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mercoledì 26 giugno 2019
 
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«Ci vogliono compassione e solidarietà per la famiglia della ragazza morta suicida»

12/04/2018  Parla la scrittrice napoletana Patrizia Rinaldi, la cui figlia frequenta la stessa università della vittima. «Lasciamo in pace chi resta, quel dolore è forse uno dei peggiori».

La notizia del suicidio della ragazza che frequentava l’università di Napoli che si è tolta la vita  perché pur avendo annunciato la laurea non aveva sostenuto gli esami ha molto colpito la scrittrice napoletana Patrizia Rinaldi, che nei suoi romanzi a delineato spesso con raffinata sensibilità figure di giovani donne. Sua figlia frequenta la stessa università: una vicinanza emotiva e anche un riflessione, la sua, sulla spietatezza dei social e sul rispetto del dolore. 

«Sui social e nei discorsi comuni», dice patrizia Rinaldi «a proposito del dramma della ragazza che si è tolta la vita all’università di Napoli, ho letto e ascoltato giudizi precisi di responsabilità sociali e familiari e ricette spicciole per guarigioni esistenziali. Noi non conosciamo i motivi profondi che hanno portato a un tale gesto.  Possiamo solo immaginare la solitudine e il tormento.
Chi lavora con i ragazzi sa che la variabile dell’errore è in agguato, deve mettersi in discussione ogni volta per trovare almeno una strada accettabile di incontro autentico. E non bastano definizioni didattiche o assiomi comportamentali.
Le facili letture dell’accaduto portano solo a una nostra rassicurazione, che non serve a niente. 
Ci vuole tanto coraggio a chiedere aiuto, a confessare questo mondo non è il mio. Ho paura. Forse la necessità di raccontarsi, e di esprimere il proprio disagio, dovrebbe essere un esercizio da imparare fin dai primi anni di scuola. Forse le parole potrebbero, almeno in parte, consumare il dolore. 
Il mio pensiero va alla ragazza, e a chi la ha amata e le sopravvivrà. Al senso di colpa della famiglia e degli amici, alla loro disperazione, che dovrebbe muovere solo la compassione e la solidarietà. 
Lasciamo in pace chi resta, non ci avviciniamo nemmeno con le migliori intenzioni se non sappiamo essere lievi: quel dolore è forse uno dei peggiori. 
Dovrebbe esistere il paradiso anche per una specie di legge terrena, dovrebbe esistere almeno una possibilità per abbracciarsi ancora e perdonarsi».

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