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sabato 24 ottobre 2020
 
Politica
 

Buonanno condannato per le frasi razziste contro i rom

27/04/2016  Il sindaco di Borgosesia li aveva definiti «la feccia della società». Per il Tribunale di Milano l’espressione è offensiva, diffamatoria e discriminatoria. Un classico esempio di “discorso d’odio”, aggravato dal ruolo politico dell’esponente leghista.

É discriminatorio affermare che «i rom sono la feccia della società». Sembra facile capirne il motivo, ma all’eurodeputato della Lega Nord Gianluca Buonanno ha dovuto spiegarlo il Tribunale di Milano.

Il 19 aprile ha infatti accolto in pieno il ricorso presentato dalle associazioni Asgi e Naga per la sua frase pronunciata durante la trasmissione televisiva Piazza Pulita (La7) del 2 marzo 2015.

Per il giudice, associare il termine “feccia” a un’etnia «non solo è grandemente offensivo e lesivo della dignità dei destinatari, ma assume altresì un’indubbia valenza discriminatoria». Buonanno, che è anche sindaco di Borgosesia (sul sito istituzionale campeggia il logo cittadino accanto al politico in versione Superman), è stato condannato alla pubblicazione dell’ordinanza entro 30 giorni, «in caratteri doppi del normale ed in formato idoneo a garantirne adeguata pubblicità», sul Corriere della Sera. Inoltre, dovrà dare un risarcimento di 12 mila euro alle due associazioni, difese dagli avvocati Alberto Guariso, Mara Marzolla e Livio Neri.

Così si rappresenta il sindaco Buonanno sul sito ufficiale del Comune di Borgosesia. In copertina: l'esponente leghista durante la trasmissione di La7.
Così si rappresenta il sindaco Buonanno sul sito ufficiale del Comune di Borgosesia. In copertina: l'esponente leghista durante la trasmissione di La7.

All’europarlamentare, che non è nuovo a espressioni razziste e a condanne simili, la sentenza contesta «l’elevato contenuto discriminatorio delle affermazioni pronunciate, la loro portata diffamatoria e denigratoria, la reiterazione per ben quattro volte della frase offensiva, l’assoluta convinzione con la quale sono state pronunciate tanto da non indurre alle scuse malgrado l’espressa possibilità offerta dal conduttore, il fatto che le offese sono state pronunciate nel corso di una trasmissione in onda su di un’importante emittente televisiva in prima serata e quindi con ampia diffusione mediatica e infine il ruolo politico e pubblico del Buonanno e la sua notorietà».

Nei giorni successivi alla trasmissione, su Facebook la parola “feccia” ricorreva con alta indicizzazione associata a “rom”. Questa forma di razzismo non era certo un fatto nuovo nei social network (e nella realtà), ma l’associazione dei due termini è stato un comportamento scorretto indotto dall’europarlamentare. Interviene in proposito Milena Santerini, presidente dell’Alleanza parlamentare contro l’intolleranza e il razzismo del Consiglio d’Europa: «Su questi temi i politici hanno una particolare responsabilità: devono evitare in ogni modo discorsi discriminatori e che possano diffondere un clima d’odio».

Un rapporto appena pubblicato dall’Associazione 21 luglio conferma la preoccupazione: dei discorsi d’odio (hate speech) censiti in Italia, l’87% è stato pronunciato da uomini politici. Per questo, proprio in vista delle amministrative di giugno, la deputata lancia un appello: «Invito tutte le forze politiche e i candidati a non usare il tema della presenza delle popolazioni rom per seminare la paura e minare la convivenza».

Sui discorsi discriminatori e razzisti, quindi, i politici hanno una maggiore responsabilità, non una legittimazione a “dire quello che vogliono” in base al loro ruolo. A Buonanno, infatti, non è stato riconosciuto il diritto all’immunità di cui godono i deputati europei nell’esercizio delle funzioni parlamentari: il giudice ha ritenuto che le parole utilizzate non fossero «espressione di opinioni politiche, seppur manifestate con toni aspri e duramente critici», ma al contrario avessero «come unica finalità la denigrazione e l’offesa».

Del resto, il sistema democratico è quello dove la libertà di espressione e di parola trova il suo massimo riconoscimento e prevede le tutele più robuste per la sua piena affermazione. Al contempo è proprio il sistema democratico che legittimamente pone dei limiti, come ha ricordato il Tribunale di Milano, quando la parola diventa discriminatoria e razzista. Con Karl Popper possiamo affermare che «dovremmo rivendicare, nel nome della tolleranza, il diritto a non tollerare gli intolleranti».
 


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