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martedì 07 aprile 2020
 
Solidarietà
 

Casa Scalabrini 634, il marchio della solidarietà che piace a papa Francesco

07/05/2018  Laboratori di sartoria e di cucina, ma anche lezioni d’italiano: così nella casa degli scalabriniani a Roma, si perfeziona l’integrazione dei rifugiati. Un progetto molto gradito al Papa, fotografato in questi giorni con una delle loro magliette. FC aveva valicato la soglia della Casa Scalabrini l'anno scorso: ecco la bellissima realtà che ci aveva accolto...

Ormai è un marchio: Casa Scalabrini 634. Ma non bolla nessuno, anzi, segna la buona pratica dell’accoglienza dei missionari di Giovanni Battista Scalabrini, vescovo italiano e apostolo di quando gli immigrati eravamo noi. C’è una casa gialla lungo la via più problematica di Roma a due passi dai fuochi di Tor Sapienza, davanti all’incubo di via dei Gordiani, trincea che resiste della vita grama dei rom, fettuccia intasata di traffico permanente e spartita tra etnie lontane che fanno gridare all’invasione presunta.

L’hanno aperta due anni fa gli Scalabriniani, dopo l’appello di papa Francesco sui conventi per gli immigrati. Adesso, due anni dopo, è un esempio di come tutti dovrebbero fare. Ma «non è facile», ammette Emanuele Selleri, un passato di cooperatore in Bolivia e Colombia, direttore dell’impresa più straordinaria della capitale sulla strada della convivenza, cosa ben più decisiva della semplice integrazione.

Racconta e sorride: «Abbiamo cominciato nel periodo più storto, indagini su Mafia Capitale, dove si facevano gli affari sui migranti che valevano più della droga». Ma loro, gli Scalabriniani, sono cocciuti per storia passata e non si sono lasciati convincere dalla gente, tutti di solito “buoni cattolici”, che li invitava a evitare che quella casa gialla si trasformasse nella dimora di 32 immigrati, donne e bambini, giovani e famiglie con già in tasca lo status di rifugiati per allenarsi a diventare cittadini italiani. Spiega Emanuele: «Non facciamo prima accoglienza, non ospitiamo gente in attesa del permesso di soggiorno. Perché il problema è dopo, quando uno ha lo status ma non ha un lavoro, cerca casa ma non ha i soldi per anticipare sei mesi d’affitto, va negli uffici e zoppica con l’italiano. In Italia si investe molto sull’accoglienza nell’emergenza. Ma dopo che accade?».

Così quella casa gialla che ospitava 32 seminaristi scalabriniani di tutto il mondo ha cambiato destinazione, senza cambiare i numeri. Trentadue erano e trentadue sono. Eppure, ricorda Emanuele, «non andava bene e io a chiedere che differenza c’è tra 32 africani seminaristi e 32 africani che hanno ricevuto protezione internazionale». Ma, spiegazione dopo spiegazione nelle scuole e nelle parrocchie, piano piano il clima è cambiato: «Se ti conosco cade il primo muro, quello della paura». A Casa Scalabrini si sta da sei mesi a un anno. Si mangia, si dorme e si impara, corsi di lingua e laboratori di avviamento al lavoro, compreso uno studio per una Web-radio. Di giorno non c’è nessuno perché tutti hanno un lavoro, spesso precario ma decisivo, fuori. Poi nel pomeriggio e alla sera si fa pratica, di sartoria, ma anche di cucina italiana con sora Maria che insegna la ricetta vera del cacio e pepe e Amed che fa la stessa cosa con un succulento cous cous. Alle 18 la Messa nella cappella e per i musulmani al secondo piano preghiera sui tappeti della sala di preghiera.

Il quartiere prima è stato a guardare, oggi partecipa: «Non posso dire che il clima globale sia cambiato. Qualche volta troviamo ancora sacchi di immondizia davanti alla porta, ma c’è un’idea più vera di chi sono queste persone e qualche famiglia li invita a casa a cena». Emanuele spiega che strategico è stato il lavoro con le scuole: «In due anni abbiamo incontrato circa 4 mila studenti e da poco con il liceo Kant, una scuola frequentata da oltre mille giovani, abbiamo avviato il percorso di interscambio scuola-lavoro». Il segreto è l’aver ascoltato gli studenti: «Tutti convinti della bontà delle parole d’ordine più razziste e meschine. Noi le abbiamo smontate poco a poco, facendo parlare i rifugiati. Qualcuno è cambiato, per noi è già un successo».

Non ricevono alcun contributo pubblico, tutto volontariato, donazioni e lavoro in rete con altre realtà dell’accoglienza romana, in prima fila i Gesuiti del Centro Astalli. Ma non è una struttura d’accoglienza in senso stretto: «Gli ospiti cucinano, si occupano della casa, partecipano alle spese quando possono. Puntiamo a educare, perché quando esci dovrai pagarti l’affitto e le bollette».

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