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Le mamme della terra dei fuochi: «Nessuno deve soffrire come noi»

07/05/2016  La denuncia delle mamme alle porte di Napoli. Rifiuti. Camorra. Cancro. «La strage silenziosa che ci ha strappato i nostri angeli semina ancora dolore, noi non molliamo», dicono le madri che hanno perso i figli. Con loro, don Maurizio Patriciello

Di quel triangolo si sapeva, lo chiamavano il triangolo dei veleni. Il perimetro va da Acerra a Nola a Marigliano, 1.076 chilometri quadrati, 57 Comuni che un articolo di dodici anni fa della più prestigiosa rivista medico-scientifi†ca del mondo, The Lancet, chiamava “Triangle of death”, triangolo della morte. L’Oms, l’Organizzazione mondiale della sanità, l’anno prima aveva pubblicato un Rapporto nel quale spiegava che qui il numero di alcuni tumori superava di due, tre, quattro volte la media nazionale italiana. E diceva che le zone a maggior rischio erano quelle dove si trovano discariche senza controllo e dove da anni che erano avvenuti sversamenti di ri†fiuti altamente tossici.

Era il 2003 e Loredana Barisciano se la ricordano bene i medici dell’Istituto tumori Pascale di Napoli. Allargava le braccia e aveva gli occhi colmi di lacrime. Per Enrico, 8 anni, non c’era più niente da fare. Il male lo stava portando via in dieci mesi. Lei non sapeva nulla del triangolo dei veleni. Anzi, per scappare dall’inquinamento era venuta ad abitare in campagna.

 Terra di lavoro, Campania Felix, sole e verdure. Ha capito tutto nei mesi della lunga via crucis in ospedale, ricoveri e chemioterapie devastanti. Ha capito tutto perché ha visto le altre e i loro †figli, bambini di quattro, cinque, sei anni con la luce vuota negli occhi. Come Ida Pariante che ha visto scivolar via Martina a nove anni, dopo tre anni di sofferenza. Come Anna Guarino che ha perso Salvatore sette anni fa. Come Pina Palma che non ha più Francesca. Non si conoscevano, ma abitavano tutte qui in questo triangolo che ti toglie †finanche il diritto al respiro, che ti prende alla gola con la puzza strisciante nell’aria.

Per la gente è la Terra dei fuochi, perché i rifiuti a un certo punto hanno preso a bruciarli
. Loro sono le mamme della Terra dei fuochi, quelle che parlano dei loro †figli con i verbi al presente, esattamente come le madri argentine di Plaza de Mayo. Sono le mamme di Caivano, di Villaricca, di Casaluce, di Casalnuovo, di Afragola, di Gricignano di Aversa, tante, troppe con le foto dei fi†gli in tasca, con le immagini felici e con quelle della tragedia, la testa senza capelli, la mascherina bianca sul volto, un camice azzurro in una stanza sterile d’ospedale. Te le mostrano sullo schermo del telefonino senza pudore, perché tu le inchiodi alla mente e ai polpastrelli. È questa la loro impresa: non dimenticare e non permettere che il Paese lo faccia.

 Con loro c’è un prete di quelli tosti, don Maurizio Patriciello, che l’orrore della Terra dei fuochi ostinatamente tiene all’attenzione della nazione, anche se, dice, «qui si fa un passo avanti e due indietro». Possiede solo un’arma, don Maurizio, ed è la parola che alza come una invettiva e fa scorrere piana nei libri e negli articoli. L’ultimo è questo: storie di madri e della loro terra, storie di fuochi assassini, storie di bambini perduti, storie dell’assenza dello Stato e di topi che ballano, industriali e camorristi, tutti criminali.

 Le mamme s’incontrano nella sua chiesa, sentinella che sta vicino a chi non è ascoltato da nessuno nel Parco Verde di Caivano, intreccio di sofferenza e di resistenza, disoccupazione al 90 per cento e lavoro pronto apparecchiato solo dalla camorra. Domanda: «Come si fa a dire un giorno che la Terra dei fuochi uccide e il giorno dopo negarlo? A che gioco giochiamo?». Don Patriciello denuncia l’inganno di studi che non si fanno, di responsabilità che vengono attribuite agli stili di vita, sigarette in quantità e cibo gramo di bassa qualità.

 Lui, le mamme e un pugno di medici che da anni denunciano la folle filiera di morte sono l’unico presidio di quello che il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha definito «l’emblema del degrado italiano». Perché da quasi vent’anni i medici per l’ambiente e i comitati dei cittadini parlano, scrivono, a volte urlano. Li ha ascoltati solo il ministro della Salute del Governo Monti, il professor Renato Balduzzi, che un giorno, per rendersi conto di quello che accadeva, arrivò una mattina, da solo, con un’auto presa a noleggio, senza scorta per ascoltare i medici e la gente e per camminare tra il fango fumante della Terra dei fuochi. Ricorda don Patriciello: «Mai era accaduto e se ne andò con le lacrime agli occhi. Gli dissi “ci aiuti, la prego, a uscire da questo incubo” ». Balduzzi invitò i medici di qui a partecipare alle commissioni del ministero e Patriciello esultò: «Stava accadendo qualcosa di veramente importante, bello, democratico, la verità stava per venire alla luce scansando la menzogna. Poi purtroppo cambiò il ministro e tutto o quasi è tornato nell’oblio».

Sta accadendo ciò che il vescovo di Aversa, monsignor Angelo Spinillo, aveva messo in conto
: «Tra allarmismo e negazionismo vincerà l’immobilismo». Patriciello lo ha detto anche a Matteo Renzi, che la Terra dei fuochi nemmeno sapeva dove fosse e al sacerdote cercò di rifilare la bufala dei 450 milioni stanziati per la discarica di Taverna del Re, quella per le ecoballe a Giugliano, come la soluzione per i problemi di qui: «Lo incontrai a Caserta e gli spiegai almeno la geografia».
Adesso a lottare per la verità ci sono anche le mamme e nessuna più di loro sa come si fa. Perché non c’è forza più grande di quella di una madre che ha sentito il proprio figlio dire con l’ultimo filo di voce: «Mamma, aiutami…».

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