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Alessandro Bergonzoni: «Nelle città troppo spesso il sacro lascia il posto al massacro»

22/05/2019  L'artista, ospite a Vicenza al Festival, disserta a modo suo di polis, periferie, cittadinanza, chiese, ospedali e prigioni: «I muri esistono, ma sdraiandoli diventano ponti»

«Il centro e la periferia. Ma anche: il centro è la periferia, in ogni città e tra città diverse. Il concetto che deve passare è che la periferia della mia città, oggi, è Taranto tanto quanto la Libia. Capite? E la “Terra dei fuochi” è il giardino pubblico della mia Bologna. Non posso non occuparmene».

Parlare di città è parlare di “opposti” che dovrebbero incontrarsi e invece si scontrano; è parlare di polis che dovrebbero essere anzitutto relazioni tra umani, o come li chiama lui, tra “civici”, che non sono, però, i numeri delle case. Alessandro Bergonzoni, artista teatrale fuori da ogni classificazione, nel senso di “fuoriclasse”, è ospite il 22 maggio a Vicenza per il Festival Biblico, con un discorso moderato da Marino Sinibaldi, giornalista di Rai Radio3, intitolato bergonzianamente La base è l’altezza (Bianco è nero) per affrontare il tema del Festival che è, appunto, “la polis”.

Ma che c’entrano gli opposti con la città?

«Semplice: “bianco è nero” significa che tu sei me, lo stesso altro mio. “La base”, invece, ti fa pensare al basso, al popolo che è terra-terra, ma anche qualcosa che ti sostiene. Quindi è anche altezza: direi che l’altezza è basilare. Citando il mio ultimo spettacolo Trascendi e sali, bisogna cominciare a unire base e altezza, cioè gli opposti. Il tema oggi è pensare alla linea di “non-fine”, non a quella di confine. Oggi ti obbligano a essere opposto a qualcuno, ma noi dobbiamo vedere le cose che ci uniscono. Sono bastati dieci secondi al ponte Morandi per crollare; e ci hanno messo dieci giorni per gettare un ponte tra la nave Diciotti e un porto. Porto, portare, porta, portami in salvo: tutto si tiene, tutto c’entra. Tutto è città».

Abbattere i muri che ci dividono?

«Certo. I muri esistono ma, se noi li sdraiamo a terra, diventano ponti. Oggi dobbiamo costruire ponti, diventare cioè dei pontifices. Dei facitori di strade perché molte sono interrotte, altre da fare ancora, mentre i sensi vietati sono dappertutto, a iniziare da quello di paura».

E qui veniamo al tema della sicurezza nelle nostre città…

«Quale sicurezza, però? I migranti sì hanno una sicurezza: quella di dover uscire, ma non quella di entrare. E in quale città? Nella fortezza Europa? Voglio dire che non si può più parlare di città nel solo senso urbanistico, ma spirituale, perché le architetture sono anche quelle relazionali. Io abito non solo un quartiere, ma anzitutto altre persone. Allora, prima di fare la rivoluzione, cerchiamo la rivelazione. Prima bisogna prendersi cura del paesaggio urbano, nel senso umano del termine».

Altro che buche o rifiuti da sistemare: è questo che vuole dire?

«Giusto. La vera devastazione urbana sono altri buchi: quelli di memoria. Abbiamo dimenticato cosa abbiamo fatto alle “periferie” del mondo, da colonialisti, a iniziare dall’Africa. Dobbiamo risarcire, rifondere il maltolto, perché abbiamo affamato tante città. Le nostre periferie sono ancora sotto bombardamento».

È per questo che ha fatto installare una sirena antiaerea a Bologna. Per sensibilizzare tutti alla corresponsabilità?

«Questo è il tema. Dobbiamo raccogliere le persone, le famiglie, gli anziani, andare nelle scuole. Dobbiamo diventare gli “eletti” della città. Tutti noi siamo sindaci e dobbiamo iniziare a sindacare, nel senso di andare a vedere come stanno i luoghi dimenticati, quelli degli invisibili».

Che sono?

«Le carceri, gli ospedali, anzitutto. Bisogna vederli, visitarli, abitarli. Perché poi, in realtà, li abbiamo davanti agli occhi tutti i giorni, basta guardare i “cartoni animati” delle nostre piazze, che altro non sono se non i clochard che si svegliano al mattino. In altri termini, noi siamo i ministri dell’ambiente, noi i medici, gli assessori al traffico. Dobbiamo esporci e prenderci carico. La sopraelevata? Prima sopraeleviamoci, alziamoci in volo e pensiamo “alto” per la città».

Qualcuno dirà: ma io non posso. Se ne occupi la politica.

«Sbagliato. Sebbene il Governo abbia responsabilità enormi, assumiamoci le nostre. Da cittadini che si prendono la briga di... Sono stufo di pormi problemi di coscienza, di commuovermi solo davanti alla Tv che mi mostra i casi pietosi di cronaca perché un attimo dopo dimentico tutto. Io sono la sorella di Stefano Cucchi, noi siamo la famiglia di Giulio Regeni. Questa è la città che vorrei».

E cosa ci manca allora?

«Non basta più fare bene il nostro mestiere; lavorare bene. Dobbiamo “capo-lavorare” bene. Una volta chi reggeva una città era il fiosofo che, a sua volta, era anche medico; e il medico era letterato. Ci fosse un po’ di poetica nei nostri sindaci».

Capolavoro rimanda al bello, alla bellezza nelle nostre città. Ce ne occupiamo ancora?

«Salvaguardare il bello, i beni artistici, è cruciale, perché sono il bene dell’umanità. Dentro un museo si impara a voler bene anche all’umanità».

Come dentro a una chiesa?

«Nelle città troppo spesso il sacro ha lasciato il posto al massacro. Sacra è la vita di una persona in mare. Sacra è la vita di chi è rinchiuso in carcere. Nel cristianesimo è fondamentale il verbo salvare. Oggi ci ricordiamo di salvare solo davanti al pc, con un semplice clic. Il “salvare” dei cristiani ci riporta a ben altro: al Salvatore. Insomma dovremmo andare oltre, trascendere: dovremmo fare un voto di “vastità”. Grande quanto la città, cioè il mondo».

(foto in alto: Alessandro Bergonzoni nel presidio da lui organizzato a sostegno dei migranti a bordo di Sea Watch e Sea Eye con giubbotti di salvataggio e salvagenti. Ansa)

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