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15/02/2012  Lesa maestà: Celentano usa il servizio pubblico Rai per "vendicarsi" dei giornali che l'avevano criticato. Una "predica" che ha cancellato il Festival.

Pupo, Papaleo e Morandi con Celentano sul paco dell'Ariston (Copertina e questa foto: Claudio Onorati/Ansa).
Pupo, Papaleo e Morandi con Celentano sul paco dell'Ariston (Copertina e questa foto: Claudio Onorati/Ansa).

Adriano Celentano è solo un piccolo attivista dell’ipocrisia, un finto esegeta della morale cristiana che sfrutta la tv per esercitare le sue vendette private.     

    Come sanno i lettori, sulle nostre pagine, Franca Zambonini ha giustamente deprecato l’ingaggio faraonico per Sanremo, tradotto poi in beneficenza a suon di tromba, o meglio ancora di grancassa: altro che precetto evangelico. Arrivando, per la "scelta" delle sette famiglie di sette città diverse cui devolvere la somma (quale esattamente?) al "casting della solidarietà". Più o meno lo stesso hanno scritto Avvenire e sul Corriere, caricando la dose, quello che è il maggior critico televisivo in Italia, Aldo Grasso.      

     Lesa maestà, evidentemente. Ecco infatti che Celentano, con l’avallo della Rai, pontifica su preti e frati che non sanno parlare alla gente, insulta il nostro giornale e quello della Cei che neanche si occuperebbero di fede e religione, tratta Grasso da deficiente. In coda, poi, il solito repertorio di frusta demagogia, anzi più ovvio, scontato e sbracato del solito. Inascoltabile. 

     Stando nel nostro orticello, di tutto possiamo essere accusati ma non di non parlare di Dio, fede e religione e dei bisogni spirituali dell'uomo di oggi. Celentano è proprio sfortunato: a partire dal numero 9, in edicola e in parrocchia da giovedì 23 febbraio, Famiglia Cristiana uscirà con una serie di testi dei maestri della spiritualità contemporanea. Sarà bene offrire un abbonamento omaggio al Re degli Ignoranti, in modo che possa conoscerci meglio.

     Il lato incredibile della vicenda è che la Rai butti l’equivalente di un miliardo e mezzo delle vecchie lire, che Celentano sia autorizzato a spargere velenose menzogne, che un repertorio da agit-prop venga contrabbandato come lezione magistrale. Povera Rai, una volta di più, con quella prima fila di papaveri che alla fine del vaniloquio si alzano in piedi per applaudire, invece di tirare ortaggi.   

     Ma non è solo colpa dell’ente pubblico, evidentemente persuaso che le canzonette da sole non bastano. Una buona quota di responsabilità l’abbiamo anche noi giornali. E’ dal 1987, anno del famoso Fantastico in cui il guru si inceppò come un motore rotto, che vige la vulgata giornalistica di un Celentano che parla per insegnare, tace per meditare.          

     Ma quali meditazioni. I silenzi del cantante dipendono dai vuoti di memoria, dalle sconnessioni intellettuali, dai tranelli del linguaggio articolato. Venticinque anni fa lo salvò Bruno Gambarotta, riuscendo in qualche modo a farlo sillabare. Adesso provvedono due marchingegni elettronici, uno per orecchio, del tipo inventato da Gianni Boncompagni quando teleguidava Ambra. Vien persino da rimpiangere le dimenticanze, almeno stava zitto.     

     Comunque, chi si sogna di censurare Celentano, o prendere sul serio i suoi discorsi da bar, anche se lui chiede di chiudere i giornali in nome della libertà? Da noi c’è libertà di "raglio". Dopo questo esordio sanremese, però, quella che non va passata sotto silenzio – e qui non si parla davvero dei silenzi coatti di Celentano – è la linea della Rai. Si è messa nelle mani di un patetico aspirante profeta, ed è grave. I suoi capi hanno battuto le mani, ed è peggio. Si vergognino, loro più di lui. 

     Ci rallegriamo, invece, del fatto che Celentano abbia portato il tema di Dio e della fede su un pulpito mediatico così vasto come quello di Sanremo.
Celentano vuole parlare di fede? Venga pure a parlarne anche su Famigliacristiana.it e su Famiglia Cristiana.

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