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sabato 20 luglio 2019
 
Non solo amarcord
 

Adriano Panatta: "La felicità dura un attimo, poi bisogna guardare avanti"

22/05/2016  A 40 anni dal suo 1976 d'oro Adriano Panatta si racconta: "Non è vero che avrei potuto vincere di più, ho vinto come ho potuto tendendo fede a me stesso. Adesso penso ai bambini, che oggi non fanno abbastanza sport".

La racchetta, con il manico tagliato alla meglio dal padre gestore di un circolo ai Parioli, con cui Adriano Panatta, ha cominciato a giocare contro il muro di casa, è ormai un cimelio della memoria di un tennis che non c’è più. I bambini con cui gioca oggi, nelle piazze italiane, hanno racchettine a misura delle loro mani e i campioni racchette avveniristiche che consentono bordate che con il legno di un tempo avrebbero preso a pallate le tribune.

Adriano Panatta quest’anno sarà chiamato a premiare il vincitore del Roland Garros 2016, un omaggio ai quarant’anni della sua stagione d’oro: quel 1976 che l’ha visto vincitore sulla terra del Foro italico, a casa sua, a Parigi e in Cile con l’Italia di Davis, quando gli azzurri scesero in campo in maglia rossa, in segno di protesta contro il regime di Pinochet: anche quello un retaggio del tempo andato, oggi i regolamenti dello sport fanno del loro meglio per tenere lo sport dentro la bolla e tutto il mondo fuori, e sono gli sponsor a decidere che cosa indossi e quando. I campioni del tennis sono prima di tutto multinazionali, anche se è vero, Roger Federer docet, che alla fine è ancora  il talento ad avere l’ultima parola.

Sono passati quarant’anni dall’anno dei suoi trionfi: Dino Zoff ha scritto che la gloria dura solo un attimo.  E’ vero?
«La felicità dura un attimo E poi? Dopo resta la soddisfazione: bei ricordi, pensieri carini tutto qui, poi uno va avanti. Ho avuto tanti anni davanti per giocare e per ripensare ogni tanto a quel momento, in altri periodi della carriera quell’anno mi ha fatto da punti di riferimento».

Molto cambiato il tennis da allora?
«E’ cambiato lo sport in generale. Il tennis è uno dei più professionistici e questo ha ingrandito tutto in modo esponenziale: più attenzione, più visibilità. Gli eventi oggi hanno una rilevanza un po’ di diversa. C’è molto divismo, tutto si è dilatato, noi avevamo più contatto con la gente, facevamo la doccia e facevamo due passi per andare a vedere altri giocare. Si firmava qualche autografo ma non è che ci saltassero addosso. Ora l’ultimo dei tronisti è assediato dalle persone per strada, figuriamoci un campione. Questo porta a una vita un po’ blindata».

Quell’anno d’oro non è mai stato ripetuto: perché il tennis maschile italiano fa così fatica a emergere, di salire al livello delle ragazze scappate da tempo al comando?
«Tecnicamente il tennis maschile è un po’ più complicato, si vede che non è nato ancora qualcuno che potesse portare a risultati di vertice. Oggi il tennis ha un miliardo di praticanti: la concorrenza è enorme, abbiamo ottimi giocatori ma per scalare la classifica serve in un insieme di doti che si fatica a trovare».

Verrebbe da pensare che in uno sport con grande bacino una volta o l’altra possa accadere…
«Già, ma c’è dell’imprevedibile. La Svizzera non è mai stata una patria tennistica poi sono arrivati Federer Wawrinka e Martina Hingins la Germania idem poi sono comparsi Becker, Graf e Stich: ma questi sono campioni, con doti straordinarie, di sicuro sono stati aiutati a crescere da chi ha lavorato con loro, ma la natura ci ha messo del suo».

Di lei s’è detto che era un talento naturale e che avrebbe anche potuto vincere ancora di più, è vero?

«È una cosa che mi fa arrabbiare, non è vero: ero un giocatore particolare, avevo un gioco rischioso, non ero un regolare, un travet che vincesse con la regolarità e la ripetitività dei colpi, per cui per esprimermi al top avevo bisogno di trovarmi nalla condizione psicofisica ideale. Ero fatto a modo mio se mi fossi forzato a diventare un Vilas un Borg probabilmente mi sarei snaturato, non sarei stato me stesso e magari non avrei vinto niente chissà. Si gioca come si è. Ma è una vecchia leggenda metropolitana che facessi una vita non adatta: non si arriva a quel livello se non ti alleni e non fai una vita regolare».

Che cosa si trasmette di tutto questo ai bambini di oggi che per ragioni anagrafiche non ricordano nulla di questo passato?
«I genitori, gli insegnanti raccontano chi siamo, ma quando andiamo a giocare ) con i bambini che partecipano al progetto “Banca Generali – un campione per amico”, (ultima tappa a Sanremo il 24 maggio con Panatta ne fanno parte Jury Chechi, Ciccio Graziani e Andrea Lucchetta ndr.) non abbiamo la presunzione di insegnare in quel momento qualcosa di tecnico, vogliamo solo che passino con noi una giornata  spensierata, perché chi già fa sport abbia ancora più voglia di farlo e perché chi ancora non lo fa si possa avvicinare al tennis, al calcio, alla pallavolo, alla ginnastica  come a un gioco. Quello che vediamo in queste giornate, che da anni portiamo avanti, è che i bambini di oggi hanno poca destrezza: troppo poca e sporadica l’educazione motoria nelle scuole primarie, troppo sedentaria la vita dei bambini del nostro tempo. A noi non interessa che nascano campioni, ma capiamo che sarebbe più sano se potessero muoversi di più, se sapessero muoversi e mangiare meglio. Le società sportive fanno molto ma spesso è tardi: certe capacità vanno acquisite da piccoli, non per diventare campioni ma per crescere più sani».

Lei ha cominciato a giocare a 12 anni e prima?
«Prima giocavo a pallone al parco con gli amici, ogni scusa a quel tempo era buona per muoversi. Non era sport vero ma era qualcosa che lo preparava. Servirebbe di più anche ora, ma adesso i ragazzi finita la scuola ascoltano la musica, si attaccano al Pc. C’è molto lavoro da fare».

Torniamo al Roland Garros che comincia il 22 maggio, giochiamo al pronostico: chi premierà Panatta tra due settimane?

«Tre favoriti: dobbiamo dare un po’ più di possibilità a Djokovic, anche se ha avuto una battuta d’arresto a Roma, ma anche Nadal e Murray possono farcela. Federer non gioca. C’è Wawrinka che lo scorso anno ha battuto tutti, ma non sarà facile ripetersi. Potrebbero fare cose interessanti Kirgyos e Zverev, due ragazzi giovani, altri non ne vedo».    

Comunque vada a finire quel giorno sul centrale ci sarà Adriano Panatta a passare la Coppa, la sua coppa, come un testimone. 

 
 
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