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Chiesa povera per i poveri, il nuovo Patto delle catacombe

21/10/2019  Stesso luogo, stesso spirito. Numerosi vescovi, a Roma per il Sinodo sull'Amazzonia, hanno rinnovato l’impegno sottoscritto il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II: chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» al servizio degli ultimi

La Chiesa ha rinnovato, nello stesso luogo e con il medesimo spirito, l'impegno sottoscritto il 16 novembre del 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio Vaticano II. È quello il giorno in cui quarantadue padri conciliari celebrarono Messa nelle Catacombe di Domitilla, a Roma, per chiedere a Dio la grazia di «essere fedeli allo spirito di Gesù» al servizio dei poveri. Dopo 54 anni, domenica 20 ottobre l'eredità dei padri conciliari, come riferisce vaticannews.va, è stata raccolta da un gruppo di partecipanti al Sinodo dei vescovi per la regione Panamazzonica. Padri sinodali e diversi laici hanno partecipato alla celebrazione e sottoscritto un documento intitolato: “Patto delle catacombe per la casa comune. Per una Chiesa dal volto amazzonico, povera e serva, profetica e samaritana”.

A presiedere la Messa, il cardinale Claudio Hummes, relatore generale al Sinodo per l'Amazzonia. Nell’omelia, Hummes ha ricordato che le Catacombe erano antichi cimiteri dove i cristiani seppellivano i loro martiri: «Questa - ha detto - è veramente terra santa». Questo luogo, ha aggiunto, ci ricorda i primi tempi della Chiesa: tempi difficili, segnati da persecuzioni ma anche da molta fede. La Chiesa, ha sottolineato il cardinale Hummes, «deve sempre ritornare alle proprie radici che sono qui e a Gerusalemme». Il Sinodo, ha poi affermato il porporato, è un frutto del Concilio Vaticano II. Si cercano nuove vie per svolgere la missione di proclamare la Parola. I grandi mali del mondo, ha poi sottolineato, sono dovuti al denaro che alimenta corruzione, conflitti, menzogne. La Chiesa, ha concluso il cardinale Hummes, deve essere sempre "orante".

Nel documento firmato, i partecipanti al Sinodo sull’Amazzonia ricordano che condividono la gioia di vivere in mezzo a numerose popolazioni indigene, ad abitanti delle rive dei fiumi, a migranti e a comunità delle periferie. Con loro, hanno sperimentato «la forza del Vangelo che opera nei più piccoli». «L’incontro con questi popoli - si legge nel documento - ci interpella e ci invita ad una vita più semplice di condivisione e gratuità». I firmatari del documento si impegnano a «rinnovare l’opzione preferenziale per i poveri», ad abbandonare «ogni tipo di mentalità e di atteggiamento coloniale», ad annunciare «la novità liberatrice del Vangelo di Gesù Cristo».

La firma del "Patto delle Catacombe per la casa comune". Tutte le fotografie di questo servizio sono tratte da Vatican Media. Per gentile  concessione.
La firma del "Patto delle Catacombe per la casa comune". Tutte le fotografie di questo servizio sono tratte da Vatican Media. Per gentile concessione.

Altri impegni indicati nel “Patto delle catacombe per la casa comune" sono quelli di «camminare ecumenicamente con altre comunità cristiane» e di «assumere davanti all’ondata del consumismo uno stile di vita gioiosamente sobrio». I padri firmatari si impegnano anche a riconoscere «i ministeri ecclesiali già esistenti nelle comunità» e a cercare «nuovi percorsi di azione pastorale». «Consapevoli delle nostre fragilità, della nostra povertà e piccolezza di fronte a sfide così grandi e gravi - si legge infine nel documento - ci affidiamo alla preghiera della Chiesa». 

La giornata ieri, dunque, è stata legata a quella del 16 novembre del 1965 e al “Patto delle catacombe”, che contiene un’esortazione rivolta ai “fratelli nell’episcopato” per condurre una “vita di povertà”, per essere una Chiesa “serva e povera”, conforme allo spirito proposto da Papa Giovanni XXIII. I firmatari si impegnano inoltre a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale. L'impegno è anche quello di condividere, "nella carità pastorale", la vita con i fratelli in Cristo perché il "ministero costituisca un vero servizio". Due mesi prima della firma del "Patto per una Chiesa serva e povera", Papa Paolo VI si era recato nelle Catacombe di Domitilla e aveva affermato: «Qui il cristianesimo affondò le sue radici nella povertà, nell’ostracismo dei poteri costituiti, nella sofferenza d’ingiuste e sanguinose persecuzioni; qui la Chiesa fu spoglia d’ogni umano potere, fu povera, fu umile, fu pia, fu oppressa, fu eroica. Qui il primato dello spirito, di cui ci parla il Vangelo, ebbe la sua oscura, quasi misteriosa, ma invitta affermazione, la sua testimonianza incomparabile, il suo martirio».

L’impegno assunto dai padri conciliari nel 1965 è stato anche uno dei primi auspici espressi da Papa Francesco subito dopo l’elezione al soglio di Pietro. È il 16 marzo del 2013; ricevendo i rappresentanti dei media, nell’Aula Paolo VI, il Santo Padre afferma: «Come vorrei una Chiesa povera e per i poveri!». In una lettera inviata nel 2016 a don Julián Carrón, presidente della Fraternità di Comunione e Liberazione, il Pontefice invoca un ritorno alle radici: «In un mondo lacerato dalla logica del profitto che produce nuove povertà e genera la cultura dello scarto, non desisto dall’invocare la grazia di una Chiesa povera e per i poveri. Non è un programma liberale, ma un programma radicale perché significa un ritorno alle radici. Il riandare alle origini non è ripiegamento sul passato ma è forza per un inizio coraggioso rivolto al domani. È la rivoluzione della tenerezza e dell’amore». 

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