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lunedì 01 marzo 2021
 
ANNO BIBLICO PAOLINO
 

Dalla sinagoga alla chiesa, la via ebraica per conoscere, amare e vivere la Scrittura

26/11/2020  La fatica e la bellezza dell'incontro tra il popolo dell'Alleanza e i discepoli di Cristo nelle relazioni del rabbino David Rosen e di don Francesco Voltaggio. Perché non ci si può più ignorare. Perché si può e si deve lavorare insieme per liberare la Parola vivente dalle incrostazioni della storia

L'Anno biblico paolino esordisce curando le radici. Ovvero parlando ebraico e trasmettendo da Gerusalemme. Introdotti da don Simone Bruno, direttore editoriale del Gruppo San Paolo, il rabbino David Rosen, tra l'altro membro del Gran Rabbinato della Commissione d’Israele per il dialogo con la Santa Sede, Consigliere onorario sulle relazioni interreligiose al Gran Rabbinato di Israele nonché presidente dell’International Council of Christians and Jews (ICCJ), e don Francesco Voltaggio, rettore del Seminario Missionario Redemptoris Mater di Galilea e professore dello Studium Theologicum Galilaeae, hanno approfondito la via ebraica di accesso alla ricchezza della Sacra Scrittura.  

Da Ezechiele (e dall'esilio babilonese, calcolabile tra il VII e il VI secolo avanti Cristo) all'Evangelii Gaudium, l'esortazione apsotolica di papa Francesco del 24 novembre 2013, passando da Masoreti (Tiberiade e Gerusalemme, VII-XI secolo dopo Cristo), Caraiti (Mesopotamia, VII-IX secolo dopo Cristo), Cabala (Europa, soprattutto Francia e Spagna, XII-XII secolo) e concilio Vaticano II (1962-1965). Il rabbino Rosen ha offerto un'interessante sintesi dei modi di leggere e interpretare le Sacre Scritture nel mondo ebraico, affrontando con lucida schiettezza l'evoluzione del confronto con il modo cristiano, segnatamente cattolico, di leggere, spiegare e vivere le stesse identiche pagine: «Per secoli c'è stato disprezzo.che ha progressivamente allontanato la chiesa dalla sinagoga. Il Vaticano II e i ripetuti sforzi di Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e papa Francesco hanno fatto sì che si possa lavoare insieme per riscattare la Parola vivente» dal soffocante peso della storia. 

«Con l'esilio babilonese s'afferma l'esigenza di aiutare il popolo a diventare responsabile e custode della Torah», ha spiegato il rabbino Rosen. «Le sinangoghe, oltre ad essere centri di socializzione per gli ebrei dispersi, lontani dalla loro terra e dal Tempio, diventano centri di preghiera e di insegnamento. Scopo ultimo: vivere la vita secondo Dio. S'afferma il "darash", cioé lo "scrutare",  il "ricercare", l'"esaminare", lo "studiare", da cui deriva la parola Midràsh. Abbiamo avuto un Midrash halakhah, più attento alla lettera, e un Midrash haggadah, una forma di narrazione se volgiamo pù omiletica e meno legalistica». Il rabbino Rosen ha offerto più esempi, al riguardo: «L'occhio per occhio di Esodo 21,24 è stato in qualche modo attenuato da altre fonti arrivando a chiedere di commisurare il risarcimento economico al danno causato.  Il concetto (Esodo 20,5), che Dio sia geloso al punto da punire la colpa dei padri nei figli fino alla terza e alla quarta generazione, per coloro che lo odiano,è temperato da Deuteronomio 24,16 per cui ciascuno semmai è punito per quel che fa realmente, se si ostina a far male».  

Affascinante il viaggio nel cuore del Medioevo che Rosen ha voluto proporre richiamando le varie scuole sorte soprattutto in Medio Oriente (Masoreti, Caraiti) e nell'Europa a noi vicina (Cabala). Arrivando ai giorni nostri, il rabbino ha osservato come fino a metà del secolo scorso «ciò che ci univa (i libri dell'Antico Testamento, ndr.) ci divideva». Troppo astio, troppe persecuzioni da parte cristiana. Poi, il Concilio. «Finalmente s'è sancita la continuità dell'Alleanza tra Dio e Israele. Finalmente sono cadute le parole di disprezzo nei confronti degli ebrei. Ricordo la Nostra Aetate, ricordo gli interventi di Giovanni Paolo II del 1982 e del 1985, ricordo una mirabile introduzione a uno studio scritta nel 2001 dall'allora cardinale Joseph Ratzinger. E ricordo papa Francesco che nell'Evagelii Gaudium afferma esplicitamente che Dio continua ad operare nel popolo dell'Alleanza, e c'è una ricca complementarietà tra noi e voi. Non ci si può più ignorare a vicenda. Questo spiega il fiorire di centri di studio ebraico-cattolici. Questo fa dire che possiamo lavorare insieme per riscattare la Parola vivente». 

«Oggi è quanto mai urgente intraprendere con coraggio quel "passo indietro" che il filosofo Paul Ricoeur rimproverava a un altro grande filosofo, Martin Heidegger, di non esser mai stato capace di fare: riconoscere la dimensione  "ebraica" del cristianesimo e soltanto dopo quella greca, per quanto quest’ultima rimanga sempre di enorme importanza». Così ha iniziato la sua relazione don Francesco Voltaggio. «Io penso che l’esegesi ebraica non solo sostenga, ma anche illumini quella cristiana. Uno dei basilari principi ermeneutici dei rabbini (e poi dei Padri della Chiesa!), è l’"aspetto misterico" del testo biblico, il suo senso spirituale profondo. L’"aldilà del versetto", come diceva il filosofo ebreo Emmanuel Levinas, il senso più profondo di quello ovvio, era per i rabbini un dato indubitabile, così come per i Padri della Chiesa. Chi ha familiarità con l’esegesi ebraica ben conosce l’attenzione che presta a ogni dettaglio del testo biblico. Così si afferma nella Mishnah riguardo la Torah: "Volgila e rivolgila, perché in essa vi è tutto, guarda in essa, invecchia e diventa anziano in essa, e non ti allontanare da essa, perché non hai buona misura se non questa" (m.Av 5,22)».

«Secondo i rabbini, si deve anzitutto "scrutare" (verbo drš, da cui il termine midrash) la Scrittura per interpretarla, il che equivale a trarre fuori dal suo inesauribile tesoro tutte le potenzialità di significato. Anche noi cristiani siamo chiamati a scrutare ogni giorno le Scritture. L’interpretazione ebraica delle Scritture, pur attenta al senso letterale (peshat), parte dal presupposto che la Torah possiede «settanta volti» (base del derash): essa è come il vino che rivela i suoi gusti svariati a chi ha il «palato affinato» a esso, a chi è "iniziato". Ciò vale anche per noi cristiani: bisogna essere iniziati alle Scritture. In ogni parola della Scrittura, infatti, «splendono molte luci», come afferma il Sal 62,12: "Una parola ha detto Dio, due ne ho udite: la forza appartiene a Dio".  (cf. BemR 13,15). La Parola di Dio, la sua pienezza di senso, è un tesoro inesauribile, in cui si scoprono sempre nuovi filoni. Vi è quindi un tesoro nascosto e sepolto, un mistero velato dietro la lettera, che siamo chiamati a scrutare.  Secondo la tradizione ebraica, inoltre, la Bibbia si spiega con la Bibbia e mediante la comparazione di testi svela il suo senso nascosto. Questo era l’approccio rabbinico e patristico alle Scritture. Tra i principi ermeneutici da loro predilette dei rabbini spicca la gezerah shawah che trae dall’accoppiamento con un secondo testo l’«aroma segreto» del primo».

«I documenti magisteriali della Chiesa Cattolica, a più riprese, hanno invitato i fedeli cattolici alla profonda conoscenza delle Scritture e delle tradizioni ebraicheBisogna capire che la Bibbia ereditata dal Nuovo Testamento era una Bibbia già interpretata dalla tradizione orale e dalla liturgia ebraiche, che hanno costituito un ponte tra Antico Testamento e Nuovo testamento: la tradizione ebraica ha mediato la ricezione delle Scritture da parte di Gesù, degli apostoli e del primo cristianesimo».

 

 

«Siamo pronti così per questo viaggio al "pozzo profondo", ove attingere alle sorgenti della Bibbia e della nostra fede», ha proseguito don Francesco Voltaggio. «Le "nostre fonti" sono in Gerusalemme (da dove è stata trasmessa la conferenza, ndr.)sul monte degli Ulivi dinanzi allo splendore della Città Santa. Penso che i nostri padri nella fede che ci hanno preceduto, sia ebrei sia cristiani, si rallegrino oggi nel vedere un rabbino e un sacerdote che parlano della bellezza della Bibbia, e proprio qui a Gerusalemme, da dove è uscita la Parola del Signore (Is 2,3; Mi 4,2)  Per fornire un «assaggio» del «sontuoso banchetto» dell’esegesi ebraica delle Scritture e della luce che getta sull’esegesi del Nuovo Testameto, abbiamo scelto il testo di Deuteronomio 6,4-9, in cui è contenuto lo Shemà (Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo.  Tu amerai il Signore tuo Dio con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutte le forze.  Questi precetti che oggi ti dò, ti stiano fissi nel cuore...)».

Lo Shemà, ha puntualizzato don Voltaggio, lo si ritrova in qualche modo ripreso, confermato e attualizzato nel Discorso della montagna, nella parabola del seminatore e quando Gesù discute con lo scriba. Ci sono poi ovviamente le novità introdotte. Il perdono. La Trinità. Fino alle pagine del Calvario. 

«Gesù ama Dio con tutta l’anima, fino al dono della sua vita. Ha accettato di entrare nella volontà di Dio anche quando non capiva, come nel Getsemani, dove ha detto: "La mia anima/mente è triste fino alla morte" (Mc 14,24); e ancora: "Abbà! Padre! Tutto è possibile a te: allontana da me questo calice! Però non ciò che voglio io, ma ciò che vuoi tu" (Mc 14,36). Gesù ha dovuto «crocifiggere» la sua mente. La mente di Gesù è stata coronata di spine. Gesù sulla croce ama il suo prossimo, pregando e perdonando perfino i suoi nemici (preghiera; Lc 23,34). Anche Maria ha dovuto "crocifiggere" la sua mente/anima: "E anche a te – le profetizza Simeone – una spada trafiggerà l’anima" (Lc 2,35)».

«Gesù ama Dio con tutte le forze: è spogliato delle sue vesti, nudo cioè povero, dona la sua madre e la sua vita, consegna il suo spirito (elemosina; Lc 23,46). Sulla croce, le sue mani e i suoi piedi, simbolo della forza umana, sono stati inchiodati, e ciò significa totale donazione, completo abbandono al Padre e agli uomini per amore. In Cristo, anche Maria ha amato Dio con tutte le sue forze, giacché ha donato quanto di più caro aveva: l’amato Figlio, l'"amoroso giglio"».

Infine, Atti 4,32 mostra come lo Shemà si compie nella prima comunità cristiana, anzi giudeo-cristiana. «La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune», ha concluso don Voltaggio: «Qui vi è chiaramente lo Shemà: cuore, anima e ricchezze (forze). Oggi più che mai, in questo tempo di crisi mondiale, siamo chiamati a vivere ciò che papa Francesco ha chiamato "l’ecumenismo della sofferenza". Solo volgendo gli occhi al volto sofferente del fratello, e non distogliendo lo sguardo da lui come nel passato abbiamo fatto, ci apparirà il volto radioso di Dio. Perché per noi cristiani, l’altro è Cristo, è il Messia».

Altre tappe significative verranno dopo quella di oggi. «Tra le tante iniziative messe in cantiere nei vari continenti per questo Anno biblico paolino», ha puntualizzato don Simone Bruno, nel suo intervento «segnalo in particolare gli altri due webinar di respiro internazionale che hanno come scopo approfondire altre due strade verso la Scrittura: quella percorsa dalla tradizione patristica (dalla Gregoriana in Roma, 22 aprile 2021, con il cardinale Raniero Cantalamessa) e quella percorsa dalla tradizione liturgica (da San Paolo, in Brasile, il 26 novembre 2021)». Informazioni, testi, video, foto relativi all'Anno biblico paolino su sobicain.org, su unicalmondo.com e  sull’account You Tube di Famiglia Cristiana.

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