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martedì 25 giugno 2019
 
Cervino
 

Cervino, 150 anni sulla Gran Becca

09/07/2015  L'anniversario della conquista della montagna che cattura l'occhio di tutti

Sulla piazza della stazione di Zermatt, in Svizzera, c’è un grande orologio della Tissot che dal 14 luglio 2014 scandisce il conto alla rovescia per arrivare alle 13.40 del 14 luglio di quest’anno, quando saranno trascorsi esattamente 150 anni dalla prima scalata della montagna che gli svizzeri chiamano Matterhorn, gli italiani Cervino e gli alpinisti la Gran Becca, un nome più adatto all’enorme ammasso di roccia, neve e ghiaccio che costringe chiunque – anche solo un camminatore di sentieri – ad alzare lo sguardo e †ssarlo con riverenza sulle pareti. Come spiega uno che lo conosce bene, Hervé Barmasse, «il Cervino seduce e respinge, ammalia e strega. Il Cervino è Re. Si esprime senza proferire parola e benedice i suoi sudditi senza alzarsi dal trono. Cattura l’occhio come la piramide di Cheope e ci guarda crescere senza giudicare». Forse per questa ragione, la guida francese Gaston Rébuffat scrisse che un uomo di fronte a lui non è mai un uomo comune.

Un uomo comune Barmasse di certo non lo è, con le sue imprese alpinistiche come, tanto per citare la montagna di casa, il “primo concatenamento” delle quattro creste del Cervino in solitaria in 15 ore, con prima solitaria degli strapiombi di Furggen nel 1985 e il “Couloir Barmasse” sulla Parete sud nel 2010 con il padre Marco. Non sono comuni neppure i suoi racconti speciali a immagini (bellissime fotogra†e e †lmati toccanti) e parole, come il recente libro La montagna dentro (Laterza), da leggere tutto d’un †ato anche per intravedere nella sua passione quella dei tanti, tantissimi che l’arrampicata della Becca hanno sognato, studiato, preparato, realizzato, ma anche fallito.

La conquista stessa del resto fu funestata da un dramma: dopo il raggiungimento della vetta dell’inglese Edward Whymper, accompagnato da Lord Francis Douglas, Charles Hudson, Douglas Robert Hadow e dalle guide Michel Croz e Peter Taugwalder padre e fi†glio, la morte sulla via del ritorno dei tre connazionali di Whymper e di Croz per un incidente che suscitò molti interrogativi.

Fino a quel momento la lotta per la conquista era stata accesissima (come racconta molto bene Paolo Paci nel suo libro Nel vento e nel ghiaccio. Cervino un viaggio nel mito, appena pubblicato da Sperling & Kupfer) tra la svizzera Zermatt e l’italiana Breuil, da cui si era mosso il gruppo di alpinisti che riuscirono ad arrivare in vetta solo tre giorni dopo, il 17 luglio, guidati da Jean-Antoine Carrel, Jean-Baptiste Bich, Amé Gorret e Jean-Augustin Meynet.

«Whymper era un ragazzino imberbe di Londra che disegnava le Alpi per il suo editore», racconta Barmasse, «mentre Carrel era il cacciatore barbuto di Valtournenche che si era battuto a Novara e Solferino nelle guerre per l’indipendenza. Per quel motivo si era guadagnato il soprannome “il Bersagliere”. Whymper sognava di diventare famoso come i grandi esploratori britannici, Carrel sperava di fare qualche soldo per sfamare la moglie e i numerosi figli. L’inglese scalava per sé stesso, era un sano egoista, uno sportivo. Il valdostano si arrampicava per la Valle d’Aosta e l’Italia».

Tante storie legate al Cervino, del resto, hanno visto come protagonisti non solo alpinisti famosi ma anche scalatori dilettanti e guide sconosciute ai più. Anche Achille Compagnoni, il conquistatore del K2 che, di origine valtellinese, ha vissuto a Cervinia tutta la vita, ci raccontò spesso che i suoi ricordi più belli erano legati ai tanti clienti accompagnati come guida e anche ai molti salvataggi compiuti dalle guide. A cominciare da Carrel che, come ricorda l’iscrizione sulla croce ai piedi del Cervino, a cui tutti gli alpinisti chinano il capo in forma di rispetto, morì di sfinimento dopo aver portato in salvo un cliente.

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