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Base Usa sotto le bombe di Ankara: errore o intimidazione?

12/10/2019  Due Paesi alleati, entrambi della Nato. Come si spiega allora l'attacco al campo statunitense stanziato a Kobane? Uno sbaglio (ma gli Stati Uniti hanno dato alla Turchia tutte le loro coordinate)? O un avvertimento-forzatura: sloggiate veloci, fateci concludere l'operazione il prima possibile? L'analisi di Fulvio Scaglione

Un'immagine del 4 ottobre di un pattugliamento congiunto tra truppe Use e truppe turche al confine tra Siria e Turchia. Foto Reuters.  In alto: un'esplosione frutto di bombardamenti turchi nel corso avviata qualche giorno fa in territorio curdo-siriano. Foto: Reuters.
Un'immagine del 4 ottobre di un pattugliamento congiunto tra truppe Use e truppe turche al confine tra Siria e Turchia. Foto Reuters. In alto: un'esplosione frutto di bombardamenti turchi nel corso avviata qualche giorno fa in territorio curdo-siriano. Foto: Reuters.

La salva di bombe turche cadute nei pressi della base americana di Kobane può essere interpretata solo in due modi. O si è trattato di un errore, come sostengono i turchi che, in un primo momento, avevano addirittura negato l’accaduto. O è stato un tentativo di intimidazione, come sostengono le fonti militari Usa, per invogliare le truppe americane a sloggiare e a liberare così la strada verso la “capitale” del Rojava curdo. Nell’uno come nell’altro caso (e ancor più nel secondo, visto che i comandi americani hanno fornito ai colleghi turchi le coordinate di tutte le proprie posizioni) il presunto incidente dimostra ancora una volta che la spedizione anti-curda di Recep Erdogan è stata tutto tranne che un’azione improvvisata. Al contrario: l’attacco è stato reso possibile da una concertazione che, in un modo o nell’altro, ha coinvolto una lunga serie di Paesi. Come potrebbe essere altrimenti, se le linee di separazione tra amici, alleati ed ex alleati sono così sottili? E di quale ritiro americano si può parlare, se al minimo errore le basi Usa finiscono sotto il fuoco della Turchia, Paese Nato?

D’altra parte, come abbiamo già anche scritto in queste pagine, la lista di chi si sente minacciato da questa operazione “Fonte di pace” è molto breve. I curdi, ovviamente. E l’Iran, perché la fascia di territorio siriano che dovrebbe ricadere sotto il controllo turco ha anche la funzione di interrompere le linee di comunicazione tra le aree dell’Iraq in cui sono particolarmente forti le milizie sciite filo-iraniane e, appunto, la Siria. Non a caso, come misura preventiva, Teheran ha ordinato una serie di manovre militari al confine con la Turchia. Ma gli altri? Della Turchia è inutile parlare. L’Iraq ha ben altri problemi, tra instabilità politica e rivolte interne. E in ogni caso il Kurdistan iracheno, cioè l’area più direttamente coinvolta, ha sempre avuto rapporti cordiali con la Turchia e freddi con il Rojava dei cugini curdi siriani. Degli Usa si sa, guardano da un’altra parte. La Russia anche, dopo tutto i curdi combattevano a fianco degli americani, problemi loro. In più, per Mosca la buona relazione con Erdogan è strategica, anche per ragioni economiche. E se il Cremlino fa così anche Bashar al-Assad, che da solo potrebbe fare ben poco per opporsi alle mire espansionistiche di Erdogan, si adegua. Sia Mosca sia Damasco, in ogni caso, evitano così di doversi impegnare a fondo nella riconquista di Idlib, che sarebbe costata un sacrificio di civili pari solo a quello di Aleppo. L’Arabia Saudita tace, d’altra parte tutto ciò che spiace all’Iran piace ai sauditi. E questo è quanto.    

Non sarebbe difficile realizzare tutto ciò se non fossimo persi nelle nostre solite ipocrisie. L’ultima, così clamorosa da risultare quasi comica, ha duplice veste: da un lato il timore di una risurrezione dell’Isis, dall’altro lo sdegno perché l’esercito di Erdogan si avvale di milizie piene di terroristi di Al Qaeda e simili. Avremmo dovuto riconoscere a suo tempo che l’Isis è un figlio della politica saudita, che da decenni finanzia il terrorismo islamista in tutto il mondo. Così capiremmo che oggi, grazie all’intesa più o meno tacita di cui si diceva prima e grazie al fatto che a sentirsi minacciato è l’Iran, non c’è alcun bisogno di far rinascere l’Isis. Domani si vedrà, ma oggi no. Quanto ai terroristi nelle milizie pro-Erdogan… Purtroppo ci sono sempre stati, fin da quando il Governo turco inviava armi e denari ai “ribelli” anti-Assad che combattevano in Siria nelle più diverse formazioni, da quelle che volevano esser laiche (tipo l’Esercito libero siriano) a quelle islamiste come Al Nusra, eredi dirette di Al Qaeda. Che scoperta è? Erdogan, convinto di poter abbattere Assad e di ritrovarsi presto a pregare nella moschea Omayyade di Aleppo, come disse in un famoso discorso, firmò con loro un patto con il diavolo che ora non può più rompere. Al Nusra e gli altri hanno militanti, basi e denari in Turchia. Se Erdogan dovesse “tradirli”, la Turchia dovrebbe affrontare un’ondata di attentati che metterebbe a rischio la stabilità, già non eccelsa, del regime. E questo il Sultano non può permetterselo

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