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Betlemme: I bambini di Effetà

25/05/2014  Voluto da Paolo VI nel 1964, l'istituto gestito dalle suore Maestre di Santa Dorotea cura la piaga della sordità, molto diffusa tra i palestinesi

Suor Piera Carpenedo con i bambini di Effetà (foto R. Gobbo).
Suor Piera Carpenedo con i bambini di Effetà (foto R. Gobbo).

Betlemme - Protagonista della celebrazione eucaristica di papa Francesco, in piazza della Mangiatoia a Betlemme, è stata l'infanzia. E non poteva essere che così, visto il luogo, fortemente simbolico, della nascita di Gesù. “Troverete un bambino – Questo per voi è il segno”. E come segno della volontà di Dio, e di una società che migliora, papa Francesco ha citato l'Istituto betlemita  “Effetà”, per la rieducazione audiofonetica dei bambini audiolesi, voluto da Paolo VI, nella sua visita in Terra Santa del 1964, gestito dalla Congregazione delle suore Maestre di Santa Dorotea, Figlie dei Sacri Cuori di Vicenza, e sostenuto dal Patriarcato Latino di Gerusalemme, con la Cnewa, Catholic Near East Welfare Association, tramite la Missione Pontificia per la Palestina.

 “Il bambino a Betlemme è fragile, non sa parlare – ha continuato Bergoglio -. E' debole e ha bisogno di essere aiutato e protetto”. Suor Piera Carpenedo, direttrice di Effetà, da quasi vent'anni quel bambino lo aiuta a sentire, lo aiuta a parlare. “Se il bambino riesce ad articolare qualche suono, è giusto incoraggiarlo”. E quest'anno, per la prima volta, un gruppo dei suoi studenti darà gli esami di maturità. Un grande risultato, che premia l'impegno delle suore vicentine per cercare di dare dignità e speranza a ragazzi che altrimenti non avrebbero alcuna opportunità, anche perché, specialmente, nelle zone rurali, la disabilità è ancora stigmatizzata.

In Palestina, il 3% della popolazione ha problemi di udito. In alcuni villaggi, particolarmente isolati, la percentuale sale al 15% degli abitanti, classificandosi tra le più alte al mondo. “La diffusione della sordità – spiega suor Piera – è quasi completamente da imputarsi all'eredità genetica; stiamo parlando di un Paese dove il 40% dei matrimoni è combinato, all'interno della famiglia allargata, o tra primi cugini, per mantenere integro il patrimonio. Molte famiglie hanno più di un figlio sordo, abbiamo una ventina di fratelli, anche 4 della stessa famiglia. C'è una madre con nove figli, di cui 5 sordi. Ce n'è un'altra che ha tre bambine, tutte sorde, e il marito vuole il maschio. Abbiamo fatto lezioni con una genetista musulmana che ha cercato di spiegare alle madri che non devono far sposare le figlie ai cugini, sta scritto anche nel Corano. Però non è facile. Le donne qui sono fataliste, rischiano, e dicono: 'Ci penserà Allah'”.

All'Effetà, la scuola superiore è un'acquisizione recente, mentre funzionano da tempo le medie, le elementari e la materna. I bambini arrivano già a un anno e vi restano fino ai 18. Attualmente, ci sono in tutto 170 ragazzi, seguiti da 34 docenti a tempo pieno, 7 suore, oltre a personale specializzato (assistente sociale, consulente pedagogico e audiologico, logopediste...). “Quando sono piccoli piccoli, l'approccio ovviamente è con il gioco – racconta suor Piera -. Palle, bambole, fischietti, qui c'è di tutto. E poi i bambini imparano a stare in un ambiente estraneo alla famiglia. Lavoriamo anche con le madri, affinché imparino a considerare il figlio 'normale, con un problema'. Per loro non è facile, la prima cosa che ci chiedono è se avranno altri figli, se saranno sordi pure loro. Sono donne che soffrono, ma cercano di non darlo a vedere, dicendo mina Allah, tutto viene da Dio. Devono fare il passo: da subire il figlio, ad accettarlo. E cominciano ad accettarlo, quando il figlio impara a dire 'mamma', allora si commuovono”.

Il primo gesto fortemente simbolico di papa Francesco è stato scendere dalla papamobile per toccare il muro che divide i Territori palestinesi da Israele, fatto erigere dal Governo israeliano per ragioni di sicurezza, ma che di fatto ha segregato la popolazione palestinese. “Il muro impedisce la libertà di movimento – dice ancora suor Piera -. Anche se non abbiamo necessità di andare a Gerusalemme tutti i giorni, il fatto di sapere che qualcosa ti blocca, ti mette a disagio. E poi i nostri bambini hanno bisogno di vedere, per poter dare un nome a ciascun elemento dell'ambiente. Il mare, per esempio, basta andare a Tel Aviv, da qui un'ora di strada circa. Oppure, lo zoo, è vicino, appena al di là del muro. Ma per andare, servono i permessi. Non un permesso unico alla scuola, ma un permesso ad personam. A volte lo concedono, altre no, oppure lo concedono ai bambini, ma non ai genitori, a volte neppure a tutti i bambini, e generalmente ti lasciano in sospeso fino all'ultimo. Così, organizzare una gita, diventa molto complesso ed è facile scoraggiarsi. E anche quando ottieni l'ok, al check point, i soldati fermano l'autobus, entrano con i mitra, spaventano i bambini. Ma se poi finalmente si riesce ad andare, la gioia dei bambini è tale, che si dimentica tutta la fatica”.

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