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lunedì 06 aprile 2020
 
Andreotti, storia e ricordi
 

Andreotti, la nostra storia da 70 anni

06/05/2013 

Parlare di Giulio Andreotti mentre al Policlinico Gemelli di Roma era ricoverato in gravi condizioni, è come dire che in quella camera d’ospedale era ospite la storia d’Italia degli ultimi settant’anni, né più né meno. Il primo capitolo si svolge nel monastero di Camaldoli, dove nei giorni del luglio 1943 che precedettero di pochissimo la caduta del fascismo e l’arresto di Benito Mussolini, l’allora giovane presidente della Fuci prese parte a quell’incontro clandestino di cattolici variamente antifascisti da cui uscì il documento, chiamato appunto “Codice di Camaldoli”, che avrebbe ispirato gran parte della politica sociale ed economica dei Governi a maggioranza democristiana per tutti gli anni dell’immediato dopoguerra.
Fu appunto in uno di quei governi, nel 1954, che Giulio Andreotti ebbe il primo incarico ministeriale della sua lunghissima vita: ministro dell’Interno, sotto la presidenza di Fanfani.

Se quella ormai quasi settantennale storia delle Repubblica italiana fosse soltanto oggetto di una disquisizione politica, niente sarebbe più trionfale, per Andreotti, che l’elenco record dei suoi incarichi pubblici: sette volte presidente del Consiglio, dal 17 febbraio 1972 al 28 giugno 1992 (l’estate tremenda degli attentati alla vita dei giudici palermitani Falcone e Borsellino ad opera della mafia); otto volte ministro della Difesa; cinque volte ministro degli Esteri; due volte delle Finanze, del Bilancio e dell’Industria; una volta ministro dell’Interno e delle Politiche comunitarie.
Il tutto era cominciato nel 1947, quando Alcide De Gasperi lo scelse come suo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, forse –si disse- su suggerimento di Giovanni Battista Montini, allora sostituto segretario di Stato vaticano, che lo aveva conosciuto quando era a sua volta assistente ecclesiastico della Fuci. Andreotti giunse allora nel Governo del Paese a soli ventotto anni (è nato a Roma il 14 gennaio del 1919).

Naturalmente non gli mancò mai il mandato parlamentare, da quello all’Assemblea Costituente nel 1946 a quello alla Camera dei deputati fino al 1991 e poi come senatore a vita fino a oggi. Sarebbe rubare il tempo a chi legge tentare di ricostruire tutte le personali vicende dentro il partito della Democrazia cristiana, dopo la morte di De Gasperi, il suo grande, incomparabile protettore; il suo profilo apparve sempre impegnato soprattutto nel gioco delle ”correnti”, e inclinato complessivamente sulla destra “moderata” del partito, con incarichi nel gruppo parlamentare che lo portarono ad avere amicizie, contatti e minoranze interne addirittura fin dopo la morte della Dc e la breve durata della Margherita, quando fu uno dei protagonisti della caduta del secondo Governo Prodi il 21 febbraio del 2008, astenendosi dal voto al programma del ministro degli Esteri D’Alema. (Ma ci fu chi scrisse che in realtà Andreotti fosse contrario a iniziative del Gabinetto prodiano riguardo ai Dico, che avevano suscitato il dissenso del Vaticano e della Cei).

Ma questa storia d’Italia non è soltanto politica: la straordinaria vita di Andreotti è un continuo intreccio fra poltrone di governo, seggi parlamentari, operazioni diplomatiche in tutto il mondo in difesa soprattutto della pace, contatti con grandi uomini di Stato di Usa e di Urss, relazioni strette con il Vaticano e i suoi successivi Papi, da Pio XII in giù.
Ma anche fra denunce, inchieste giornalistiche, investigazioni di polizia, indagini giudiziarie, processi, in tanti dei suoi incarichi di potere: dal “caso Giuffré” quando era ministro delle Finanze (1958) agli “scandali” lungo gli anni Sessanta, dai fascicoli di spionaggio del Sifar e del “Piano Solo, alla P2 di Licio Gelli.

Processato e assolto in primo grado per l’uccisione del giornalista Pecorelli che sarebbe stato in possesso di documenti che lo accusavano di uno scandalo dei petroli, fu condannato in appello a 24 anni di reclusione, ma questa sentenza fu annullata senza rinvio dalla Corte di Cassazione; e poi, man mano, si snodarono i suoi rapporti veri o presunti con il banchiere Sindona, tragicamente morto avvelenato nel carcere di Voghera; e infine quelli, anch’essi veri o presunti, almeno fino al 1980, con capi mafia siciliana, che costarono ad Andreotti altri tre gradi di processo, terminati con la “prescrizione” ma con il giudizio della Cassazione secondo il quale egli avrebbe fornito ai capimafia “una concreta collaborazione”, anche se sia da escludere il reato di “concorso esterno di in associazione mafiosa”.

Andreotti si è sempre difeso, scrivendo libri e concedendo interviste giornalistiche e televisive, insistendo sul fatto che nessuno dei reati contestatigli non è mai stato provato, oltre le dichiarazioni di questo o di quel “pentito”. A noi sembra che debbano essere prese come esempio di questa sua strenua difesa di fronte alle accuse di un Buscetta, di un Mannoia o di un Di Maggio, le parole che concludono l’introduzione al suo libro del 1995 “Cosa loro-Mai visti da vicino”: “L’aver trattato da parte mia molto duramente la mafia con l’azione di governo e con le leggi, non ha rilievo. Se l’ho fatto, è per una attività di simulatoria o di copertura. E’ molto strano che proprio chi dovrebbe agire in profondità per combattere i mafiosi dia loro questa patente indiscutibile di uomini incapaci di mentire. C’è da chiedersi dove siano i confini tra Cosa Nostra e Cosa loro”.

Su Andreotti gli storici non finiranno mai di scrivere e discutere. Chi come noi lo ricorda in colloqui giornalistici nello studio di Palazzo Chigi non potrà dimenticare la sua prontezza spesso sorridente nel rispondere a tutte le domande, anche quelle più delicate: ad esempio, perché decise di non “trattare” con le Br durante il sequestro di Aldo Moro? Perché proprio lui, democristiano “moderato”, portò avanti in quel tempo il progetto di Governo di “solidarietà nazionale” nato dall’intesa Moro-Berlinguer? E’ vero: Andreotti rappresenta meglio e più di chiunque altro la storia dell’Italia repubblicana. E se questo giudizio potesse sembrare equivoco e ambiguo fino a Tangentopoli, quando egli uscì di scena dal potere, non è che, dopo, si sia visto di più e di meglio.

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