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venerdì 23 ottobre 2020
 
 

Caro Alex, non accetti quel cerino

07/08/2012  Alex Schwazer ha deluso tutti, ma ha anche ammesso le proprie responsabilità. Ora che è rimasto solo dica quello che sa, squarci la foglia di fico che protegge il doping nello sport.

Alex Schwazer durante la 50 km di marcia alle Olimpiadi di Pechino del 2008, dove vinse la medaglia d'oro (Ansa).
Alex Schwazer durante la 50 km di marcia alle Olimpiadi di Pechino del 2008, dove vinse la medaglia d'oro (Ansa).

Adesso Alex Schwazer è un uomo solo. A differenza della media non ha cercato scuse, non ha chiamato in causa improbabili bistecche dagli effetti dopanti, non è entrato nell'immenso girone di coloro che mettono le mani nella marmellata a loro insaputa. Ha detto sì, è vero, ho sbagliato. È un discorso da uomini, in un mondo, il nostro, pieno di quaquaraquà che ne fanno di ogni colore senza rendersene conto. Non servono esempi, li conosciamo, i più abitano piani più alti dello sport.


Però c'è di mezzo un problema più grande. È credibile che Alex Schwazer abbia fatto tutto da solo scambiandosi informazioni con corridori della domenica nei forum su Internet e acquistando prodotti da siti di chissà dove nel mondo, magari di quelli che promettono l'anonimato nel recapitare il prezioso, disonesto, pacchettino al riparo da occhi indiscreti? Possibile che un atleta di altissimo livello incappi in una ingenuità così grande? Che si bombi alla carlona come un amatore qualsiasi desideroso di stracciare il vicino di casa alla prossima strapaesana? 

La disperazione di Alex Schwazer dopo il terzo posto ai Mondiali di atletica di Osaka, in Giappone, nel settembre 2007 (Ansa).
La disperazione di Alex Schwazer dopo il terzo posto ai Mondiali di atletica di Osaka, in Giappone, nel settembre 2007 (Ansa).


A noi sembra quantomeno improbabile. Lo sport d'alto livello è una cosa seria e anche il doping a quel livello lo è. Lo sport d'alto livello chiede corpi che sono macchine perfette, non c'è spazio per esperimenti da dilettanti nei loro motori. La solitudine di Schwazer, che accetta di fare la figura del «cretino» (parola sua, testuale) in prima persona, è triste e ingiusta, serve a tenere ben saldo il paraocchi su coloro che stando intorno a lui, a vario titolo, non hanno visto, sentito, detto nulla. In tutta onestà facciamo una fatica nera a immaginarci un campione olimpico che si bomba di nascosto da tutti, senza che nessuno, vicino o lontano, abbia un dubbio sulla continuità delle sue prestazioni quotidiane, sui valori ematici che cambiano, sull'umore che magari non era quello di sempre. 

Alex Schwazer ha una possibilità di cambiare l'andazzo che abbandona i campioni caduti nelle maglie del doping con in mano il cerino. Vada da chi di dovere, racconti quello che sa dei meccanismi che nello sport favoriscono il doping, aiuti la Wada e la magistratura a fare pulizia, dica chiaro chi si presta a indicare la scorciatoia ai campioni in crisi, rompa il silenzio che da troppo tempo avvolge lo sport di vertice e che troppe volte somiglia all'omertà. Sarebbe un grande atto di coraggio e di onestà, un bel modo di tornare a guardare a testa alta lo specchio che ora ammette di temere.  Ci sono ragazzi che l'hanno ammirato e che ancora lo guardano, dia loro una buona ragione per ammirarlo ancora.

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