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giovedì 22 ottobre 2020
 
 

Alza la testa, Tanzania

10/03/2012  Progetto "Inuka", ovvero, in swahili, "tira su il capo": a Wanging'ombe, un villaggio a 800 chilometri da Dar Es Salaam, Cesc Project gestisce un centro per bambini disabili.

Foto Cesc Project.
Foto Cesc Project.

Essere una persona disabile in Tanzania, nell'Africa orientale, significa portarsi addosso una condanna, una colpa senza nome che costringe a vivere nell'abbandono, senza rapporti sociali.

A Wanging'ombe, villaggio sperduto nella savana, a 800 chilometri dalla città di Dar Es Salaam, qualcuno ha deciso di sfidare questa solitudine e di far nascere un centro socio-riabilitativo per bambini disabili, un piccolo miracolo reso possibile anche grazie al contributo dei giovani in servizio civile volontario. Tantissimo è stato fatto e altrettanto ci sarebbe da fare. Già, ma se il servizio civile vacilla, che fine faranno queste esperienze di cooperazione? 

Il progetto Inuka, parola che in lingua swahili significa "alza la testa", nasce dall'impegno del Cesc Project (Coordinamento Enti Servizio Civile), una preziosa realtà che riunisce più di 40 enti pubblici e privati impegnati nel volontariato. Da decenni il Cesc Project è attivo in Tanzania, dove insieme a don Tarcisio Moreschi, sacerdote missionario di Brescia, ha avviato numerosi progetti di sostegno ai minori, in particolare agli orfani di genitori malati di Aids. Proprio da questa presenza è maturato il desiderio di un ulteriore impegno. «Girando per i villaggi – racconta Michelangelo Chiurchiù, presidente di Cesc Project – ci siamo resi conto di quanto sia dura la vita dei bambini disabili. Una forma qualunque di handicap, anche lieve, li costringe a vivere nel totale isolamento, segregati in casa e abbandonati a loro stessi, perché le madri devono lavorare nei campi. All'inizio alcuni di loro scoppiavano in lacrime appena ci vedevano arrivare, oppure si nascondevano terrorizzati: al di fuori dei loro familiari eravamo le prime persone con cui venivano a contatto». 

Il passo iniziale è stato fare un censimento dei bambini disabili dell'area, casa per casa, famiglia per famiglia. Nel 2008 il capo villaggio di Wanging'ombe ha messo a disposizione dei volontari un ex tabacchificio, che è diventato il primo centro diurno per la riabilitazione. Il coinvolgimento di un'autorità locale è stato decisivo: «Portare le risorse non basta – spiega Chiurchiù – Bisogna fare in modo che queste risorse diventino parte della vita della comunità e non siano percepite come qualcosa di estraneo. I Tanzaniani non dicono mai 'no', ma spesso la loro apparente accondiscendenza a tutto nasconde una realtà complessa e delicata. Negli anni ci siamo resi conto che l'unica strada possibile è quella dell'impegno culturale e della reciproca accoglienza, nell'estremo rispetto del modo di vivere del posto. Ecco perché i nostri ragazzi trascorrono il primo mese di servizio civile a studiare il swahili: devono fare un'immersione completa nella cultura locale».

Foto Cesc Project.
Foto Cesc Project.

Dopo pochi mesi la scommessa ha dato i primi frutti: i bambini disabili hanno iniziato a socializzare e il centro diurno è diventato un punto di riferimento anche per le loro mamme: «Incontrandosi hanno potuto condividere esperienze, riflettere sul fatto che la condizione dei loro figli non era una maledizione per la famiglia, né un problema da delegare ai 'wazungu', i bianchi, ma una sfida che si poteva affrontare e forse vincere insieme». Nel tempo, grazie al contributo dei lavoratori locali, la prima sede nell'ex fabbrica è stata sostituita da un nuovo edificio, più adatto e attrezzato. Lo scorso 13 agosto, questa struttura è stata ufficialmente inaugurata con una grande festa alla presenza del Vescovo della diocesi di Njombe. E' un centro all'avanguardia per la riabilitazione, ma è anche un ostello capace di accogliere bambini e mamme che vengono dai villaggi vicini e che devono affrontare lunghi viaggi a piedi, su strade dissestate.


In quattro anni di attività, sostenuto dal Cesc Project e da altre associazioni tra cui "Comunità Solidali nel mondo" e "Comunità Gruppo 78", il progetto Inuka, che finora ha coinvolto circa 150 bambini disabili, si è sviluppato in diverse direzioni. Da un lato i volontari hanno cercato di estendere l'esperienza di Wanging'ombe, fondando cinque nuovi centri socio-riabilitativi nei villaggi vicini, spesso proprio su richiesta delle autorità locali. Non solo: è nata una rete di assistenza domiciliare che permette di seguire i bambini anche a casa, lavorando con le famiglie e insegnando le "buone pratiche" da ripetere nella vita quotidiana. Alcuni dei volontari, che avevano esperienza come fisioterapisti, hanno tenuto corsi professionali: finora sono stati formati 15 operatori locali. Inoltre è stato fatto un enorme lavoro di inserimento dei bambini disabili nelle scuole.

Foto Cesc Project (come anche l'immagine di copertina).
Foto Cesc Project (come anche l'immagine di copertina).

Per i ragazzi in servizio civile, poter prendere parte a una simile avventura è un'esperienza inimmaginabile, di quelle che segnano la vita. «Il mio rientro è stato traumatico, come credo per tutti, e nonostante mi sforzi non riesco ancora a riprendermi del tutto – scrive Giorgia, tornata a Roma dopo un anno di servizio - Penso e ripenso alla Tanzania, a Wanging'ombe, ai miei bambini e alle persone conosciute. Tutti ci avevano detto che il ritorno sarebbe stato pesante, ma non credevo così. Ci siamo scontrati con una realtà così forte e così diversa e certe cose non si scordano. Purtroppo non è comprensibile per tutti».


Giorgia è una dei 25 volontari che hanno preso parte al progetto. Circa la metà di loro, dopo l'esperienza in Tanzania, ha maturato il desiderio di tornare in Africa per seguire nuovi progetti di sviluppo. «Proprio il coinvolgimento di questi ragazzi ci ha portati a sognare la nascita di una nuova figura di cooperante - racconta Chiurchiù – una figura che riesca a inserirsi nelle realtà del Sud del mondo senza creare distanze e squilibri». Ma, certo, le nubi che si addensano sul servizio civile e i continui tagli alle risorse non fanno presagire nulla di buono. «Siamo molto preoccupati. Il progetto Inuka si sostiene grazie al sistema della cooperazione decentrata, alla ricerca fondi e in gran parte grazie al servizio civile. Se questo prezioso pilastro dovesse crollare, tutto il nostro lavoro sarebbe a rischio».

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