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Benessere

Cecilia Piras: «La mia fede mi ha salvato»

11/08/2015  Nel 2013 ha subito col marito un incidente d’auto in cui ha riportato molte fratture e una sensazione di panico nell’uscire di casa. Ha superato le difficoltà grazie al suo rapporto quotidiano con Dio e alla scrittura...

Non è detto che piccoli problemi non conducano a gravi conseguenze. È il caso di Cecilia Piras, nuorese del 1960, che nel 2013 ha subito col marito un incidente d’auto in cui ha riportato molte fratture e una sensazione di panico nell’uscire. Supera le sue difficoltà con la fede, la fiducia nell’arte e scrivendo. Insegnante alle elementari, specializzata in inglese, Piras è autrice del libro L’impronta di un tiranno facile, un giallo di Kimerik Edizioni (140 pagine, 12,80 euro) dove si cela nei personaggi senza parlare di disabilità.

- Lei si sente una persona disabile fino a un certo punto: in che senso?

«Beh, anche se penso che sia una tragedia per un’insegnante non avere tutta la funzionalità della mano destra, il mio pensiero va a chi è rimasto immobilizzato o ha perso l’uso della vista. Io, che dall’incidente zoppico pure un po’, mi sono sentita addirittura schernire da alcuni medici che hanno sottovalutato il problema alla mano, quasi che il mio mestiere non comporti anche l’uso delle mani. Ma mi sento davvero fortunata perché l’incidente aveva tutte le condizioni per un epilogo tragico».

- Che cosa è accaduto?

«Ero tornata in Sardegna con mio marito per una vacanza dopo tre anni trascorsi in Umbria, dove lavoravamo e ci eravamo trasferiti per seguire i nostri figli nei loro studi. Il profumo del mirto e del mare entravano dal finestrino aperto. Ridevamo e parlavamo di andare a prendere una pizza prima di tornare a casa. Non ho finito di parlare che vedo una macchina sbandare e venire verso di noi a una velocità pazzesca. L’auto si accartoccia sulla nostra, si spezza in due e finisce la corsa sopra un’altra. È tutto un fragore di vetri, di schegge che volano, di lamiere...».

- E qui, con le buone cure, entra in gioco la fede: che ruolo ha avuto nella sua ripresa?

«Non sono credente in senso classico, cioè non condivido alcune forme esteriori. Il mio rapporto con Dio è qualcosa da costruire giorno dopo giorno, mattone su mattone, cercando di conoscerlo tramite la sua parola, e agendo di conseguenza. Questa ricerca mi ha aiutato molto».

- Suo marito, artista di professione, ha più difficoltà ad accettare l’accaduto?


«Mio marito è riuscito a superare la paura, cosa che non sono riuscita a fare io. Lui sostiene che tutto si aggiunge a nuove energie da liberare, l’impedimento fisico non impedisce alla mente di creare».

- E lei che rapporto ha con l’arte?

«Per me l’arte non è soltanto un hobby, ma è vita e respiro, un’occasione per esprimermi. Se vogliamo è anche una sorta di compromesso tra realtà e fantasia».

- E per fantasia ha iniziato a scrivere?

«Ero in terza elementare, scrivevo poesie scherzose e tristi. Alcune le copiavo su fogli di carta colorati e le regalavo ad amici e parenti in occasione di fatti particolari. Ero molto timida e quello era il mio modo migliore per esprimere i sentimenti».

- Sentimenti che troviamo nel libro…

«Sì, ne parlo perché tiro in ballo la figura di Pan, che è la proiezione delle paure, del terrore in senso metaforico, ma anche degli eventi destabilizzanti, degli accadimenti imprevisti. Inoltre, attraverso i personaggi, metto alla berlina il disprezzo per la diversità. E diversità è anche non essere abbastanza produttivi secondo una visione della vita troppo aziendale».

- A proposito di paure, come si supera il panico quando la fede non basta?

«Ti confesso che è dura! Mi aiuta l’attaccamento ai miei due figli e a mio marito. A volte aiuta tantissimo anche una telefonata a un’amica. E in certi momenti è necessario ricorrere ai medicinali. E poi anche scrivere è terapeutico».

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