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Antiterrorismo, l'Europa del diritto ancora non c'è

25/03/2016  Le smagliature nelle indagini antiterrorismo di Bruxelles portano alla ribalta le difficoltà di coordinamento tra Paesi. L'Italia ha esteso il coordinamento interno, ma gli esperti dicono che a livello sovranazionale si deve fare di più.

Il problema del coordinamento, della difficoltà di far passare informazioni tra un Paese europeo (e non solo) e l’altro in materia di indagini sul terrorismo è diventato evidente agli occhi del grande pubblico con le smagliature rivelate dopo l’attentato di Bruxelles, ma gli addetti ai lavori segnalano da tempo le difficoltà ai legislatori nazionali ed europei.

In Italia se n’era parlato proprio pochi giorni prima delle stragi del Belgio nell’Aula magna del collegio Ghislieri di Pavia: un incontro pubblico destinato agli avvocati e ai dottorandi in procedura penale, per fare il punto sugli strumenti penali di contrasto. Attorno al tavolo Alberto Kostoris docente di diritto processuale penale a Trento esperto di diritto penale europeo, Maurizio Romanelli, Procuratore aggiunto a Milano a capo di sezione antiterrorismo e Franco Roberti procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo.

Riassumendo in soldoni, hanno spiegato – come più chiaramente non si potrebbe - che quando si tratta di contrastare un’organizzazione terroristica che comincia reati in un Paese e li finisce in un altro, è indispensabile che diritto e intelligence agiscano con una logica altrettanto trasnazionale, se non vogliono perdere la partita.   A livello nazionale italiano, la normativa più recente ha portato ad assegnare la competenza del contrasto al terrorismo alle procure distrettuali – favorendo la specializzazione sottolineata con favore da Maurizio Romanelli – e al coordinamento centralizzato in capo al Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, seppure con quella  che Kostoris e Roberti hanno definito una “centralizzazione debole”, rispetto al meccanismo già rodato dell’antimafia.

«In materia di antimafia», ha spiegato Franco Roberti, «il coordinamento è previsto da molti anni, in materia di terrorismo il legislatore c’è arrivato in emergenza dopo gli eventi di Parigi, anche se il terrorismo internazionale è un problema noto da molto tempo: tuttora però lo scambio di informazioni in materia di terrorismo per le procure distrettuali non è d’obbligo come per l’antimafia. In teoria sarebbe ancora possibile una procura distrettuale che operi come una monade chiusa». 

L’importanza del coordinamento si capisce meglio con un esempio: «Se scopro che Franco Roberti viene fermato alla frontiera svizzera con scene di jihad sul telefonino e contemporaneamente, consultando il registro delle notizie di reato di una procura ordinaria, vengo a sapere che è indagato dalla procura di Sassari per traffico di stupefacenti, incrociando i dati trovo un elemento di conoscenza che mi fa ipotizzare che costui possa avere una vocazione jihaidista e che si autofinanzi con il traffico di droga.  Se in Italia con la struttura creata da Giovanni Falcone per la distrettuale antimafia c’è una tradizione consolidata di coordinamento, non possiamo permetterci, pena l’inefficacia, che altri Paesi che non hanno la stessa tradizione non scambino informazioni».

Anche a livello nazionale Roberti auspica però un passo avanti: «Secondo me è necessario un raccordo tra servizi di intelligence, forze di polizia giudiziaria e magistrati, almeno in materia di terrorismo: al momento dalla legge non è previsto. Si sta cercando di capire se sia almeno possibile attuarlo anche in assenza di una legge in materia».   

Resta il problema, per cui non basta ovviamente uno sforzo di coordinamento, legato al fatto che il diritto di un Paese agisce su un determinato territorio e anche questo comporta, indirettamente, difficoltà per le indagini in materia di terrorismo. Roberti spiega anche questo con un esempio e avanza proposte di soluzioni: In Italia operano molte agenzie di money tranfer, sappiamo che sono facili veicoli di finanziamento al terrorismo internazionale, ma apartenendo a società con sede legale all’estero non hanno l’obbligo di segnalare operazioni sospette. Il risultato è che se ne devo intercettare una, devo farmi autorizzare dal giudice del paese in cui ha sede la società con una rogatoria internazionale: una procedura lunghissima incompatibile con le esigenze delle indagini antiterrorismo. L’unica strada sarebbe imporre alle società di questo tipo di aprire una sede legale in Italia per poter operare sul territorio».

Un caso dei tanti che rende l’idea delle complicazioni. Ce ne sono altre: «Eurojust», spiega Kostoris, «che ha scopo di coordinare a livello europeo le indagini nazionali, di metterle in contatto, non ha però il potere di fare autonome indagini, e qui parliamo di un terreno infido, perché l’Unione europea è un soggetto incompiuto: c'è un'Europa anche del diritto, c'è un organo europeo che fa indagini, l’Olaf, ma sono indagini amministrative non penali: appena si scopre un reato l'Olaf deve fermarsi comunica tutto alle autorità nazionali che spesso fanno orecchie da mercante, è chiaro che il terrorismo è  fenomeno transnazionale, la Procura nazionale può fare miracoli ma poi c'è la parte fuori. Il trattato di Lisbona ha fornito lo strumento della Procura Europea, che sta funzionando per i reati finanziari, ma il lavoro per  estenderne la competenza ad altri reati si scontra con diffidenze, sospetti verso la centralizzazione, gelosie tra Stati. Ma in una guerra asimmetrica non possiamo permetterci il lusso di smagliature nella catena di comando».  

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