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"La lezione di mio padre non si spegne"

13/02/2020  "Abbiamo vissuto nel suo esempio. Ripeteva che la democrazia e il Vangelo sono superiori a qualunque critica. E citava una canzone di Tenco che diceva che per cambiare il mondo non bisogna uccidere, come invece fecero con lui i brigatisti", dice Giovanni Moro nel servizio che Famiglia cristiana ha pubblicato nel numero 6.

«Ricordo quella luce sottile che filtrava da sotto la porta. Io e mia sorella ci addormentavamo sentendo le risate dei miei genitori a tavola». Quarant’anni dopo l’assassinio di suo padre Giovanni Bachelet torna con la memoria ai giorni felici della sua infanzia. A lui e sua sorella Maria Grazia fatti cenare e mandati a letto prima perché suo padre e sua madre avessero, a fine giornata, quella intimità che cementava l’armonia che si respirava a casa. «Allora pensavo che fosse normale quella nostra allegria. Fino agli anni dell’università sono stato convinto che in tutte le famiglie si fosse contenti, che ci si volesse bene. Solo dopo ho capito che era una cosa molto speciale. Bella, ma non ovvia».

Il Vittorio Bachelet padre, marito, professore, presidente dell’Azione cattolica, vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura ha continuato a insegnare, in tutti questi anni, con l’esempio e con la scrittura. Con la testimonianza di una famiglia che da lui ha ereditato soprattutto la forza della mitezza. «Quando penso a  lui», racconta Matteo Truffelli, attuale presidente dell’Aci e curatore, per l’editrice Ave, degli Scritti civili ed ecclesiali,  «mi viene in mente proprio questa sua qualità: la mitezza come forma di coraggio e persino di lotta».

Mitezza e ironia, impegno e studio. «La sua generazione», interviene Rosy Bindi, sua assistente universitaria e con Vittorio Bachelet quella mattina del 12 febbraio quando le Brigate rosse lo uccisero sulle scale dell’università La Sapienza, «era quella che non ha scritto la Costituzione, ma che si è messa al servizio della sua attuazione». La prima monografia di Bachelet, professore di diritto amministrativo prima a Pavia, poi a Trieste e infine a Roma, riguardava l’ordinamento militare. Lui, figlio di un ufficiale dell’esercito, aveva la preoccupazione di riscrivere le forme dell’organizzazione militare e della pubblica amministrazione in modo che rispondessero all’articolo 11 (l’Italia ripudia la guerra) e agli altri principi della nostra Carta fondamentale.  «Il suo impegno», prosegue la Bindi, «era che la pubblica amministrazione avesse una forma tale da essere a servizio della comunità, non uno strumento di potere».

Sono gli anni a cavallo del Concilio, quelli delle rivolte studentesche, dell’Italia che cambia. Vangelo e Costituzione erano i suoi punti di riferimento. «Su questo non retrocedeva», ricorda ancora Giovanni che, negli anni dell’adolescenza lo incalzava con le domande più impertinenti. «frequentavo il Mamiani, il primo liceo occupato a Roma nel 1968. Riportavo a casa i discorsi che sentivo e mio padre mi ascoltava, anche fino a notte fonda. Veniva messa in discussione la democrazia rappresentativa accusata di essere uno strumento borghese, veniva criticata la morale sessuale, l’economia. Le istituzioni venivano messe in discussione da gente che, in quegli anni, è diventata da critica a violenta a clandestina. E mio padre smontava tutte le obiezioni. Ricordo, ad esempio, che sulla democrazia parlamentare mi diceva che anche il Papa alla fine veniva eletto. Perché cosa c’è di meglio che eleggere? Non eleggere vuol dire che comandano i più forti. Con me e con mia sorella “perdeva” volutamente molto tempo per persuadere, con garbo, ma in modo assolutamente impossibile da controbattere, che alcuni strumenti della democrazia e alcune  verità del Vangelo avevano una loro evidenza superiore a tutte le critiche. Non è che Vangelo e Costituzione non si potessero discutere, ma per farlo bisognava avere il coraggio di discuterle anche fino alle tre di notte e poi si vedeva chi aveva più filo da tessere».

Ascoltare, discutere, accompagnare. «Anche con gli studenti», dice ancora la Bindi, «riusciva a stare accanto sia a quelli che avevano maggiori possibilità, anche culturali, che a quelli più bisognosi. Anzi, questi ce li raccomandava con maggiore affetto. Ho in mente una studentessa che aveva tentato di farsi scrivere la tesi di laurea. Me lo feci confessare con molta pazienza e ci mettemmo assieme a rifare tutto daccapo. Ancora oggi ricordo la soddisfazione di Bachelet quando, il giorno della discussione della tesi lei tenne testa a tutta la commissione. Era soddisfatto perché era entrata pienamente nella materia».

Non voleva lasciare indietro nessuno, Vittorio Bachelet. In una Italia spaccata in due dopo le elezioni del ’48, continuava a ripetere che «bisogna essere amici di tutti, includere. È sempre difficile dire cosa avrebbe pensato oggi una persona che non c’è più«», insiste Matteo Truffelli, «ma credo che non avrebbe avuto paura di essere tacciato di buonismo, anzi avrebbe detto che essere buoni è una cosa giusta. Che va cercato il dialogo con chi non la pensa come te, con chi ha un’altra fede, con chi appartiene a un’altra Chiesa. D’altra parte uno dei suoi punti di riferimento era il pastore protestante Martin Luther King».

Il suo impegno era quello, sintetizzato dalla scelta religiosa e dal nuovo Statuto dell’Azione cattolica approvato nel 1969, di «spezzare il pane del Concilio nel popolo di Dio», dice ancora la Bindi. «Non un’associazione fuori dall’impegno civile e politico, ma con il compito di formare, come diceva lui, “buoni cristiani e buoni cittadini”. Sapendo che il primato è della Parola e dell’Eucaristia. “Quando l’aratro della storia scava a fondo è il tempo di gettare il seme buono”, diceva,  e il seme buono sono la Parola e l’Eucarestia».

Che danno la forza di cambiare la storia, di far migliore il mondo. «Ma non come pensavano tanti in quegli anni, ammazzando metà degli essere umani, compreso mio padre e tanti altri uccisi in quegli anni», aggiunge Giovanni. «C’era una canzone di Tenco che gli piaceva molto», ricorda citando il testo: «Se ci diranno che per cambiare il mondo c’è tanta gente da mandare a fondo noi risponderemo: no!». Vittorio Bachelet sapeva che «per migliorare le cose non si può ammazzare,  escludere, rimandare a casa sua  qualcuno. Non si deve dare la colpa agli altri se il mondo non va come vogliamo».

E che occorre anche avere la capacità di recuperare chi ha sbagliato. «Tuttora dubito della portata che si attribuisce alla mia preghiera ai funerali di papà», ricorda oggi Giovanni. Anche se, dopo quelle parole, in tanti dalle carceri cominciarono a chiamare suo zio sacerdote. E padre Adolfo corse dai terroristi rossi e poi da quelli neri, e poi ancora dai mafiosi. «Un altro zio, confermando l’ironia che ha sempre caratterizzato la famiglia di mio padre, diceva che zio Adolfo non veniva più a pranzo da noi perché eravamo incensurati». In ogni caso, conclude Giovanni, «credo che la morte di papà, la nostra preghiera insieme a molte altre, all’atteggiamento di tante famiglie che hanno risposto esattamente come noi, abbia contribuito a mettere un po’ di dubbi a quelli che, in buona fede, credevano di fare una rivoluzione per il bene dell’umanità. E,  però, non avevano imparato quella canzone di Tenco che diceva che non si può cambiare il mondo avendo come programma quello di sopprimere delle altre persone».

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