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domenica 20 ottobre 2019
 
AMORIS LAETITIA, UN ANNO DOPO
 

«Nelle coppie e nelle famiglie occorrono buoni samaritani»

28/04/2017  L'appello di don Paolo Gentili, direttore dell'Ufficio nazionale della pastorale della Famiglia della Cei che ha aperto ad Assisi la diciannovesima Settimana nazionale di studi sulla spiritualità coniugale e familiare. In sala più di 500 persone.

Uno scorcio del convegno Cei in corso ad Assisi.
Uno scorcio del convegno Cei in corso ad Assisi.

«Il Vangelo si irradia in famiglia sulle orme del Samaritano. Sentiremo parlare in questi giorni di felicità, bene e amore molte volte. Strade di felicità che corrono sull'alleanza uomo-donna. Oggi vogliamo spalancare una finestra di luce per far godere dell'amore sponsale in una storia di due millenni della Chiesa in cui il Vangelo continua a portare linfa» ha esordito così don Paolo Gentili aprendo il primo incontro della tre giorni di Assisi. «Joseph Ratzinger definiva la felicità come nostalgia dell'infinito. Gocce di infinito nella carne degli sposi. Sant'Agostino delinea i contorni delle strade di felicità: “Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità dell'infinito”. Chiunque aspiri alla felicità eterna riconoscerà nelle beatitudini i gradini di una scala privilegiata. I gradini della felicità, però, non sono quelli verso l'alto, ma quelli che ha percorso anche Gesù nell'abbassarsi, andando verso i poveri e gli ultimi. La nostra povertà può diventare esperienza di felicità. Gesù per primo volle stare nella nostra povertà. Ecco allora che emerge lo stile del samaritano da riprodurre nella coppia e nella famiglia».

E ha proseguito puntando l'attenzione sulle famiglie di oggi: «Quanto basta poco per essere trascinati nel fiume delle cose urgenti e non c'è più tempo per niente e nessuno. Ma intanto il tempo passa. Ma Dio torna insistente a chiederci: “chi sei?, dov'è la tua felicità?”. Benedetto diceva: “l'uomo che smarrisce Dio ha smarrito se stesso. Solo l'uomo che si affida totalmente a Dio trova la libertà”. La nostra realizzazione è il dono di noi stessi». Dando una risposta alle paure e alle difficoltà: «Per guarire dalla paura di donarsi occorre una Chiesa capace di rigenerarci. Possiamo amare come Dio. Va recuperata la legge della gradualità: Francesco la spiega così “per vivere in pienezza la dottrina, occorre un accompagnamento più articolato nel tempo di chi è uscito dalla porta della Chiesa e non la sente più casa sua”».

Con una parola di benevolenza e attenzione verso chi convive: «Stiamo vivendo un mix storico micidiale di incertezze lavorative e di vita che portano a procrastinare la scelta del matrimonio fino a farla sparire. Ecco allora perché in chi convive deve restare quella nostalgia dell'infinito. Si tratta di liberare da una catena di solitudine chi ha relegato al privato i propri affetti. Il “caso per caso” di Giovanni Paolo II di chi convive, calandosi in ognuna delle famiglie. Con la luce nello sguardo sapendo che il seme del verbo resta indelebile in ogni uomo e donna. Servono occhiali nuovi per vedere che la brace arde ancora sotto alla cenere. Alle nuove generazioni tocca restituire la promessa di Abramo: “In te si diranno benedette tutte le famiglie delle terra”. Si vive insieme per imparare a vivere felici in modo nuovo, dove ogni tappa apre a una nuova felicità partendo dalle proprie debolezze “permesso, grazie, scusa”. Diventando casa accogliente, aprendosi alla felicità che Dio si vuole donare».

Con don Paolo Gentili anche la coppia Giulia e Tommaso Cioncolini: «Negli anni abbiamo sperimentato che tocca sempre partire dalla carne. Tocca alzare lo sguardo verso il cielo partendo dalle fatiche quotidiane. Niente rispetto alla gioia immensa che poi si vive in famiglia. Ci chiediamo cosa intendono oggi l'uomo e la donna per felicità e come farglielo capire? E come si esprime e come esprime la vita coniugale quando si parla di felicità? C'è nel cuore di ogni uomo un desiderio di felicità che fiorisce se la spiritualità è irrorata per bene. La felicità non è solo un esercizio del pensiero e i giovani oggi sempre più chiedono di toccare con mano. I fatti, che altro non sono che l'esperienza: quanto siamo in grado di comprenderli, ascoltarli, accoglierli, liberarli. Per tanto tempo la felicità è stata intesa come restituzione della propria condotta, ma la felicità non è un'equazione. La felicità non è uno stato della mente. Il desiderio di felicità abita in ogni persona, è quella tendenza naturale a conservare il proprio essere. La famiglia è la vera gioia ma non è un rifugio. Perché è giusto che i ragazzi che ce la vogliono fare devono provare a liberare le energie che hanno dentro. La felicità abbraccia tutta l'essenza dell'uomo e della donna. La beatitudine è il colore e il calore della fede. Credere nella verità, stare nelle verità e nutrirsi di verità ci rende davvero felici».

Dell'alleanza uomo- donna ha parlato Giulia Cioncolini: «Strade di felicità nell'alleanza uomo-donna.. Questo è quello che ci proponiamo per di esplorare nei workshop di questi giorni. Il bene che desideriamo è una vita felice eppure questo bene non è così decifrabile sempre. Noi tutti conosciamo persone che soffrono e che pure irradiano felicità e gioia. Viceversa sentiamo insoddisfatti amici che hanno tutto. Impieghiamo tempo per trasformare una vita in una vita straordinariamente felice. C'è quel vuoto che è dato dalla tensione verso qualcosa. La felicità non può essere prodotta solo da noi stessi ma anche da altri. Una dinamica costante è di rispondere alle diverse forme di mancanza: ci stringiamo ai legami perché siamo fonte di felicità. La felicità dipende da qualcosa o qualcuno a cui ci siamo legati. È la bontà della reciproca dipendenza di due persone che si sono donate totalmente. L'intelligenza familiare ci dice che se la felicità fosse legata solo ai momenti belli saremmo condannati al baratro. Ci sono sposi che hanno grandi difficoltà e che ci irradiano di luce. Perché dipende da un'alleanza che è per sempre. L'amore è in fondo l'unica luce che rischiara sempre un mondo buio». «Come tenere viva questa felicità negli anni?» ha concluso Gentili. «Ce lo dice Francesco nell'Amoris Letitia: “Ravvivare la memoria spalancare la speranza e immergere nella promessa”. Gli sposi che arrivano a cinquantanni di matrimonio non sono le coppie perfette ma quelle che hanno imparato il perdono. E per formare le nuove coppie servono coppie che siano esperte di peccato e di Grazia, non solo di Grazia. Terminiamo augurandovi di diventare dei veri sommelier del Vino di Cana capaci di illuminare i colori del matrimonio. Ricordando quanto il proprio coniuge sia un dono del cielo da conservare. L'alleanza dell'amore dell'uomo e della donna si impara e si affina. Francesco ricorda: “È quasi un miracolo che della libertà e del cuore affidato nella fede”».

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