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Il cardinal Sako: «In Iraq sogno una Chiesa più aperta a giovani e donne»

13/12/2018  Il terrorismo, le migrazioni e la persecuzione dei cristiani sono le sfide dell’Iraq di oggi. Il patriarca caldeo intende affrontarle ripartendo dalle nuove generazioni. Ecco come

Un dialogo franco fra giovani e patriarchi. Il cardinal Sako ha subito raccolto l’invito di Francesco: il primo frutto del Sinodo dei giovani, aveva detto il Papa a conclusione dell’assise di ottobre, è stato «l’esempio di un metodo», «un modo di essere e lavorare insieme, giovani e anziani, nell’ascolto e nel discernimento, per giungere a scelte pastorali rispondenti alla realtà». Un esperimento da «portare avanti senza paura, nella vita ordinaria delle comunità».

Il patriarca caldeo di Bagdad, Louis Raphael Sako, durante i giorni del Sinodo ha scritto una bozza di lettera pastorale ai giovani iracheni e poi ha dato appuntamento ai suoi colleghi patriarchi cattolici dal 26 al 30 novembre nella capitale irachena. «Per la prima volta ci siamo incontrati tutti insieme, abbiamo invitato i giovani, distribuito la lettera ispirata alle conclusioni del Sinodo, per un dialogo aperto e fraterno».

Un incontro ispirato al Sinodo. Lei è stato anche presidente dell’assise. Cosa l’ha colpita di più?

«È evidente che a Roma sono arrivate sfide e problemi che sono diverse da un continente all’altro. Ma tutti abbiamo avuto la stessa preoccupazione. Come aiutare i giovani a realizzare se stessi ed essere felici? Come dare loro dignità sia nella Chiesa che nella società? Da noi, in Medio Oriente, le sfide principali sono il terrorismo, le migrazioni e la persecuzione dei cristiani. La cosa più importante emersa dal Sinodo è la necessità dell’uscita della Chiesa verso il mondo. Il clericalismo è abuso del potere: noi vescovi siamo chiamati a servire, non a dare ordini. Dobbiamo ascoltare. E parlare con un linguaggio nuovo, con tanta speranza e uno stile che i giovani possano capire».

Che cosa ha riportato nella sua terra?

«Ho pensato che non dovevo tornare con delle parole, ma con dei progetti. La lettera ai giovani ho iniziata a scriverla in quei giorni. Ho in programma di costruire un grande centro per i giovani di tutte le religioni, con una grande aula, una biblioteca, dei giochi. Un luogo dove i giovani possano incontrarsi, parlare e conoscersi, per rafforzare la convivenza e togliere le barriere settarie. Sono convinto, come è emerso dal Sinodo, che bisogna dare più spazio ai giovani e alle donne: hanno un carisma, sono parte della Chiesa, perché perdere questa ricchezza, queste competenze? Possono contribuire al progresso della Chiesa e della società. Perché non avere più donne nei dicasteri, negli uffici? Da noi in diocesi la responsabile dell’amministrazione del patriarcato è una donna, e una ragazza guida la pastorale giovanile. Ecco, bisogna che i vescovi riconoscano in concreto che giovani e donne hanno il sacerdozio comune».

Quindi una Chiesa più aperta alla partecipazione di tutti?

«Sì. Durante il Sinodo tutti i vescovi, e gli stessi giovani, hanno parlato con tanta libertà, responsabilità e coraggio, e hanno anche criticato. Perché non immaginare un Sinodo con la partecipazione di tutta la famiglia del popolo di Dio, dove ognuno ha il suo posto e prende sul serio le sue responsabilità?».

Molti cristiani sono andati via dall’Iraq per la guerra. Oggi qual è la situazione?

«Abbiamo accolto 120 mila sfollati provenienti da Mosul e dalla Piana di Ninive, garantendo loro vitto e alloggio, e assicurando ai bambini l’accesso alla scuola. Abbiamo cominciato a restituire le case e le scuole che erano state sequestrate. Ma quasi un milione di cristiani è andato via e non credo che ritornerà. Il numero dei cristiani iracheni nel periodo del regime precedente era di 1 milione  e 730 mila. Dopo la caduta del regime nel 2003, il numero è calato a 500 mila e il caos che si è creato, la mancanza di sicurezza per la presenza di decine di milizie e gruppi estremisti hanno portato a un bilancio tragico: 61 chiese bombardate, 1.224 cristiani uccisi, 23 mila case e proprietà immobiliari dei cristiani sequestrate. Quando è arrivato, l’Isis ha dato tre opzioni ai cristiani: la conversione all’islam, il pagamento di una tassa per la “protezione” o l’abbandono immediato della loro terra, altrimenti sarebbero stati uccisi. In questo modo, 120 mila cristiani sono stati espulsi».

In questa situazione qual è la sfida più grande per la Chiesa?

«La grande sfida per la Chiesa locale è come far restare i cristiani che hanno resistito, come dare loro speranza ma anche trovare lavoro, sicurezza, una pace duratura. Sono fiducioso che questo verrà, perché la guerra non durerà per secoli. Oggi nella popolazione irachena c’è una sensibilità più profonda, una più marcata sete di pace, libertà, giustizia e riconciliazione; più forte è la percezione di valori quali il rispetto dei diritti umani, la democrazia, la tutela del pluralismo, la lotta al settarismo. L’Iraq è un paese ricco, la società irachena è mista, pluralista. Sono convinto che il fondamentalismo musulmano non ha futuro».

Come procede il dialogo interreligioso e quello ecumenico, tra le Chiese cristiane, nel suo Paese?

«Anche se siamo pochi, i musulmani ci apprezzano, vedono la nostra testimonianza, ne sono toccati, ci rispettano. Abbiamo avviato un gruppo di lavoro misto, cristiani e musulmani, per promuovere alcune iniziative per la convivenza. Questo ci ha aiutato a isolare e a fermare discorsi anticristiani e antisemiti: le autorità musulmane hanno lavorato bene su questo punto. Sappiamo che una priorità è porre fine all’indottrinamento che incita all’odio e ai vecchi pregiudizi: per questo c’è bisogno di una riforma del sistema educativo e vanno aggiornati soprattutto i testi scolastici. Proprio questo gruppo misto ha prodotto un libro per far conoscere le nostre rispettive religioni: diventerà un testo base per l’insegnamento nelle scuole. Siamo tutti per un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare che gli consenta di uscire dalle contrapposizioni settarie e possa adottare un sistema politico pluralista. Le autorità religiose sciite, in particolare, hanno cominciato a esprimere il desiderio di creare un sistema di questo tipo, in cui i cittadini assumano responsabilità e incarichi in base alle loro competenze, piuttosto che sulla base dell’appartenenza etnica o religiosa. Il dialogo con i musulmani dunque fa progressi, mentre con gli altri cristiani è più difficile, perché alcune Chiese sono nazionaliste. Noi cattolici abbiamo il senso dell’universalità, ma altre Chiese, che sono diventate una piccolissima minoranza, hanno una formazione prettamente rituale, prendono alla lettera la tradizione, non vivono la liturgia come una presa di coscienza, non hanno fatto aggiornamento. È difficile fare unità, anche perché nel nazionalismo che segna alcune Chiese spesso entrano in gioco fattori politici».

Come vivrà questo Natale?

«I cristiani celebrano il Natale come un rinnovamento spirituale, sull’esempio dei pastori e anche dei magi che, secondo il Vangelo, sono venuti dell’Oriente, cioè dalla Mesopotamia, che è l’Iraq di oggi. Celebriamo il Natale in famiglia, con gli amici, e da due anni i musulmani, il governo, decorano le piazze pubbliche con l’albero natalizio, e i responsabili mandano lettere di auguri e alcuni partecipano alla Messa. Il Natale è un giorno per pregare per la pace. E non possiamo dimenticare i poveri: come Chiesa abbiamo formato gruppi di giovani volontari per portare aiuto alle famiglie bisognose, con cibo, vestiti, aiuti economici».

Come aiutare queste Chiese che soffrono?

«Quando si parla di aiuti, l’Occidente pensa subito ai soldi, noi invece abbiamo bisogno soprattutto del cuore, di un aiuto morale, vicinanza e amicizia. Quando viene una delegazione straniera facciamo festa, sentiamo che siamo sostenuti. E poi è importante fare pressione politica perché siano rispettati i diritti dell’uomo, per aiutarci a rimanere nella nostra terra. Se andiamo via, il cristianesimo perde le sue radici».

Nel discorso conclusivo del Sinodo lei ha espresso grande sostegno a papa Francesco. Perché, secondo lei, subisce tanti attacchi?

«Penso che ci sia tanta gelosia; non sono contenti perché il Papa attira tanta gente, è ammirato da tanti, e non solo dai cristiani, per la sua apertura, per i suoi gesti, la sua vicinanza. Chi lo attacca non vuole che la Chiesa si rinnovi. Un proverbio in arabo dice che a un albero fruttuoso gettano sempre le pietre. Ma papa Francesco è fiducioso, e noi siamo con lui: migliaia e migliaia di cristiani, di vescovi pregano per lui. Penso che soffra come padre, ma è anche forte».

Foto Reuters

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