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martedì 27 ottobre 2020
 
La protesta
 

Che cos'è "take a knee", perché i campioni americani si inginocchiano durante l'inno

02/06/2020  Da Sacramento a New York, negli Stati Uniti manifestanti e agenti di polizia si sono uniti nel gesto simbolico del “take a knee” (mettersi in ginocchio), nei giorni delle proteste dopo l’uccisione di George Floyd a Minneapolis, per dire no al razzismo. Riproponiamo un articolo pubblicato nel 2017 che spiega l’origine e il significato del “take a knee”, forma di protesta dilagata sui campi sportivi più prestigiosi d'America, dal football, alla pallacanestro, passando per il baseball.

Pubblicato il 27 settembre 2017

Tutto era cominciato un anno fa, nel football americano, uno dei quattro sport nazionali del Nord America (con baseball, hockey ghiaccio e pallacanestro Nba), quando nelle strade era montata la protesta per il caso di un ragazzo afroamericano disarmato ucciso dalla Polizia, mentre si era denunciato da più parti il grilletto facile contro gli afroamericani.

Alcuni giocatori, per protesta contro il razzismo strisciante, avevano cominciato ad ascoltare inginocchiati l'inno americano eseguito in occasione delle partite. Di qui il nome della protesta "take a knee", "inginòcchiati".

Il primo fu il quarterback dei San Francisco 49ers Colin Kaepernick, poco più di un anno fa, per denunciare la violenza della polizia verso gli afroamericani ed esprimere solidarietà al movimento 'Black Lives Matter' ("Le vite nere valgono"). Altri di lì hanno seguito il suo esempio soprattutto dopo i fatti di Charlottesville dove una donna era morta e molte persone erano rimaste ferite da un’auto lanciata contro la folla che protestava per il corteo dei cosiddetti “suprematisti bianchi”, che affermano la supremazia della razza ariana.

Ma è stato quando, pochi giorni fa durante un comizio, Donald Trump ha invitato le leghe sportive professionistiche a «licenziare quei... (qui un insulto triviale pronunciato per esteso, ndr.)  che si inginocchiano all’esecuzione dell’inno nazionale» che la protesta è dilagata davvero uscendo dai confini americani (si sono inginocchiati anche a Wembley), coinvolgendo i giocatori della pallacanestro Nba (si sono espressi LeBron James, Stephen Curry, Kobe Bryant), con i Warriors che hanno annunciato che non andranno alla Casa Bianca alla festa riservata ai campioni d’America, i giocatori di baseball che si sono uniti, finché squadre intere che hanno cominciato a inginocchiarsi per gli stadi d’America sottintendendo un «Licenziateci tutti». Il tutto con la solidarietà di dirigenti delle leghe sportive e di allenatori bianchi, da Steve Kerr a Gregg Popovic, che si sono schierati con i giocatori e di Stevie Wonder che si è inginocchiato, sul palco, durante un concerto. 

La protesta sta dilagando e la questione si sta spostando: la battaglia contro il razzismo sta diventando una battaglia per la libertà di espressione.

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