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L'unionista Bosch: "Siamo catalani ma dentro la Spagna"

27/04/2019  "La società della regione è divisa, ma non c'è un scontro", dice il presidente di "Societat civil catalana", associazione contraria all'indipendentismo. "Riguardo alle elezioni, guardo con preoccupazione alla forte crescita del populismo e degli estremismi".

Manifestazione di catalani unionisti a Barcellona il 3 ottobre 2018 (foto Reuters).
Manifestazione di catalani unionisti a Barcellona il 3 ottobre 2018 (foto Reuters).

(Foto tratta dal profilo Facebook di Societat civil catalana: Josep Ramon Bosch)

Alla vigilia delle elezioni generali anticipate spagnole, una delle grandi questioni aperte sul tavolo della politica nazionale è il processo indipendentista della Catalogna, che divide la società stessa della regione autonoma. A delineare il quadro della situazione attuale a Barcellona e dintorni è Josep Ramon Bosch, 56 anni, imprenditore, attivista politico e leader di Societat civil catalana, un'associazione civico-politica espressione della visione unionista, contraria alle istanze indipendentiste, in favore di un modello federale della Catalogna all'interno della Spagna. 

Bosch, la Catalogna sta vivendo un momento di forte polarizzazione.

«La società catalana è divisa, è vero, ma non c’è nessuno scontro, non ci sono problemi di convivenza tra gli abitanti. Si tratta di una divisione di carattere ideologico, ma di fatto vissuta con molta tranquillità nel quotidiano», spiega Bosch. «Dobbiamo mettere a tacere gli allarmismi, che fanno pensare che in Catalogna si stia consumando una guerra civile. C’è stato un processo indipendentista molto potente e al momento ci sono leader indipendentisti che si trovano chiusi in carcere e sono sotto processo, ma tutto sta avvenendo in una situazione di stabilità. Io, ad esempio, mi sento molto spagnolo, ma la maggioranza della mia famiglia è indipendentista. La gente convive senza problemi, portando avanti le diverse opinioni. La divergenza è sul modello di Stato: la metà dei catalani sono per l’indipendenza, l’altra metà no. Ma il confronto si gioca a livello politico, non tanto sociale».

A livello di percentuali, quanto sono per la Catalogna indipendente e quanti per la permanenza nello Stato spagnolo?

«In generale più o meno il 48% della popolazione catalana è indipendentista, il 52% è unionista. Però i sondaggi vanno cambiando. La società catalana è divisa in tre forme diverse: c’è una prima divisione tra gli abitanti della costa e soprattutto di Barcellona, che non sono indipendentisti, e la parte interna, rurale della Catalogna che invece lo è. Una seconda divisione riguarda le classi sociali: la classe medio-alta è per l’autonomia, le classi più basse, popolari sono più spagnoliste e unioniste. Basti prendere due esempi di città: Sant Cugat del Vallès, il Comune più ricco della Catalogna, ha un 80% dei cittadini indipendentisti, mentre a Sant Adrià de Besòs, la cittadina più povera, l’80% della cittadinanza è unionista. C’è infine una terza divisione, la più dura: quella linguistica. Il 50% dei catalani ha come lingua materna il catalano, l’altro 50% il castigliano. E questa separazione riflette la distinzione socio-economica: chi parla catalano fa parte della classe alta, dirigente, chi ha il castigliano come lingua madre vive nelle zone industriali e fa parte del ceto popolare, in gran parte non è di origine catalana ma proviene dal resto della Spagna (o da altri Paesi, come quelli dell’America latina)».

La Catalogna continua ad essere il motore economico della Spagna. E' chiaro che una delle istanze fondamentali dell'indipendentismo riguardi l'economia e la fiscalità della regione. Cosa pensa al riguardo?

«In realtà il processo indipendentista ha prodotto una gravissima crisi economica: 5.500 imprese e le due banche della Catalogna se ne sono andate. Gli investimenti stranieri in Catalogna sono caduti, mentre nel contempo sono fortemente cresciuti a Madrid. La Generalitat (il Governo autonomo) si trova in una situazione finanziaria molto complicata. Ma la verità è che il tema dell’indipendenza non è economico: è un tema sentimentale e identitario. La questione economico-fiscale è una scusa: il tema in discussione riguarda l’identità, la lingua, la cultura, il sentimento dei catalani che non si sentono integrati nel resto della Spagna».

Ma non si può certo negare che la Catalogna sia un'entità geografica, storica e culturale ben definita, con una sua lingua e una sua identità. 

«Noi rifiutiamo l'idea che i catalani non siano spagnoli e pensiamo che l’indipendentismo sia frutto di una manipolazione della storia.  La Catalogna ha avuto un percorso storico proprio, ma sempre all'interno della Spagna. Difendiamo il catalanismo, ma sempre all’interno della hispanidad, l'identità nazionale». 

Quali sono le sue previsioni per la tornata elettorale?

«Ci troviamo in un momento molto passionato ma insieme molto complicato per il futuro del Paese. Abbiamo due blocchi, di destra e di sinistra, che si contrappongono in modo molto forte e deciso. Io guardo con forte preoccupazione alla crescita delle frange estreme, di destra e di sinistra. Noi auspichiamo un Governo di grande coalizione fra Partito socialista, Partito popolare e Ciudadanos, proprio per arginare il populismo e gli estremismi di ogni parte, tra i principali responsabili della crisi economica e dell'instabilità. Purtroppo la previsione è che l’estrema destra avrà una grande crescita, e questo complicherà molto il futuro e la stabilità della Spagna».

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