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domenica 05 luglio 2020
 
il paese latinoamericano nel caos
 

Il crollo di Evo Morales, il "cocalero" indigeno diventato leader

11/11/2019  Spinto dalle proteste di piazza scoppiate subito dopo le elezioni del 20 ottobre e dall'esplicita richiesta del comandante delle Forze armate, il presidente della Bolivia, in carica dal 2006, ha rassegnato le dimissioni, denunciando tuttavia un colpo di Stato in atto nel Paese.

(Foto Reuters: qui sopra, Evo Morales mentre annuncia le sue dimissioni. In copertina: manifestanti che chiedono la sua rinuncia)

Con le dimissioni annunciate la sera del 10 novembre, dopo settimane di proteste di piazza e il "suggerimento" del capo delle Forze armate a rinunciare, si conclude la parabola di Evo Morales, 60 anni, il primo indigeno nella storia della Bolivia a sedere la sulla poltrona di presidente. Il Paese latinoamericano è piombato nel caos subito dopo le elezioni presidenziali del 20 ottobre, quando gli osservatori dell'Organizzazione degli Stati americani hanno denunciato brogli e manipolazioni del voto, che avrebbero portato a una nuova vittoria di Morales - per la quarta volta - già al primo turno, senza bisogno di andare al ballottaggio. Il giorno dopo le elezioni centinaia di manifestanti si sono riversati per le strade della capitale La Paz e nei giorni seguenti le proteste hanno continuato ad allargarsi coinvolgendo decine di migliaia di cittadini. 

Secondo il leader dei movimenti del comitati civici Luis Fernando Camacho (dell'opposizione), ci sarebbe un ordine di cattura per Morales. Ma la notizia è stata smentita dal comandante della polizia nazionale. Ora, per l'ex presidente si aprono diversi scenari: restare nel Paese o riparare all'estero. Il Messico gli ha già offerto accoglienza, ma Morales ha dichiarato di non voler abbandonare la Bolivia e di restare a Cochabamba, la sua roccaforte storica. Prima di annunciare le dimissioni, l'ex presidente ha indetto una nuova tornata elettoral e ha denunciato un colpo di Stato in atto nel suo Paese.

Si conclude così - almeno per il momento - la mirabolante e controversa parabola del leader sudamericano. Indigeno di etnia Aymara, originario di Orinoca, centro minerario sull'altopiano, a quasi 4mila metri di altitudine, figlio di una famiglia poverissima, Morales cresce tra il lavoro della terra, la musica (come trombettista), la dirigenza di vari club di calcio, la sua grande passione, e l'impegno nei sindacati. Ambizioso e carismatico leader del sindacato dei cocaleros, ovvero i coltivatori della pianta della coca, viene eletto per la prima volta deputato nel 1997, fino a raggiungere la vetta del potere nel 2006. In quel momento, l'elezione a presidente di un indio e cocalero rappresenta un evento epocale in Bolivia, il Paese latinoamericano con la più vasta popolazione nativa (circa il 50% complessivamente, con punte che superano il 70% nelle zone rurali).

Leader del Movimento per il socialismo (Mas), si impone come leader di sinistra, con politiche apertamente anti-liberiste e anti-imperialiste. Si impegna in favore delle popolazioni native e promuove una nuova Costituzione, approvata nel 2009, che, oltre a permettere al presidente di candidarsi per due volte di seguito, trasforma il nome del Paese da Repubblica di Bolivia a Stato plurinazionale di Bolivia, con il riconoscomento  e la tutela di tutte le etnie originarie (preesistenti rispetto al colonialismo), della loro autonomia e della loro cultura tradizionale. Resta memorabile l'incontro del 2015 in Bolivia fra lui e papa Francesco, quando il presidente indigeno regala a Bergoglio un crocifisso di legno con intagliati falce e martello.  

Il più grande errore politico di Evo Morales è quello di voler accentrare il potere nelle sue mani e basarsi su un eccessivo personalismo, cercando di perpetuare la sua leadership. Nel 2016 promuove un referendum su una riforma costituzionale che gli permetta di candidarsi ed essere eletto per un quarto mandato nel 2019, non accetta il risultato sfavorevole e la volontà sovrana del popolo e presenta ricorso al Tribunale supremo elettorale appellandosi alla superiorità della Convenzione americana dei diritti umani rispetto alla Costituzione boliviana. Il Tribunale gli dà ragione, gli concendo il via libera alla ricandidatura: questa decisione clamorosa segna comunque una rottura netta, non più rimarginabile, fra Morales e buona parte della popolazione che vede nel comportamento istituzionale del presidente una forma di insostenibile autoritarismo.

Morales, dunque, si ricandida. E per lui è la fine. Le elezioni del 20 ottobre 2019 decretano il suo crollo politico, la sua sconfitta, l'uscita dalle scene, dopo quasi 14 anni di potere ininterrotto, dell'ultimo leader latinoamericano (escludendo il venezuelano Nicolas Maduro) fautore del socialismo del XXI secolo.

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