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Un vescovo a caccia dei film con l'anima

15/05/2014  Per la prima volta un prelato, monsignor Hervé Giraud, entra nella Giuria ecumenica di Cannes, che valuta le opere non solo sotto il profilo artistico.

Solo l'anno scorso la Giuria ecumenica del Festival di Cannes si è fatta un po' conoscere, grazie ad alcune scelte coraggiose, benché esista da 40 anni. Composta da sei esponenti delle associazioni cristiane Interfilm (protestante) e Signis (cattolica), esprime una particolare attenzione ai film che affrontano tematiche spirituali, pongono questioni stimolanti e rendono consapevoli gli spettatori della dimensione trascendente della vita. È chiamata ad assegnare un premio ai film della sezione principale, cioè quelli in concorso, ed eventualmente una o due menzioni.

La novità è che nella Giuria ecumenica dell'edizione 2014 del Festival di Cannes siederà, per la prima volta, un vescovo, monsignor Hervé Giraud,
presidente del Consiglio per la comunicazione della Conferenza episcopale francese. «I miei occhi saranno quelli di un semplice spettatore, perché non sono un critico cinematografico. Ma sarò presente proprio in qualità di vescovo. Apporterò i miei sentimenti e i miei pensieri insieme a tutti gli altri membri della giuria, in modo da costituire una coscienza comune per il premio che dobbiamo assegnare», ha detto il vescovo-giurato.

L'anno scorso la Giuria ecumenica premiò Il passato di Asgar Farhadi e riservò una menzione speciale a Miele di Valeria Golino e Tale padre tale figlio di Kore-Eda Hirokazu.

Alla Mostra del cinema di Venezia da tre anni è attivo il “Premio per la promozione del dialogo interreligioso” che, l'anno scorso, premiò Philomena di Stephen Frears. Assegnato dalla giuria internazionale nominata da Interfilm (ombrello europeo delle associazioni cinematografiche protestanti) il premio – giunto alla sua terza edizione – vuole richiamare l’attenzione su film che rafforzano la mutua comprensione, il rispetto e la pace tra diverse tradizioni religiose e filosofiche. Philomena vinse anche il premio della Giuria Signis, con questa motivazione: «Perché offre un intenso e sorprendente ritratto di una donna resa libera dalla Fede. Nella sua ricerca della verità, sarà sollevata dal peso di un' ingiustizia subita grazie alla sua capacità di perdonare». Una menzione fu assenata a Ana Arabia di Amos Gitai.

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