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venerdì 28 febbraio 2020
 
Teatro dell'Opera di Roma
 

Buonanotte ai suonatori

03/10/2014  Orchestrali e coristi dell'Opera di Roma sono stati licenziati e dovranno costituirsi in cooperativa. Una decisione drastica e dolorosa, causata dal rifiuto dei sindacati e dei lavoratori a rivedere un sistema di privilegi anacronistico.

Ogni volta che una persona perde il lavoro si consuma un dramma personale e collettivo, di fronte al quale bisogna avere un atteggiamento di rispetto e solidarietà.  Questa è la premessa indispensabile a ogni commento sul licenziamento dell'orchestra e del coro dell'Opera di Roma, una procedura drammatica e dolorosa, come hanno avuto modo di dire il sindaco Marino e il ministro Franceschini, che riguarda 182 lavoratori.

Proprio per evitare che episodi così gravi si ripetano, bisogna cercare di capire come è maturata la decisione. Da tempo l'Opera di Roma versa in condizioni economiche disastrose: il bilancio del 2013 è stato chiuso con un deficit di 12,9 milioni di euro, a cui si devono aggiungere i 30 milioni di euro di passivo nel patrimonio.

È evidente che nessun tipo di impresa può sopravvivere in queste condizioni.
In passato, lo Stato sanava le perdite. Ora lo Stato ha i suoi problemi e non può più mettere soldi alla cieca. Per questo la legge Bray prevede che lo Stato intervenga a sostegno degli enti lirici in difficoltà, a patto che sottoscrivano un piano di rientro. Il sovrintendente Carlo Fuortes aveva già avviato la richiesta, ottenendo la promessa di un aiuto statale di 25 milioni di euro.

Qui cominciano i problemi. Quei 25 milioni sarebbero arrivati in cambio dell'impegno dei lavoratori del Teatro dell'opera a sottoscrivere un nuovo contratto, che rimodulasse il loro rapporto di lavoro. La proposta originaria di Fuortes non prevedeva né licenziamenti né tagli di stipendi, ma una revisione del contratto integrativo e l'impegno a una maggiore produttività, per aumentare i ricavi.

Qui è d'obbligo sapere che il contratto integrativo di cui stiamo parlando valeva qualcosa come 12,5 milioni di euro all'anno e prevedeva indennità davvero singolari, come la trasferta a Caracalla (come se i musicisti della Scala chiedessero l'indennità per suonare appena fuori Milano), l'uso del frac, l'umidità...

Tutto bene, dunque? Nient'affatto! Orchestrali e coristi, guidati da alcune sigle sindacali, hanno intrapreso una battaglia durissima, respingendo ogni mediazione e compromesso. Ecco gli scioperi, che hanno fatto saltare il programma musicale a Caracalla, con enormi danni d'immagine. E infine il colpo di grazia: le dimissioni (come altro chiamarle) di Riccardo Muti, un direttore che tutto il mondo ci invidia...

Il risultato è stata una pesante riduzione degli incassi di biglietteria e la fuga degli sponsor privati.

È stato un atto scellerato, quello del sovrintendente Fuortes? Non c'erano alternative al licenziamento degli orchestrali? Fuortes ha spiegato che, alla stregua di molti altri teatri europei, i musicisti potranno costituirsi in cooperativa ed essere assunti a progetto. In questo modo, la minaccia degli scioperi, che ha ostacolato il piano di risanamento, è superata.

Il punto, però, è un altro: hanno fatto bene i lavoratori dell'Opera di Roma a rifiutare le proposte di Fuortes? Hanno avuto ragione a scioperare, questa estate, facendo saltare i concerti a Caracalla? Era giusto difendere un contratto integrativo oneroso e così fantasioso nella casistica delle indennità previste? Era proprio impossibile impegnarsi ad aumentare la produttività, cioè gli spettacoli, in modo da aggiustare il bilancio?

L'impressione è che un'eccessiva sindacalizzazione abbia impedito ai lavoratori di capire che, a fronte di un bilancio insostenibile, valeva la pena rivedere un sistema di privilegi anacronistico, incomprensibile alla stragrande maggioranza dei loro connazionali. È vero che ad appesantire il bilancio del teatro vi è anche l'abnorme numero di personale amministrativo, spesso piazzato dai politici, tuttavia perché un intervento su questo fronte dia buoni frutti occorre tempo.

In linea di principio, per un ente lirico e un'istituzione culturale è preferibile contare su un organico fisso, piuttosto che su collaboratori esterni (quali diventeranno appunto orchestra e coro dopo il licenziamento). Ma se non ci sono le condizioni per questa situazione ideale, è meglio un ente lirico con un'orchestra esterna che la morte dello stesso ente lirico.

L'amara realtà è che si è persa una grande occasione: se sindacati e lavoratori avessero dimostrato minore intransigenza, forse ora non saremmo qui a scrivere un Requiem.

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