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Benessere

Bambini nel lettone con mamma e papà: le cose giuste da fare

23/06/2016  Secondo i pediatri, dormire insieme ha tanti vantaggi per la salute dei piccoli e non solo: aumenta, infatti, il senso di sicurezza dei bambini ed evita in più agli adulti di svegliarsi durante la notte. Ma occorre superare paure e pregiudizi...

Mamme e papà più felici (e riposati) se il bambino dorme nel lettone. Ed è molto meglio anche per lui, dato che la “vicinanza” e il contatto fisico lo rendono molto più sereno e soddisfatto. Sono gli stessi adolescenti di oggi a raccontarlo, come Paolo, 15 anni: «Non mi ricordo di quando ero piccolo, però se devo dire cosa ne penso del sonno condiviso… be’, dormire nel lettone è bello, caldo e accogliente. E se mi capita lo faccio ancora volentieri, magari quando non sto bene, e ho bisogno di coccole! Un “tuffo” nel lettone e passa tutto, magicamente…».
È questa l’ultima frontiera della cultura genitoriale e il cosiddetto cosleeping, cioè il condividere lo stesso letto, o comunque lo stesso spazio, già impazza tra le nuove generazioni di genitori. Niente più drastici divieti, con la paura di ingenerare i temutissimi “vizi”; secondo molti pediatri, occorre recuperare una diffusa cultura del “contatto fisico” con i propri cuccioli, di cui la condivisione del sonno è un elemento. Anche gli abbracci, le coccole, l’allattamento al seno a richiesta e prolungato nel tempo ne fanno parte.
«Nella maggior parte dei Paesi del mondo, i bambini dormono con i loro genitori, vengono allattati se si svegliano e questi comportamenti di accudimento non sono considerati un problema», sostiene Alessandra Bortolotti, psicologa del periodo perinatale, che ha appena pubblicato per Mondadori I cuccioli non dormono da soli (208 pagg., 18 euro). «Questo succede perché tutti i neonati hanno bisogno di contatto e di rassicurazione e utilizzano il pianto come segnale non verbale per richiamare i genitori in caso di bisogno, visto che comunque non saranno in grado di parlare almeno fino al primo anno di vita».
Ma torniamo al nostro lettone e ascoltiamo le mamme e i papà. «Quando è nato il nostro bambino, desiderato e atteso per molti anni», racconta Sonia, pedagogista e mamma di Samuele, che oggi ha due anni e mezzo, «in ospedale mi hanno fatto le solite raccomandazioni sul non dare “vizi” al bambino. E tra questi, il solenne impegno a farlo dormire da solo al più presto, per abituarlo al suo lettino. Ma, appena arrivata a casa, ho avvertito un certo disagio a mettere in pratica queste regole e a essere rigida verso il mio cucciolo. Ho ascoltato ciò che sentivo dentro e, dopo alcune letture e ricerche sul cosiddetto “accudimento ad alto contatto”, la scelta di dormire insieme si è rivelata una cosa naturale e bellissima, utile a tutti e due e condivisa da mio marito. Niente levatacce notturne per le poppate, il bimbo si attacca al seno quando vuole, senza quasi che io me ne accorga, e anche la stanchezza è molto più contenuta. Continuiamo a dormire vicini, il suo letto attaccato al nostro, e spero di proseguire così anche quando arriveranno dei fratellini».
Amici, a volte anche parenti, però, non sempre capiscono e le critiche fioccano sui neogenitori: «Io e Alessandro», riflette Sonia, «pensiamo che sia giusto sfatare alcune credenze infondate, cercando di diffondere, il più possibile, modi di accudire che rispettino i bisogni naturali del bambino. È proprio ciò che cerchiamo di fare con nostro figlio… anche a costo di qualche piccola incomprensione».

«Per 10 mesi, tutte le notti», racconta un’altra mamma, la pedagogista Mariaelena La Banca che gestisce il forum di pianetamamma.it, «Matteo si svegliava intorno alle 3, lo allattavo e poi fino alle 5,30 si faceva baldoria. Alle 7, suonava la sveglia e alzarsi non era semplice! A luglio, quando Matteo aveva 10 mesi, siamo andati in vacanza da soli io e lui e, per comodità, ho tolto una sbarra al lettino e l’ho attaccato al mio letto. Da quel momento, il piccolo ha cominciato a dormire e io a documentarmi sugli effetti benefici del cosleeping. Dopo 15 giorni, ha anche smesso da solo di prendere il seno durante la notte e non ne ha più voluto sapere di essere allattato. Sono sempre stata un fanatica della privacy del lettone, il luogo delle coccole di mamma e papà, ho sempre difeso quel luogo “sacro”, ultimo baluardo della coppia che si era prima di diventare genitori. Ho sempre creduto che salvaguardare il lettone dagli “intrusi” volesse salvaguardare la coppia. Mi sbagliavo. Matteo ora ha 18 mesi e dorme ancora con noi, lui nel suo lettino senza sbarra attaccato al lettone e noi nel nostro letto. Mi è capitato di vederlo spesso mettersi seduto, osservare me e il padre, rimettersi giù e riaddormentarsi».
Chi dice no a questa condivisione, in fondo nutre molte paure e pregiudizi. «Il primo timore è di carattere pratico», spiega la pediatra Elena Balsamo, specialista in puericultura e mamma tre volte, «e cioè il timore di soffocare o fare del male involontariamente al bambino. Questo in realtà non succede, anzi, ricerche a carattere internazionale hanno dimostrato che dormire a contatto della mamma riduce notevolmente il rischio della Sids, la cosiddetta “morte in culla”. Uno dei massimi studiosi della materia, James J. McKenna, ha spiegato che oltre ai fattori rassicuranti e tranquillizzanti, l’anidride carbonica presente nel respiro della mamma stimola la respirazione del neonato. Se poi il piccolo dovesse andare in apnea, la mamma che gli è vicina si accorge subito e lo può aiutare. Lo stesso possiamo dire per i risvegli improvvisi o i pianti, che possono subito essere consolati».
L’altra preoccupazione dei genitori è quella educativa, cioè di ingenerare nel bambino un’eccessiva dipendenza: «Ma è vero il contrario», prosegue la dottoressa Balsamo. «Le ricerche mostrano che se il neonato riceve ciò di cui ha bisogno nel momento stesso del bisogno, poi non lo cercherà più. Il contatto con i genitori non genera vizi, ma produce sicurezza e protezione, fondamentali per una crescita sana».

La conferma arriva dalle mamme come Sonia. «Per la mia esperienza con Samuele, è falso dire che il cosleeping genera insicurezza, dipendenza o incapacità di adattamento quando mamma e papà non ci sono, anzi forse è vero il contrario: il nostro bambino va al nido e fa tranquillamente da solo il suo sonnellino pomeridiano, senza nemmeno bisogno di ciuccio o di qualsiasi altro oggetto rassicurante».
Dormire tutti meglio, sembrerebbe la parola d’ordine. E i papà cosa ne dicono? Ci stanno a questa condivisione, o si sentono “di troppo”? «Per mio marito Alessandro», dice Sonia, «dormire tutti insieme è una gioia. Non è questo che rovina il rapporto di coppia, l’importante è che la scelta sia condivisa e che tutti stiamo bene. Le soluzioni ci sono, anche senza avere sempre il bambino nel lettone, basta tenere il suo lettino vicino e comunicante con quello dei genitori, in modo che il contatto sia assicurato. E poi le modalità per garantire l’intimità con il proprio marito ci sono comunque, basta un po’ di fantasia e vivere “intimamente” altri luoghi della casa»!
Certo, alcune regole vanno salvaguardate: il piccolo deve stare dalla parte della mamma, per favorire l’allattamento a richiesta; non devono esserci problemi di salute (come assunzione di farmaci) o di sovrappeso da parte dei genitori; non si devono avere materassi ad acqua e neppure coprire troppo il bambino con piumoni o coperte particolarmente pesanti. «Su tutto», conclude la dottoressa Balsamo, «deve prevalere il buonsenso, e le cose andranno bene, garantendo un buon sonno e un buon riposo, soprattutto alla mamma».
Guardando avanti, poi, crescendo, il piccolo cambierà anche abitudini, ma senza inutili traumi o forzature. «Aspettiamo che sia Samuele a darci dei segnali che è venuto il momento di dormire da solo (alcune ricerche affermano che questo passaggio avviene in modo naturale)», dice mamma Sonia. «Nel frattempo, io e mio marito abbiamo deciso di arredargli la cameretta, perché possa sempre vederla come un luogo interessante, accogliente, da vivere... un luogo dove in futuro non solo potrà giocare, leggere, ascoltare musica, rilassarsi, ma anche dormire da solo... quando sarà pronto per farlo».

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