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venerdì 28 febbraio 2020
 
 

Mons. De la Mora: sorella acqua

11/06/2011  Il vescovo da anni si batte, in Cile, contro la privatizzazione delle risorse naturali. Il rispetto dell'ambiente e della Creazione e gli interessi in gioco.

Il ghacciaio Campo de Hielo Patagonico Sur, la maggior riserva d’acqua dolce del Sudamerica.
Il ghacciaio Campo de Hielo Patagonico Sur, la maggior riserva d’acqua dolce del Sudamerica.

“Referendum sull’acqua? Non serve andare in Sudamerica per imbattersi  in censure dell’informazione.  E’ sorprendente, per non dire altro, scoprire che in una società democratica come quella italiana, che dovrebbe dar ascolto all’opinione pubblica su temi che hanno a che fare con un bene essenziale come l’acqua, anche la Tv di stato cerchi di far passare sotto silenzio il referendum, per poterlo svilire. Assomiglia vagamente a certi metodi dittatoriali di casa nostra”.
 

  

     Il giudizio così severo è di monsignor Luis Infanti de la Mora, vescovo del vicariato apostolico di Aysen, nella Patagonia cilena, una delle diocesi più a Sud del mondo. Padre servita di origini friulane, ma da  36 anni in Cile, il religioso è diventato il paladino della battaglia contro la privatizzazione  dell’acqua  in quel Paese e nel continente sudamericano, provocando la nascita di un movimento per riconquistare la gestione pubblica delle risorse idriche.     

     Ha fatto scalpore la pubblicazione nell’ottobre del 2008 della sua lettera pastorale interamente dedicata al tema “Dacci oggi l’acqua quotidiana”: un testo di 90 pagine in cui, tra l’altro, si attacca la “crescente politica di privatizzazione moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi  di alcuni beni così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria  sociale, gli esclusi”.  Il vescovo  cileno è tornato a far notizia un anno fa, prendendo, a sorpesa, la parola all’assemblea degli azionisti Enel a Roma per chiedere all’ente energetico italiano di rinunciare alla costruzione di cinque grandi centrali idrolettriche nella regione di Aysen, lungo il corso del rio Baker e Pascua, contestato progetto ereditato dalla Endesa spagnola, ora controllata Enel, che aveva ottenuto i diritti sui due fiumi all’epoca della dittatura di Pinochet.     

     Abbiamo incontrato monsignor Infanti in Italia nei giorni scorsi, invitato dalla rete interdiocesana “Nuovi Stili di vita” e i comitati referendari, per descrivere quanto sta accadendo nella Patagonia  cilena. Il progetto di costruzione delle dighe, in parte già approvato, ha sollevato la popolazione ed è diventato un vero caso nazionale, portando alla ribalta un territorio, quello patagonico, da sempre immerso nell’oblio, “solo terra di confino politico,” di pochi pescatori  e viaggiatori amanti dell’avventura in terre estreme.


La lettera pastorale di monsignor De La Mora.
La lettera pastorale di monsignor De La Mora.

- Eccellenza, quando ha iniziato ad occuparsi di acqua?

     “Da cinque  sei anni, quando le nostre genti iniziarono a scontrarsi sulla opportunità o meno delle dighe. Capii che la posta in gioco non era solo la costruzione di un bacino, ma più in generale la proprietà dell’acqua, cosa farne e che leggi ne dovevano governare l’uso”.

- La regione di Aysen e la Patagonia  in generale sono uno dei più grandi serbatoi idrici del pianeta è così?

     “Sì, e lì sta l’82 % dell’acqua cilena. Basti pensare che il rio Baker è il fiume più ricco d’acque del Cile. E poi è noto che in Patagonia stanno le più grandi masse di ghiaccio a nord dell’Antartide. Ancor oggi non si conosce con precisione la quantità d’acqua che custodisce il ghacciaio Campo de Hielo Patagonico Sur, la maggior riserva d’acqua dolce del Sudamerica”.

- Ci descrive il territorio della sua diocesi? 

     “Nella regione di Aysen, che si estende per 110 mila chilometri quadrati, un terzo dell’Italia,  vivono 100 mila abitanti in gran parte  dediti alla pastorizia e, più di recente, alla pesca del salmone. Per secoli la vita è stata scandita dai ritmi di queste occupazioni e nessuno, da fuori, s’è mai occupato di queste terre”.  

- Poi che è accaduto? 

     “Che grandi società energetiche hanno iniziato a interessarsi della Patagonia,  ad acquistare terreni e concessioni e a sfornare grandi progetti infrastrutturali.

- Come quello di Endesa?

     “Esatto. La società  ebbe in regalo da Pinochet le acque di quei fiumi e avanzò il progetto delle megadighe”.

- Chi usufruirà dell’energia prodotta?

     “Certo non la regione di Aysen. E’ prevista infatti la costruzione di una linea di trasmissione lunga 2.300 km per portare l’energia agli impianti minerari del Nord del Cile. Ma per questa grande infrastruttura non è ancora stato presentato alcuno studio di impatto ambientale, pur dovendo attraversare nove regioni e sei parchi nazionali, mentre riguardo a quello recentemente approvato per le dighe, in prima istanza erano state presentate ben 3 mila osservazioni e in seconda ancora 1.300. Ma alla fine ha prevalso la volontà di procedere”. 

- A tutti gli effetti una “grande opera”, con enormi capitali in  gioco. E i rischi ambientali?

     “Si allagheranno zone assai estese, anche se  non popolate. Il trasferimento coinvolgerà, infatti, pochissime famiglie. Ma  ci sono altre conseguenze ambientali da tenere in considerazione”.

- Quali?

     “Le dighe causeranno la fine di specie vegetali e animali che vivono solo in quell’habitat, e le inondazioni di ampie zone boschive, 6 mila ettari di foresta, causeranno la produzione di grandi masse di  anidride carbonica”. 

- Che reazioni ci sono state nella regione di Aysen?

     “Dopo l’approvazione nel capoluogo, Cohaique, e in altri centri si sono succedute manifestazioni di protesta con disordini e arresti da parte delle forze dell’ordine che hanno anche violato l’extraterritorialità del suolo di una chiesa, facendo irruzione in cattedrale. I sondaggi a livello nazionale dicono che i cileni sono sempre più contrari a questi progetti".

- Lei ormai è noto in Cile come il “vescovo antiprivatizzazioni”. Ha subito pressioni o intimidazioni?

     “Finora contro di me ci sono stati solo volantinaggi davanti alla cattedrale e lettere di protesta sui giornali”.

- Che non la fermeranno, immagino.

     “Certo. E’ una battaglia di principio:  nel 1980 è stata varata dal regime una Costituzione che sposa il principio ‘Meno Stato, più mercato’. Così si è regalato, ad esempio, l’80% dell’acqua del Paese all’Endesa. Ma privatizzare i beni essenziali come l’acqua è un atto illecito. La tragedia  più grande dell’America Latina non è il divario enorme tra ricchi e poveri, ma tra chi ha e gli esclusi da tutto, non solo dalla ricchezza. Sono cambiati i governi, ma la politica delle privatizzazioni è rimasta inalterata”.

- Da qui la necessità della lettera pastorale e il titolo che richiama al “Padre Nostro”?

     “Come il pane, l’acqua è essenziale. Abbiamo risposto alle sollecitazioni di molti credenti e come Chiesa abbiamo dato un’indicazione etica sul problema, partendo dal fatto che la Creazione non può diventare mai Mercato”. 

- Ci sono state strumentalizzazioni politiche della vostra posizione?

     “Sì, e per questo abbiamo messo in piedi la commissione Agua Vida che studia questi temi”.

- Qual è la posizione  della Conferenza Episcopale Cilena?

     “La questione dell’acqua e dell’ambiente in genere era completamente assente dal dibattito interno. Ma dopo la pubblicazione della lettera pastorale, la Cec s’è impegnata a redigere un documento sul tema. Il testo è di prossima pubblicazione”.

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