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Belletti: una novità in inglese, una certezza nelle famiglie italiane

01/10/2013 

E’ importante che si cominci a parlare, finalmente, di family caregiver, cioè di quelle persone che diventano punto di riferimento, in una famiglia, per le persone non autosufficienti: un figlio disabile, da bambino e per tutta la sua vita, oppure un anziano genitore che diventa sempre più fragile,e quindi dipendente dall’aiuto di altri, oppure un adulto che manifesta disagio psichico o disadattamento sociale, ma rimane nella famiglia.

Si tratta, in effetti, di dare riconoscimento e sostegno ad una funzione che la famiglia svolge ”per sua natura”, perché i legami familiari – nella coppia, verso i figli, verso i propri genitori – sono necessariamente legami di debito reciproco, di relazione, di cura dell’uno verso l’altro. Non si fa famiglia senza questo orizzonte: “nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia”. E non solo tra gli sposi.

In una società come quella contemporanea, malata di individualismo, di sete assoluta di autorealizzazione individuale, di un “beautiful me” che non vede l’altro se non per usarlo, è importante che emerga e si faccia sentire la presenza e la voce di questo immenso patrimonio di silenziosa solidarietà, tesoro troppo spesso sepolto dentro le case delle nostre famiglie. Anche la necessità di usare un termine inglese è “segno dei tempi”: family caregiver è efficace espressione sintetica (letteralmente: “colui che dà cura in famiglia”), ma indica anche la mancanza, nel nostro Paese, di un vocabolo che descriva quella disponibilità al sacrificio e alla cura dell’altro, che qualifica da sempre l’esperienza familiare. Ma, proprio perché “naturale”, pervasiva del familiare, non ha mai chiesto definizione specifica. Si potrebbe dire: non c’è verità della famiglia senza la disponibilità alla cura dell’altro: i “family caregivers” lo testimoniano e lo svelano quotidianamente.

Perché allora farsi sentire? Perché questa cura familiare è rimasta come abbandonata da un sistema di welfare che soprattutto in questi ultimi anni si è ritirato, verso una radicale semplificazione: o le persone fragili sono istituzionalizzate (e quindi assorbono molte risorse pubbliche, ma non coinvolgono più la famiglia), oppure gli interventi e i servizi delegano sempre di più alle famiglie la custodia della “domiciliarità”. Così, le famiglie che curano difficilmente ricevono quei pochi sostegni che le aiuterebbero a resistere, con costi che sarebbero comunque nettamente inferiori per lo Stato rispetto alla residenzialità, e con una qualità di vita nettamente migliore, per le persone fragili, a casa propria.

Non lasciamo sole le famiglie, non lasciamo soli i family caregivers: solo sostenendo le famiglie che curano si potrà costruire una “società che cura”, anziché emarginare le persone fragili e non produttive. Anche così si combatte quella “cultura dello scarto”, che Papa Francesco denuncia con tanta chiarezza, come nemica dell’umano.

 
 
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