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Ciro Di Nunzio: «Nel sangue di Natuzza ho trovato la fede»

30/03/2017  Lo scienziato Ciro Di Nunzio incaricato di studiare il caso della mistica calabrese, da scettico che era, è stato travolto dal contatto col mistero

Due storie tanto lontane che si incrociano. Ciro Di Nunzio e Fortunata Evolo, l’uomo di scienza e mamma Natuzza da Paravati, come tutti la conoscono, la cui vita è al centro dell’inchiesta canonica per la causa di beatificazione.

La mistica calabrese, morta il primo novembre 2009, che presto potrebbe salire all’onore degli altari, con la sua traccia semplice e straordinaria allo stesso tempo, ha scolpito il sentiero della fede nella mente e nel cuore del genetista forense napoletano, abituato alla concretezza di fatti scientifici, di dati inconfutabili, al percorso lineare di situazioni dimostrabili, prove alla mano, con il ragionamento empirico. Moglie e mamma di cinque figli, di Natuzza Evolo si è scritto e detto tanto per via della straordinarietà dei fenomeni che hanno caratterizzato la sua vita semplice e umile. La sua storia si è intrecciata con quella di Ciro Di Nunzio proprio per via del processo di beatificazione.

INDAGINI SCIENTIFICHE

Il professore napoletano, esperto di ricerca applicata in ambito forense, laureato in Biologia e Farmacia, genetista e tossicologo forense, è un super esperto del Dna e dei suoi segreti, un luminare nell’individuazione di analisi delle tracce lasciate sulla scena del crimine. In pratica, la persona giusta per supportare il lavoro degli inquirenti nell’elaborazione dell’identikit biologico di possibili autori di un crimine. Proprio per queste sue competenze, messe in luce dal lavoro all’università di Catanzaro, il professore Franco Frontera, medico che aveva curato Natuzza per varie patologie, di concerto con la fondazione “Pro Fortunata Evolo - Cuore Immacolato di Maria Rifugio delle Anime”, ha scelto Ciro Di Nunzio per scandagliare il mistero delle tracce di sangue lasciate dalla mistica di Paravati su federe di cuscini e fazzoletti in suo uso. Frontera voleva accertare se le macchie che riproducevano vari simboli religiosi fossero di sangue umano e se quel sangue fosse realmente di Natuzza. L’approccio al caso è stato per Di Nunzio rigoroso, eppure la scintilla di fede era impaziente di porre all’uomo di scienza domande di senso più profondo.

Racconta Di Nunzio: «La comparsa di queste macchie di sangue associate a eventi che caratterizzarono la vita di Natuzza mi lasciavano molto perplesso. Ovviamente l’idea più semplice era che qualcuno avesse in qualche modo mistificato le cose. Ho accettato l’incarico da uomo di scienza, soltanto per fornire un riscontro concreto, come se si trattasse di un qualunque altro caso e la questione da chiarire fosse semplicemente l’individuazione del profilo genetico dell’ipotetico sospetto, partendo dalle tracce biologiche lasciate dal soggetto sulla scena di un delitto».

I SIMBOLI DELLA PASSIONE

  

Durante la Quaresima, Natuzza presentava spontanee lacerazioni sulla pelle da cui si produceva un essudato ematico. Sulle ginocchia ad esempio si formava l’immagine del Volto santo. Quando si verificavano questi fenomeni, nel punto delle federe dei cuscini dove cadeva il suo sangue si formavano anche immagini di significato religioso, come ad esempio l’anello del Rosario, l’Ostia, la Madonna sul globo terrestre.

«Frontera aveva conservato questi cuscini e me li ha forniti per farli analizzare», spiega lo scienziato. «Mi ha dato poi una federa con una traccia ematica di sicura pertinenza di Natuzza perché mi ha contestualizzato il momento in cui si è formata la macchia. Sulla federa, tra l’altro, non si osservava nessun simbolo particolare. Io ho classificato questa federa come reperto di riferimento. In breve: ho prelevato il frammento di tessuto con la macchia rossa dalla federa e con le analisi ho dimostrato che sulla federa di riferimento vi era sangue umano. Ho fatto la stessa operazione con le macchie presenti sulle altre federe e anche in questo caso ho dimostrato che quel materiale era costituito da sangue umano. Attraverso l’analisi del Dna ho ottenuto poi un profilo genetico dalla federa di riferimento e l’ho comparato con quello ottenuto dalle macchie presenti sulle altre federe, macchie raffiguranti varie immagini a sfondo religioso. Ho dimostrato che in entrambi i casi si trattava di sangue umano e che i due profili genetici erano di una donna ed erano identici, riconducibili quindi alla stessa persona».

Come dimostrare con certezza che quel profilo genetico ottenuto era effettivamente quello di Natuzza Evolo? «Ho chiesto ai figli della mistica di sottoporsi a un prelievo per l’esame del Dna; successivamente ho confrontato il profilo di ciascuno di loro con il profilo ottenuto dalle macchie e la risposta è stata che il profilo ottenuto dalla macchia di riferimento e dalle macchie presenti sulle altre federe era di Natuzza». Tutto questo non spiega ancora la natura di quelle macchie in forma di disegno, ma esclude interventi esterni.

L’OCCASIONE PER RIFLETTERE

«Un caso così particolare su cui lavorare inevitabilmente ti cambia», ammette Di Nunzio. «Nelle lunghe ore trascorse in laboratorio a cavallo tra reperti e pensieri, tra il concreto e lo spirito, ti poni domande: ti interroghi su una spiritualità forse da troppo tempo accantonata, fai i conti con la fede», spiega Di Nunzio, che conclude: «Non tutto può essere spiegato scientificamente, alcune cose non possono essere ricostruite razionalmente né dimostrate. Qualcosa è successo nella mia vita, è come se avessi raggiunto un equilibrio totale tra la vita terrena e quello che probabilmente troveremo dopo la morte: il passaggio non mi spaventa più. Sono certo adesso dell’altra vita che ci attende, prima non mi ponevo tale interrogativo. Ero abituato a fidarmi soltanto di ciò che è dimostrabile. Adesso, Natuzza Evolo è diventata un punto di riferimento nella preghiera. So che non siamo soli».

Foto di Francesco Fiorellini

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