Accordato.

A parte l’emozione, la cosa che spaventava di più padre Secondin era la portata dell’impegno da un punto di vista spirituale. «Mi sono chiesto se potevo essere utile alla Chiesa, se ero capace, in “sintonia” con lo Spirito, di donare un input, di accendere una fiammella». Dopo qualche giorno comunica la disponibilità al segretario personale di papa Bergoglio.

Quindi decide su cosa impostare le due meditazioni giornaliere. La scelta cade sulla figura di Elia. «È un personaggio che mi piace, è il profeta in cammino. E poi sono convinto che oggi una delle fatiche nel governo centrale della Chiesa sia la riduzione all’aspetto amministrativo, organizzativo, o giudiziale. Perché non ricordare che anche i vescovi, e il Papa, il governo della Chiesa, sono sotto l’impulso dello Spirito e come tutti i credenti hanno il dono della profezia, cioè la capacità di esplorare nuovi cammini con creatività?».

Elia è il grande rappresentante del profetismo, ha viaggiato tanto e si è esposto per difendere l’Alleanza. «Non parla di frontiere restandosene al chiuso, ma va da est a ovest, dal nord al profondo sud, fino al Sinai. E alla !ne sparisce, oltre il Giordano. L’evangelista Marco sul Tabor mette Elia prima di Mosè», dice il carmelitano, richiamando il Vangelo letto domenica 1 marzo, subito dopo la conclusione degli esercizi. Il percorso spirituale è infatti stato pensato come un cammino organico, tra le letture del giorno, i salmi dell’ufficio e le meditazioni sulle grandi tappe del cammino nella vita del profeta, lette in chiave «pastorale e sapienziale».

Gli esercizi si sono svolti in totale silenzio. E durante i pasti si è letto un testo inconsueto, che ha tenuta ben desta l’attenzione dei presenti. Si tratta del commento di sant’Ambrogio sulla vigna di Nabot, il De Nabuthe. «È un commento di una forza più che moderna, che parla dell’uccisione di un povero contadino perché il re aveva bisogno della sua vigna per farci un orto. Una vicenda di prepotenza con toni mafiosi. Si parla di un’ingiustizia istituzionalizzata, di un tentativo di manipolare la religione», dice il religioso. Il suo ruolo di predicatore, spiega, è quello di «un fratello che apre luce sulla Parola perché i presenti si giochino nell’ascolto e si sentano chiamati a verità».

I temi delle meditazioni suggeriscono il taglio che è stato dato agli esercizi: il primo giorno è stato dedicato ai “Cammini di autenticità”: «La meditazione è stata impostata sul lasciarsi chiamare da Dio alla verità, l’uscire dalle ambiguità, per affrontare la realtà a viso aperto; poi il secondo giorno abbiamo meditato sui “Sentieri di libertà”, cioè l’allontanarsi dagli idoli vani per fare esperienza di Dio autentica, passando dall’angoscia depressiva all’incontro sul monte Oreb; infine c’è stato il “Lasciarsi sorprendere da Dio”, che parla nel “silenzio lieve” (teofania sull’Oreb) e dell’incontro con la morte in casa del povero. La vedova che ha perso il figlio rovescia la profezia di Elia: il profeta, di fronte alla morte del ragazzino, diventa il rappresentante del Dio della compassione, non del Dio potente che fa miracoli. Il quarto giorno è stato centrato su “Giustizia e intercessione” e l’ultima mattina, dal titolo “Raccogliere il manto di Elia”, è stata un invito a diventare profeti di fraternità. La prospettiva con cui li ho lasciatt», dice Secondin, «è che non basta aver curato il tempietto interiore, occorre impegnarsi in cammini di fraternità».

Cammini che passano anche attraverso l’attuazione della rivoluzione che papa Francesco sta portando avanti nella struttura della stessa Curia. Cosa pensa di questi cambiamenti padre Secondin? «Francesco mi ha colpito dal primo momento per lo stile, il linguaggio, l’attitudine con cui tratta con la gente e la modalità con cui sente il suo ruolo. Abita bene la sua persona di Papa, è felice di servire. Sono interessato a veder gli sviluppi: conoscendo l’America latina non mi meraviglio della freschezza e dell’umanità che esprime, perché è quella dei parroci e dei vescovi latinoamericani. Quanto al governo della Chiesa, alle attese di una gestione più evangelica, considero la complessità della situazione: sono strutture consolidate da secoli, è molto complicato modificare anche solo una piccola parte, perché tutto si tiene. È un’impresa complessa che esige strategie a lungo termine. E non sarà sufficiente un solo pontificato. Inoltre bisognerà dare una forma strutturata alle novità, che spesso esprimono anche una sostanza. Penso, per esempio, alla scelta di abitare a Santa Marta: se si riuscisse, nel giro di un certo tempo, a inglobare l’appartamento pontificio per esempio nei musei vaticani, la transizione diventerebbe irreversibile, strutturale».

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