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martedì 26 gennaio 2021
 
la tragedia di napoli
 

L'uomo nero che i nostri figli incontrano nel Web

30/09/2020  Il caso del bimbo di dieci anni di Napoli che si è suicidato vittima di un gioco del Web. Il lockdown ha aumentato la vulnerabilità psichica di molti di loro. L'analisi di Alberto Pellai

Morire a 11 anni, buttandosi dal balcone. La notizia del preadolescente di Napoli che, ieri, poco dopo la mezzanotte si è suicidato, getta nel dolore e nello sconforto, non solo la sua famiglia, ma tutti noi che viviamo con figli che hanno su per giù la medesima età. In casi come questi, così a ridosso dell’evento, immaginando lo strazio di chi deve affrontare e attraversare un dolore che appare incontenibile, ogni parola può essere di troppo. Ma vale la pena approfondire due o tre cose che oggi stiamo leggendo sui media. La prima è che le indagini, al momento, tendono ad approfondire che cosa sia successo nella vita online di questo ragazzo.

Si sono azzardate delle ipotesi, come  la vittimizzazione ad opera di qualche cyberbullo. Nei preadolescenti la vittimizzazione dovuta al bullismo e al cyberbullismo  può generare un’angoscia oltremisura facendo perdere al ragazzo il contatto col principio di realtà e gettandolo in un’impotenza disperata, dalla quale pensa di non potersi sottrarre mai più. Si è poi parlato di navigazione in siti che spingono a farsi male, ad un autolesionismo in continua escalation, dove chi entra viene sfidato a fare cose sempre più estreme, in una sorta di gara con se stesso per capire “fino a dove sono capace di spingermi”. Questa storia era già diventata notizia mediatica, poi rivelatasi bufala, ai tempi di “Blue Whale” un gioco online all’interno del quale (si diceva allora) venivano risucchiate le emozioni incerte dei giovanissimi che, istruiti da un allenatore anonimo, venivano indotti a compiere azioni estreme che potevano anche condurli al suicidio. L’evidenza poi dimostrò che il Blue Whale altro non era che la materializzazione delle paure, più o meno consapevoli, di moltissimi adulti che avendo dato ai propri figli accesso ad una vita online senza averne mai curato le competenze necessarie per abitarla in relativa sicurezza, temono che possa loro capitare qualcosa di brutto. In effetti, sulla spinta della paura di Blue Whale, in quel periodo molti genitori si rivolsero a specialisti dell’età evolutiva perché per la prima volta verificarono cosa stavano facendo i loro figli nell’online e le scoperte derivanti da tale ricerca non furono sempre tranquillizzanti.

Nel caso del preadolescente di Napoli, l’unico dato certo, al momento, è che la sua spiegazione al fatto autolesivo sta scritta in un bigliettino in cui chiede scusa per ciò che andrà a fare da lì a poco, a causa di un uomo nero. Che cosa si nasconde dietro questo “uomo nero”? Mentre le indagini vanno a scandagliare le navigazioni online degli ultimi giorni, vale la pena ribadire che spesso nella mente dei giovanissimi si accendono pensieri, percorsi, immagini, ossessioni che li trascinano fuori dal principio di realtà. L’ingresso in preadolescenza – e qui stiamo parlando di un undicenne – porta ad una radicale e velocissima trasformazione delle strutture e dei processi di funzionamento mentale. Ragazzi e ragazze si trovano spesso in balia di emozioni  intensissime e violente che faticano a gestire in autonomia, che provano ad addomesticare sviluppando pensieri irrazionali da cui però vengono poi tenuti in balia, perdendo serenità ed equilibrio. Tra l’altro, proprio per l’iperstimolazione cui sono soggetti e le mille cose che guardano e vivono nell’online, i nostri figli possono imbattersi - sia nel reale che nel virtuale - in immagini, situazioni, incontri, esperienze che hanno un forte potere traumatico, tale da arrivare anche a disorganizzarne l’equilibrio psichico. Spesso i gesti autolesivi dei giovanissimi, sono messi in atto sulla spinta di un impulso irrefrenabile, poco pensati ed elaborati. Iil ragazzo stesso – quando sopravvive – fatica a spiegarsi la ragione che ha mosso un gesto che dichiara di aver “agito” ma non “pensato”.

Resta il dato di fatto che se fino a pochi anni fa la mente dei giovanissimi era una sorta di scatola nera di cui era difficile conoscere e comprendere contenuti e funzionamento (in effetti se ne disvelerà il mistero solo alla fine dell’età evolutiva), oggi c’è un’altra scatola nera, nascosta dentro alla memoria degli smartphones, tablet e PC in cui i nostri figli si muovono con troppa disinvoltura, credendosi capitani coraggiosi capaci di far fronte a qualsiasi tempesta. Succede invece che possano imbattersi a volte in “uomini neri” di cui non avevano previsto l’esistenza e che generano angosce e pensieri che li ossessionano e li lasciano senza risorse. Non va trascurato che, negli ultimi mesi,  la vulnerabilità emotiva e psichica dei giovanissimi è aumentata, in alcuni casi, a fronte della deprivazione di relazioni ed esperienze che hanno vissuto a causa dell’emergenza Covid, che ha tolto loro tutti quegli ingredienti per la vita e per la crescita (amici, sport, impegni, incontri) che da sempre rappresentano fattori di protezione per tutelare il benessere in età evolutiva. 

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