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Aldo Moro: cosa ci rivelano le auto del caso

09/05/2018  Con il generale dei carabinieri Luigi Ripani, comandante del Ris di Roma, ricostruiamo gli ultimi terribili istanti della morte del presidente della Dc, ucciso il 9 maggio ’78 dalle Brigate rosse

La Renault 4 utilizzata dai brigatisti per trasportare il corpo di Moro (Foto di Carlo Gianferro)
La Renault 4 utilizzata dai brigatisti per trasportare il corpo di Moro (Foto di Carlo Gianferro)

Si resta in silenzio davanti alla Renault 4 in cui venne rinvenuto il corpo di Aldo Moro, oggi conservata presso l’“Autocentro” della Polizia di Stato. In questa vettura ormai arrugginita, consumata dal tempo, è cambiata la storia d’Italia. Quarant’anni fa, quando le Brigate Rosse spararono “eseguendo la sentenza” (come si legge nel loro ultimo comunicato), sentenza che loro stessi avevano comminato, il nostro Paese era carico di promesse. La cosiddetta Prima Repubblica, pur con tutte le contraddizioni, stava procedendo con un piano di riforme che, dalla scolarizzazione all’assistenza sanitaria alla parità dei sessi, al servizio civile all’umanizzazione del carcere, toglieva dalla povertà e dall’esclusione sociale fasce sempre più ampie di popolazione. Tra i propugnatori di queste riforme c’era in prima fila Aldo Moro.

Sicuramente, sulla Fiat 130 blu che la mattina del 16 marzo 1978 l’avrebbe dovuto portare prima in Parlamento per il varo del governo Andreotti, poi in università per discutere delle tesi di laurea, il presidente della Dc pensava al futuro del nostro Paese. Era, quello, uno dei passaggi più delicati del suo piano di “democratizzazione” del Partito Comunista per procedere poi alla “democrazia dell’alternanza” che stava tessendo con pazienza. Con questi pensieri era uscito da casa quando, in via Fani, 93 bossoli sparati da sei armi diverse uccisero il maresciallo Oreste Leonardi, praticamente la sua ombra, l’appuntato Domenico Ricci, alla guida della 130, l’agente Giulio Rivera, alla guida dell’alfetta di scorta, il vicebrigadiere Francesco Zizzi, seduto al suo fianco, e l’agente Raffaele Iozzino, che uscì dalla macchina e sparò alcuni colpi. Poi il lungo sequestro di 55 giorni, scandito dalle sue lettere e dai disperati tentativi di aprire una breccia di dialogo.

Non sappiamo a cosa pensasse, Aldo Moro, la mattina del 9 maggio quando i colpi della mitraglietta Skorpion e della pistola Walther vennero scaricati su di lui. Dodici in tutto, per una morte che non fu istantanea. Parla con lucidità e pacatezza il generale Luigi Ripani, comandante del Ris di Roma, che, per conto della Commissione Moro, ha condotto la perizia su come e dove lo statista democristiano è stato assassinato. «L’attento esame della documentazione dell’epoca (perizie medico-legali, balistiche, verbali e fotografie del sopralluogo), insieme con gli ulteriori accertamenti svolti nei nostri laboratori con le più recenti tecniche scientifiche, hanno consentito di evidenziare importanti elementi oggettivi attraverso i quali è stato possibile verificare le ipotesi relative alla ricostruzione della dinamica dei fatti. Per esempio, sulla presenza di Aldo Moro in via Gradoli, esaminando gli oggetti repertati, abbiamo trovato due profili femminili e due maschili. Confrontando con il dna di Aldo Moro, non c’è stato riscontro. Questo è un dato oggettivo», dice il generale spiegando il metodo con cui i carabinieri hanno operato. «Siamo partiti senza pregiudizi cercando di ricostruire i fatti. Sugli ultimi istanti di Moro, per esempio, possiamo dire che ci sono tre colpi sparati dalla Skorpion con il sangue che gocciola perpendicolarmente. Dunque il busto era eretto. Probabilmente, visti gli spruzzi biologici sui pantaloni all’altezza del ginocchio destro, si trovava seduto. Gli altri, per inclinazione e direzione, sono stati sparati quando l’onorevole Moro era in posizione supina. Due attraversano vestiti, corpo, coperta e uno di questi si conficca nel pianale dell’auto. La ricostruzione più attendibile è, dunque, che fosse seduto, probabilmente sul pianale dell’auto, che abbia istintivamente proteso la mano a difendersi visto che abbiamo il pollice trapassato da un proiettile, e che, in una fase successiva, quando già era riverso sul lato sinistro siano stati esplosi gli altri colpi». La perizia dei Ris, inoltre, mostra che la Renault 4 entra nel garage di via Montalcini dove i brigatisti sostengono di aver ucciso Moro. «Le prove effettuate considerando le dimensioni del 1978, prima delle ristrutturazioni e del cambio della saracinesca che, all’epoca, era basculante, ci dicono che è possibile che sia stato ucciso proprio lì e che gli inquilini dell’appartamento possono non aver sentito gli spari». Intanto, in occasione del quarantennale, fioccano scoop e ipotesi, come quella di Cucchiarelli, non sempre supportate da evidenze scientifiche. Resta da capire perché tutta questa energia investita sulla “scena del crimine” non si sia spesa in questi anni per liberare il pensiero di Moro dal perimetro di quei 55 giorni. Per ridare all’Italia prospettive migliori.

NON DOVEVA MORIRE - Edicola San Paolo

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