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mercoledì 19 giugno 2019
 
 

Conchita: «In ogni pellegrinaggio succede sempre qualcosa di bello e inaspettato»

09/06/2019  La testimonianza appassionata della ragazza di Rovigo che nella notte ha raccontato tutte le volte in cui ha partecipato alla marcia Macerata-Loreto. La prima nel 2013, l’ultima col piccolo di 7 mesi sotto la pioggia scrosciante: «Il mio unico obiettivo» dice «era arrivare dalla Madonna: Lei mi stava aspettando ed io non vedevo l’ora di affidarLe mio figlio!»

(Conchita, a destra nella foto, in un'immagina pubblicata sul suo profilo Facebook)

«Ho iniziato a fare questo Pellegrinaggio (o meglio a vivere, perché il Pellegrinaggio si vive!) soltanto nel 2013 e da allora attendo annualmente con gioia l’arrivo del secondo sabato di giugno. Ero partita con un amico, Paolino, che poi sarebbe diventato il mio angelo custode, non sapendo  assolutamente cosa mi aspettava, dal momento che era la prima volta.Appena arrivati allo stadio sono rimasta letteralmente colpita, estasiata, accolta, divorata in un vortice di emozioni. Ascoltando il canto “Pieni di forza” avevo capito già da allora che era una canzone che ti aiuta ad immergerti nel Pellegrinaggio.Prima della S. Messa arriva la telefonata del Papa, che dice: «Vi saluto uno ad uno», ed io ero pimpante… Sembrava che stesse parlando solo con me! Poi l’inizio del cammino. Tranquillo, in discesa, facile, senza problemi, con la recita del Rosario, accompagnato dai canti. Paolino rimaneva sempre al mio fianco.Verso le tre, o le quattro di mattina la stanchezza comincia a bussare alla mia porta. Devo essere sincera: ho avuto quei cinque minuti in cui ho cominciato ad arrabbiarmi con me stessa. Mi facevo sempre la solita domanda: “Chi me lo ha fatto fare? Cosa ci faccio qui?”. Mi dicevo: “Quando ritorno a Mardimago ci metto una croce sopra e non ci vengo più”. Ero stanca, molto stanca e di questo potevo incolpare solo me stessa; in ogni caso continuavo a camminare e Paolino rimaneva sempre al mio fianco. A un certo punto, all’inizio dell’alba, il mio amico mi ha preso il braccio sinistro e mi ha detto: “Conchita sei a posto, tutto bene?”. E io ho risposto: “Sì, tutto a posto”. Ho girato la testa verso di lui, che non mi ha detto più nulla, ma uno sguardo, durato due secondi, mi è bastato per farmi capire un’altra cosa: che Qualcun altro (con la Q maiuscola) mi aveva messo accanto una persona per trascinarmi da Lei, ed era proprio il mio angelo custode.Ho iniziato a piangere, senza neanche rendermene conto… Non volevo farmi vedere piangere da Paolino; allora sbarravo gli occhi per cercare di farli asciugare. Eravamo giunti alla fine del cammino e in lontananza vedevo la statua della Madonna nera: mi sembrava che mi abbracciasse e mi dicesse: “Vieni, ti ho aspettata tutta la notte e adesso ti accompagno da Lui”. Avevo anch’io nello zainetto l’intenzione di preghiera da portare davanti alla Basilica di Loreto, per bruciarla insieme alle altre e farla così salire verso il Cielo. Sinceramente non ricordo l’intenzione che avevo scritto, perché tutto quello che avevo trascorso quella sera, quelle 8-10 ore, insieme al mio angelo custode, erano più importanti delle righe che avevo scritto. Quello che mi era successo era talmente bello che di quella intenzione non mi importava più niente! Tornata a casa, mi ci sono voluti tre o quattro giorni per metabolizzare la cosa. In parrocchia stavamo organizzando la festa delle famiglie, e così sono letteralmente scoppiata, dicendo tutto quello che mi era successo, quello che avevo visto e conosciuto. Quando ti capita una cosa bella non vedi l’ora di raccontarla agli altri! Con il cuore volevo che anche i miei amici potessero vivere una cosa del genere, sentire che c’è qualcosa di grande che ci è accaduto. Allora con alcuni amici e don Franco abbiamo detto: “Perché non ci organizziamo come parrocchia per partecipare al Pellegrinaggio Macerata-Loreto?”. Era passato l’anno, abbiamo iniziato tutti a dire sì, e da lì c’è stato un passaparola da amico ad amico. Questo Pellegrinaggio mi ha letteralmente sconvolta (positivamente!), ha alimentato la mia fede (perché la fede deve essere alimentata!), e questo cammino rappresenta un alimento prezioso. Per questo sono grata a Mons. Giancarlo Vecerrica. Ho letto una sua testimonianza in cui dice: “Non sono io l’ideatore del Pellegrinaggio, ma sono solo uno strumento”. Sono grata soprattutto alla Madonna e al Signore: ci sarà un Motivo più grande di noi se da 300 siamo passati a 100.000. C’è un Motivo più grande di noi che devi testare sulla tua pelle. Sono oramai diversi anni che vivo il Pellegrinaggio e ogni volta succede sempre qualcosa di bello e inaspettato. Ricordo ad esempio che l’anno successivo (il 2014) sapevo che non potevo rifare il cammino insieme a Paolino, perché doveva stare accanto ad un’altra persona. Avevo paura di “tagliare quel cordone ombelicale” che ci aveva tenuto uniti l’anno precedente. Alla fine del cammino non avrei mai immaginato di essere io l’angelo custode, “un bastone” per qualcun altro durante il Pellegrinaggio. Lungo le salite e le discese delle ultime tre colline mi sono ritrovata vicino due signore, una aggrappata al mio braccio destro e l’altra al braccio sinistro: stavo accompagnando entrambe a compiere i chilometri più faticosi prima dell’arrivo a Loreto.Sembrava dovesse essere un’impresa difficile e faticosa, invece mi sono resa conto che le loro braccia, incrociate alle mie, mi stavano paradossalmente sorreggendo. Un’altra esperienza che non dimenticherò è quella del 2016, quando ho portato in pellegrinaggio mio figlio di sette mesi. L’anno prima avevo fatto un voto: di portare in dono alla Madonna e al Signore il mio grande dono, se mi avessero dato la forza fisica di affrontare serenamente la gravidanza, data la mia rara malattia del sangue. Ho avuto il mio miracolo: senza ricorrere a farmaci o trasfusioni, mi sono ritrovata fisicamente in forza. Così a giugno siamo partiti insieme. Durante la notte non ho mai spinto il passeggino. I miei amici facevano a turno, in modo che io rimanessi sempre a fianco di mio figlio, che non si è mai svegliato per la poppata. Pioveva, a volte anche incessantemente. Diverse persone mi chiedevano da dove fossi partita. Rispondevo: “Dallo stadio di Macerata”! Come risposta: “Mamma mia che coraggio!”. Il bello è che non sapevo se le persone mi consideravano davvero una donna coraggiosa o una madre “screanzata” date le avverse condizioni del tempo e il lungo cammino che dovevo percorrere. Sapevo  però che il mio unico obiettivo era arrivare là: Lei mi stava aspettando ed io non vedevo l’ora di affidarLe mio figlio! Alle sette di mattina arrivai al pullman, Manuel era sveglio, e lo allattai. Sì, mio figlio si chiama Manuel, che significa: “Dio con noi”! Sempre!».

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