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domenica 25 ottobre 2020
 
CAMPIONI
 

Dopo i trionfi, il buco nero

28/02/2014  I casi di Thorpe e Hackett e una ricerca sull'Nba svelano il più grande problema dello sport di vertice: quando l'agonismo finisce i campioni vanno in crisi. Possibile che chi cresce ragazzi di talento non li prepari a quel momento?

L’orlo di un baratro, un buco nero. È questo, prima di tutto, il ritiro per un atleta di vertice: un salto nel vuoto che fa paura e che il più delle volte, più o meno consciamente, si rimuove. Si spengono i riflettori e puf: buio. L’uomo prigioniero del campione che è stato si scopre impreparato alla vita di tutti. È così da sempre. Ora che i campioni sono stelle di un firmamento che brilla di luci amplificate in tutto il mondo molto di più. Ma il mondo dello sport ne parla mal volentieri, perché si tratta di ammettere, dopo il trionfo, il fallimento.  

Poi succede che in pochi giorni diventano di dominio pubblico storie di eroi decaduti: Ian Thorpe, l’imbattibile delle piscine, a neanche 32 anni se la vede con la depressione. Idem per Grant Hackett: stessa squadra, stessi trionfi, l'altra faccia dello stesso precipizio. Non basta: una ricerca svela che il 60% delle star Nba finisce sul lastrico a 5 anni dal ritiro. E un’altra del 2011 conferma che il 90% dei calciatori italiani affronta con disagio il post-agonismo. Numeri impressionanti.

E allora non resta che guardare negli occhi seriamente lo sport professionistico e fargli una volta per tutte la più scomoda delle domande: diventare campioni è un’opportunità o un rischio? Non è che lo sport d’alto livello prepara,  dietro l’angolo di una fulgida vetrina breve e intensa, un domani per baby pensionati sull’orlo di una crisi di nervi?   Sorge il sospetto che scendere per sempre dal podio per riadattarsi alla quotidianità senza riflettori sia più difficile che vincere la medaglia d’oro. Perché, se hai talento hai attorno molte persone che lavorano con te perché tu vinca: allenatori, medici, psicologi, tecnici, manager, famiglie ti aiutano a restare concentrato sul risultato. Una volta ottenuto, nessuno ti insegna davvero ad affrontare la notte che deve venire.

I più ne rimandano la presa di coscienza. A chi chiede del domani rispondono: «Ho dei progetti», ma il più delle volte sono troppo generici per essere realistici. I campioni alle soglie del ritiro hanno mediamente tra i 30 e i 35 anni, ma sono bambini infiniti che sapevano fare benissimo una cosa sola finita troppo presto, impreparati ad affrontare la vita che gli altri abitano da sempre. Bene che vada finiscono prigionieri di una vecchia foto eternamente giovane, come un ritratto di Dorian Gray al contrario. Se possono permetterselo vivono da reduci, comunque un vivere innaturale di giovani già vecchi, eternamente voltati indietro.  Non tutti ovviamente, ma troppi.

Ma in tutto questo, mentre i piccoli campioni crescono, gli adulti dove sono?
  Davvero chi ci vive dentro non si preoccupa del pericolo che lo sport mastichi e sputi i suoi campioni fino a diventare una fabbrica di disadattati di lusso? Mens sana in corpore sano dicevano gli antichi. Lo sport, pensando alla scuola che rema contro cita questa massima come un mantra, ma poi dimentica che troppe volte i campioni riusciti rischiano di uscirne fisicamente e psicologicamente acciaccati. Davvero non c’è niente che si possa fare per prevenire il disastro?    

 
 
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