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venerdì 18 ottobre 2019
 
 

Il pm per minorenni: "Troppi ragazzi lasciati soli nel bosco della Rete".

28/10/2015  Ciro Cascone è Procuratore alla Procura presso il Tribunale per minorenni di Milano: "La Rete è il bosco di Cappuccetto rosso, ci si va a tempo debito, attrezzati a riconoscere il lupo".

Ragazzi su facebook prima dell’età prevista, spesso ragazzi troppo soli davanti alla Rete, finiti al massacro sui social che prevedono l’anonimanto e poi giù giù nel gorgo del disagio della perdita di autostima, bambini che danno fiducia in Rete a persone sbagliate fino a cadere nella tana del lupo. Ciro Cascone è magistrato alla Procura della Repubblica presso il Tribunale per Minorenni di Milano, da anni si occupa tra le altre cose dei reati collegati alla Rete, di cui i ragazzi sono vittime o indagati, ha maturato una lunga esperienza sul tema e spesso va nelle scuole ad aiutare i ragazzi a non navigare alla deriva. Il suo punto di vista, ovviamente, è quello della patologia della Rete e dei social network ma ha la netta sensazione che quanto gli arriva sia solo la punta di un grande iceberg sommerso.

Dottor Cascone, come vede il messaggio della Polizia della Westfalia che invita i genitori a non mettere con leggerezza le foto dei loro figli su Internet?
«Mi sembra un invito sano alla prudenza,  a stare attenti a che cosa si mette e a quanto si mette, magari dopo qualche anno si cambia idea rispetto all'eccessiva esibizione».

È una questione solo di delicatezza nei confronti dei figli, di rispetto della loro sfera privata, o ci sono altre ragioni per essere cauti?
«Non tutte le persone, anche adulte, sanno che i social network sono gestiti in modo tale da far sì che tutto ciò che noi mettiamo in Rete ci resti e che c’è il rischio che, una volta pentiti di aver messo una certa cosa anche solo perché cambiamo idea, nella Rete rimaniamo impigliati. Da genitori finché i figli sono piccoli scegliamo per loro, io per esempio ho un profilo facebook, creato per capire come funzionasse quando mi è capitata la prima indagine sul tema, tanti anni fa, non lo uso di fatto più, ma neanche allora, pur avendo un profilo chiuso accessibile solo a pochi amici, usavo mettere foto delle mie figlie, se non altro per non sentirmi dire dalle figlie una volta cresciute: "Perché hai messo quella foto che poi è andata in giro?"».

C’è il rischio che quanto si posta da genitori venga strumentalizzato per bullismo, quando i bambini poi crescono?
«Il primo problema è che in Rete c’è di tutto e di più c’è tanta gente che va alla ricerca e va setacciando per cui potrebbe utilizzare in modo distorto foto di bambini. Se ci spostiamo sul bullismo, il problema non sono tanto le foto dei figli messe dai genitori, quanto le foto che i ragazzi postano, anche di sé stessi, soprattutto quando vanno sui social dichiarando età false anche a 9-10 anni. Mia figlia mi ha chiesto facebook in quinta elementare: ho risposto che fino a 13 anni non l’avrebbe avuto, che i suoi amici che l'avevano già avevano commesso una violazione e che se ne sarebbe riparlato a tempo debito. Il fatto che ci siano ragazzini troppo piccoli sui social però mi dice anche,  da padre e da magistrato, che ci sono troppi bambini soli nel bosco della Rete».

Un problema di vigilanza degli adulti dunque?

«Vigilanza non nel senso di censura o di divieti ma di guida: la Rete è il bosco di Cappuccetto rosso, nel bosco si può incontrare il lupo, non per questo si smette di andare del bosco, ma occorre andarci attrezzati a riconoscere il lupo e a riconoscere le strade infestate dai lupi. Il ruolo degli adulti in questo senso è spiegare le regole, segnalare il pericolo, insegnare un uso consapevole».

Quando si pensa al lupo si pensa alla pedofilia, ma stiamo parlando anche di altri rischi, giusto?
 
«Anche gli adescatori ci sono. Ma dobbiamo pensare banalmente al fatto che la Rete è lo sfogatoio di tutte le frustrazioni e le repressioni, chiunque di noi può capirlo: dopo una giornata storta si torna a casa, ci si chiude al sicuro della propria stanza, si apre una chat sapendo di potere scrivere ciò che si vuole, protetti da uno schermo. Da ragazzi questo sentimento di onnipotenza diventa mostruoso. Una chat può essere il luogo in cui si sfoga tutta la rabbia, in cui si consumano le vendette. Di lì il disagio che nei casi più gravi di ragazzini massacrati sui social arriva fino alla depressione: non c'è solo facebook, ma anche telegram, instagram, e soprattutto ask, che prevedendo l'anonimato, è uno dei luoghi a rischio. Ma quello che arriva a noi magistrati è la punta dell’iceberg, io credo che ci sia un sommerso, non tutto così patologico ovviamente, di cui gli adulti non hanno idea: quando arrivano a me, con la denuncia, vuol dire che un genitore ha capito e si è attivato, quanti ce ne sono che non sanno?».

Gli adulti sono attrezzati a svolgere questo ruolo educativo in Rete?
«Non sempre, a volte perché non sono credibili con l’esempio, perché usano per primi social e chat fino a notte. A quel punto si fatica a dire a un figlio: "Tu non lo fare". Altre volte perché minimizzano: a me gli amici dicono sempre che sono esagerato, che mi preoccupo troppo. Ma è anche vero che vedo quel che accade quando ragazzine, anche a meno di 14 anni, mandano la foto per così dire un po’ osé al fidanzatino e quello la gira a mezzo mondo: spesso questi ragazzi sono vittime della propria inconsapevolezza. Se quando la vicenda emerge gli adulti minimizzano, dicendo che è una cosa da niente – come pure accade – i ragazzi restano soli ed è un po’ come dare un’auto di grossa cilindrata a uno che sa guidarla ma non conosce i segnali stradali: si rischia di far danno a sé e agli altri. Servono adulti consapevoli in grado di mandare questo messaggio, preventivo, prima che i figli abbiano in tasca uno smartphone. Poi quando dico ai ragazzi più grandi che pubblicare la foto di un amico in una posa sgradevole non solo gli fa del male ma sconfina nella diffamazione trasecolano. Peggio ancora quando scoprono che ci vuole niente a identificare il  Pc  dal quale è stata postata una cosa che non si doveva mettere».

 
 
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