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venerdì 24 gennaio 2020
 
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Che cosa perdiamo perdendo Elie Wiesel

03/07/2016  E' morto Elie Wiesel che squarciò a beneficio del mondo il velo del silenzio sulla Shoah. Diceva: "Il contrario dell'amore non è l'odio, ma l'indifferenza".

Quando muore un testimone si perde qualcosa di più grande di un uomo solo. Si avverte la paura che con la traccia degli eventi che il tempo lava via dalle cose e dalla memoria degli uomini possa andarsene anche un pezzo della Memoria con la M maiuscola, quella che impedisce di dimenticare, quella che mantiene vive, granitiche, "le prove". 

Finché sono vivi i testimoni possono dirci: "Meditate che questo è stato…", è quando cominciano a scomparire che si comincia a sentire il bisogno delle leggi contro il negazionismo (ma nessuna legge - lo insegna la storia - da sola può far fare alla società i passi avanti che solo la cultura, assimilata, porta con sé).  Per questo ci si sente più soli nel mondo quando muoiono persone come Elie Wiesel, tra i primi testimoni pubblici della Shoah, Premio nobel per la pace. La sua testimonanianza, La nuit - era cittadino americano, ma nato in Transilvania, scriveva in francese -  pubblicata nel 1958, tradotta in inglese nel 1960, squarciò sul mondo il velo di silenzio su Auschwitz e sulla Shoah. Non per caso Wiesel ripeteva: "Il contrario dell'amore non è l'odio ma l'indifferenza". 

L'anno della pubblicazione ha il suo perché di significativo: è lo stesso anno della pubblicazione di Se questo è un uomo da parte di Einaudi, che fin lì era rimasto semiclandestino, è lo stesso anno del processo di Francoforte, l'unico della giustizia tedesca ai gerarchi nazisti. Era il tempo in cui non si potevano più eludere le domande dei figli cresciuti ma troppo giovani per ricordare, figli cui non si era raccontato il passato.

Fino ad allora per vent'anni,  chi era tornato, come Primo Levi, come Wiesel, aveva sperimentato vivendolo in carne e ossa l'incubo, tante volte sognato nei campi: tornare, mangiare raccontare e non essere creduti o non essere ascoltati. Erano stati vent'anni di voglia di dimenticare, di rimozione. Sul quel muro di indifferenza per vent'anni i loro racconti si infransero. 

Ma per quelli come Wiesel, come Levi, raccontare era sinonimo di significato: il significato da dare alla propria sopravvivenza, l'unica risposta plausibile alla domanda tormentosa che non li ha mai abbandonati: perché io sì e loro no? L'unica risposta razionale al senso di colpa di essere sopravvissuti che ha attanagliato le vittime di quella tragica stagione della storia.

Il racconto come urgenza, come testimonianza, come risarcimento, come dovere: dovere di non dimenticare, seppellendolo per sempre, chi aveva toccato davvero il fondo dell'abisso e non era potuto tornare a raccontarlo, il dovere di fare il possibile per vigilare perché non avesse a tornare, invece, il mostro proteiforme dell'intolleranza sempre in agguato nella storia

Elie Wiesel nei campi di sterminio aveva perso madre, padre e sorella. Elie Wiesel è morto il 2 luglio 2016 a 87 anni. La memoria, disseminata nei suoi scritti, deve continuare a camminare sulle gambe di altri uomini. Continuare a raccogliere il loro racconto è l'unico modo per impedire che i testimoni come Wiesel muoiano davvero, l'unico modo di non perderli. 

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