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giovedì 02 aprile 2020
 
 

Quando le parole possono uccidere

19/12/2014  L’intervista che Franco Bomprezzi aveva rilasciato al mensile Credere per commentare la campagna promossa da Famiglia Cristiana, Avvenire e dai giornali della Fisc per educare all’uso consapevole e rispettoso del linguaggio.

«Le parole sono contenitori. Dentro, c’è la vita. Ci sono le persone. Con la loro dignità». Franco Bomprezzi è uno che in mezzo alle parole ci vive. Sa scegliere quelle giuste, nell’immenso mare di parole senza senso, parole inutili, parole vuote. «Una parola non vale l’altra », afferma riferendosi alla campagna Anche le parole possono uccidere. Giornalista e scrittore, è affetto da osteogenesi imperfetta, malattia che lo costringe su una sedia a rotelle. In pratica, le sue ossa sono fragili come steli di cristallo: un soffio di vento, e si rompono. Ma ciò non gli ha impedito di lottare contro i pregiudizi e per il suo impegno ha ricevuto l’Ambrogino d’oro dal Comune di Milano e l’onorificenza di Cavaliere della Repubblica dal presidente Giorgio Napolitano.

Franco, si può uccidere con le parole?
«Sì: il linguaggio non è mai neutro e non esiste una mediazione al ribasso su questioni che riguardano la persona. Purtroppo, oggi le parole vengono utilizzate con troppa leggerezza e superficialità, per questo la campagna di Famiglia Cristiana è molto importante. È un primo passo verso la consapevolezza di come, spesso, la violenza nasca da un uso sbagliato dei termini. Ne abbiamo avuto esempi in questi giorni…».

In che senso?
«Sono rimasto esterrefatto dalla leggerezza con la quale il presidente della Sampdoria, Massimo Ferrero, ha “consigliato” a Massimo Moratti di cacciare via quel “filippino”, riferendosi all’attuale presidente dell’Inter Erick Thohir. Definito poi da Evelina Christillin – tifosa della Juve e amica della famiglia Agnelli − “Cicciobello dagli occhi a mandorla”. Sono solo due esempi, ma abbastanza evidenti di come dalle parole possa nascere la violenza».

Da dove iniziare per cambiare qualcosa?
«Prima di tutto, è necessario capire che l’uso scorretto e superficiale delle parole non è una questione che riguarda soltanto i giornalisti, o la politica, oppure alcune categorie… La scuola può fare molto, ma deve esserci impegno anche nel mondo del volontariato, in quello delle istituzioni e nella famiglia, dove il bambino impara le prime parole. È un discorso che deve interessare tutti. Il rischio, altrimenti, è quello di credere che il “politicamente corretto” debba riguardare soltanto alcuni settori».

Il linguaggio avvicina o allontana le persone?
«Le parole, per loro natura, creano ponti. Il problema è che ormai parliamo ma non ascoltiamo, scriviamo ma non leggiamo… E non siamo neppure consapevoli delle parole che diciamo. In un noto programma televisivo, un concorrente si rivolse a un altro col termine “mongoloide”. Ovviamente, ci furono molte critiche e quel concorrente se ne stupì “sinceramente”, non capendo da cosa nascessero le polemiche… Ci vuole sempre un nesso tra le parole e la vita, altrimenti il linguaggio fine a se stesso non ha senso. Se manca di reciprocità, è inutile».

Oggi le parole vengono twittate, postate su Facebook, inviate per mail… Che senso hanno?
«A ben vedere, il punto è proprio questo: sfruttiamo le parole, le usiamo fuori dal loro contesto, le carichiamo di violenza e, soprattutto, dimentichiamo che al centro di ogni comunicazione non ci sono le parole ma le persone, che hanno un nome, una storia e, soprattutto, il diritto a essere rispettate».

Che cosa ha fatto sì che le parole diventassero “proiettili”?
«La paura. Usiamo le parole per difenderci. Nell’attuale crisi socio-economica, il linguaggio serve a marcare il territorio: noi di qui, loro di là. Abbiamo il terrore di essere “annientati” dall’immigrazione, ad esempio, e utilizziamo le parole per ghettizzare gli immigrati, per costruire uno steccato in cui riconoscersi. Ciò vale per la politica, ma anche per la religione, un ambito in cui l’uso delle parole sta diventando molto aggressivo. Non a caso, spesso ci sono richiami ad “abbassare i toni”. E non a caso oggi si torna a parlare di “cattivi maestri”».

Tu ti occupi di disabilità: anche questo è un ambito in cui le parole vengono utilizzate spesso a sproposito…
«Sì, è vero. Soprattutto in Italia, le parole legate alla disabilità si logorano in fretta e devi sempre trovarne di nuove: handicappato, diversamente abile, persona con disabilità… Non è avvenuto così in Francia, ad esempio, dove il termine Handicapé non ha connotazioni negative. Da noi, però, permane uno stigma che fa fatica a essere rimosso».

Ti sei mai sentito colpito da una parola?
«No, perché ho un’autostima fortissima (ride). Mi sono però sentito ferito per le altre persone. Perché ci sono categorie più ferite di altre dalle parole…».

Quali?
«Tutte quelle che non corrispondono all’idea di progresso efficiente, di successo veloce e performante. C’è oggi un’idea di bellezza legata alla fisicità, ad esempio, e tutto ciò che non rientra in questi canoni viene “scartato”».

Dalla parola alla parola di Dio: quale senso ha per te?
 «All’inizio della storia della salvezza c’è il Verbo che si è fatto carne. Penso che tutti dovremmo tornare a riflettere su questo aspetto. Dobbiamo fare un po’ di silenzio per riscoprire la Parola come un linguaggio da vivere e non soltanto da leggere. E, a mio parere, papa Francesco sta facendo un uso affascinante delle parole, scegliendo quelle più semplici e “facili”, che però aiutano a meditare. A riscoprire che, dietro di esse, ci sono le persone. La loro vita».

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