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giovedì 26 novembre 2020
 
 

Se l'atleta è farmacista di se stesso

15/07/2013  Si dice che quando l'antidoping fa un passo avanti, l'antidoping ne fa due. Dai beveroni di uova ai procedimenti per "arricchire" il sangue, una lunga tradizione di trucchi pericolosi.

Siccome non vogliamo difendere nessuno, partiamo dal principio più ovvio che regola una competizione sportiva: se qualcuno bara, va cacciato. Stabilito questo, il problema si amplia quando i bari sono tanti, o addirittura tutti. È il caso del ciclismo, per esempio. Anni fa, non molti, un padre mi raccontava di suo figlio: fino a quando ha corso tra sedicenni vinceva parecchio, era tra i migliori. Poi, passata l’età ed entrato in un’altra dimensione, veniva superato da quelli che precedentemente batteva senza pietà. Come mai? Quando ha capito dove fosse il trucco, ha preferito abbandonare. Ha fatto bene lui o hanno fatto bene gli altri?

Perché, ad alto livello, professionistico, ecco cosa accade: tu vuoi correre, vero? Bene, firma il contratto ma devi stare al passo con gli altri. Dunque, farmaci, controlli esasperati, chimica, aiutini, e altro, molto altro. Non te la senti? Niente contratto, resti disoccupato. Che fare? Ecco che l’accettazione del contratto-capestro diventa la logica conseguenza e chi parla, chi svela gli intrecci, è un traditore, uno che sputa nel piatto in cui mangia con gli altri. E, da un certo punto di vista, è vero, oltretutto. Capiamoci: nel caso del ciclismo, la letteratura è vasta e antica. All’inizio del secolo scorso, per esempio, come era possibile correre per sei giorni e sei notti in pista riposando solo tre o quattro ore senza aiuti extrasportivi? Charles Terront, uno dei primi ciclisti-mito (fine Ottocento) ammetteva di bere del buon vino rosso per darsi forza. Altri andavano a uova: chi ne mangiava dieci, chi venti. Le conseguenze erano disastrose ma non sul piano sportivo che, anzi, produceva risultati magnifici.

Oggi sappiamo che inghiottire un beverone di venti uova fresche tutte insieme è un attentato alla salute, allora era un aiuto che dava vigore. Per altro, non vietato. Tommy Simpson morì sul Mont Ventoux nel 1967 perché fece strame di ogni prudenza. Quella mattina, alle nove, c’erano già 36 gradi e il medico del Tour avvertì tutti i direttori sportivi di non scherzare col fuoco. Evidentemente sapeva che le amfetamine circolavano da una tasca all’altra. Simpson non volle ascoltare, anzi, fece lo sbruffone. Non solo si caricò di pastiglie, ma bevve anche un pastis al bar, prima di partire, per far ridere i colleghi. A due chilometri dalla vetta morì di caldo, alcool e droga. Oggi è difficile che un atleta sia così folle, ma davvero questo è un merito?

Dipende da come si guarda la cosa: la maggiore consapevolezza di chi fa sport professionistico (ma anche amatoriale) dipende dal continuo confronto che si ha con le medicine, la chimica, l’alimentazione, più che con le tabelle dei record da battere. O meglio: per battere un record devi sapere tutto delle metodologie d’allenamento, fare tanti sacrifici e chiedere aiuto alla scienza. In altri tempi il ciclista non sapeva di certo cosa fosse l’ematocrito. Se oggi è vero il contrario, è perché è già stato alterato qualcosa in precedenza, nell’organismo di chi gareggia: atleti farmacisti di se stessi. Così, quando si esalta la vittoria di questo o quello, si mettono anche le mani avanti dicendo: ha vinto da campione, ma fino a prova contraria. Se ne può dedurre che chi fa sport fa qualcosa che va oltre la normalità del corpo, e che per andare oltre quella norma è necessario un conforto, medico e chimico.

D’altra parte, perché mai dovremmo riuscire a produrre 100 pedalate al minuto su un’erta del 12-13%? O correre i 100 metri in 46 passi sotto i dieci secondi? Non siamo biologicamente costruiti per queste cose. Non lo facciamo per piacere, visto che il livello di sofferenza è elevatissimo. Né per la gloria, ormai talmente effimera che difficilmente si rammenta chi è stato campione del mondo due anni prima. È solo un lavoro, uno sporco lavoro. All’inizio ci sono le basi: chi ha il dono di possedere un corpo adatto a quel tipo di fatica, emerge. Poi, si diventa professionisti, cioè cavie. Ecco, allora, che a raccontare l’epopea dei campioni non ci vanno letterati dalla penna fine, ma cronisti che cercano sempre il parere di un preparatore atletico, di un massaggiatore, di un medico sportivo per far comprendere perché un atleta sia più bravo di altri. Anche l’atletica leggera, in alcune gare, finisce per trasformarsi in un laboratorio, così come il nuoto.

Qualcuno, in questo clima di eterno sospetto, chiede perché mai Usain Bolt non sia stato ancora “pizzicato”. Le risposte possono essere semplici: o perché è pulito ed è un dono del Signore un atleta di questa bravura, o perché ha trovato il modo di gabbare i controlli antidoping. Dice un medico sportivo che a ogni progresso dell’antidoping, il doping fa due passi in avanti. Se è vero, la battaglia è persa in partenza ma siccome abbiamo già detto che lo sport non è un’attività “normale” per il nostro corpo, bensì un’eccezione, perché non ammettere che per farlo a livelli così alti diventa “naturale” usufruire della medicina e della chimica?

Altri sottolineano che il ciclismo è sempre il primo a pagare, mentre il calcio… Può essere anche vero, ma il problema non è solo l’interesse economico che c’è dietro al pallone a coprirne le beghe, ma anche il fatto che in altri sport gli atleti hanno fatto cadere il velo di paura che avevano nei confronti della scienza, molto più dei calciatori. D’altra parte, gli ormoni della crescita potranno anche favorire un sollevatore di pesi, un lanciatore del martello, un ciclista, ma su un calciatore gli effetti sono quasi nulli. Questo non vuol dire che non si inventi qualcosa di utile per mediani, ali e prime punte. Fatto sta che un terreno così favorevole come quello della fatica individuale (ciclismo, atletica leggera, nuoto, forse anche il tennis) non lo si ritrova negli sport di squadra.

Per quanto, anche il calcio conviva da sempre con molti sospetti. Chi ricorda la “strana” vittoria della Germania Ovest sull’Ungheria nella finale dei mondiali del 1954? Nel giro di un anno quasi tutti i protagonisti di quell’impresa furono ricoverati per evidenti disturbi epatici. E oggi, di fronte al Barcellona, c’è chi sospetta che le cose non filino proprio tutte lisce. Un calciatore e un allenatore malati di cancro nella stessa squadra sono una rarità. Senza dimenticare il “mistero” Sla, malattia che colpirebbe in misura superiore proprio i calciatori, statistiche alla mano. Già, ma nessuno che si premuri di dirci perché colpisca in così rilevante quantità proprio i calciatori italiani e non nelle altre nazioni calcistiche allo stesso livello. Come mai? Forse, alcune nostre società calcistiche, in un certo periodo, confortate dall’assenso di personaggi carismatici, diedero il via a un esperimento le cui le conseguenze sono arrivate fino ai giorni nostri?

Chissà. Resta che se il gesto sportivo è legato a un record, all’abbattimento di una barriera, sembra allora inevitabile che a compiere quel gesto destinato alla storia e alla fama imperitura sia un atleta disposto anche a essere una cavia. Emil Zatopek, oggi, non sarebbe più soprannominato “la locomotiva umana” e le sue imprese verrebbero viste con altri occhi. Ma, forse, nello sport, oggi non serve più una locomotiva umana, ma una specie di robocop della chimica farmaceutica.

 
 
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