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domenica 23 settembre 2018
 
 

Calcio africano in cerca d'identità

22/01/2013  Al via la Coppa d'Africa, il torneo calcistico più importante del continente, il primo dopo le rivoluzioni politiche.

Didier Drogba, con la maglia della Costa d'Avorio. Proverà a rivincere il titolo con la sua nazionale (Reuters).
Didier Drogba, con la maglia della Costa d'Avorio. Proverà a rivincere il titolo con la sua nazionale (Reuters).

Calcio, poesia, talento, politica, polemiche. E’ la Coppa d’Africa: di tutto, di più. Doveva essere il calcio del 2000, quello africano. Il nuovo millennio s’è presentato da tempo, ma quel calcio resta dietro, pur avendo recuperato posizioni nelle gerarchie calcistiche mondiali. Manca sempre qualcosa, perché il miracolo accada. C’è talento, ma è difficile incanalarlo. La Coppa d’Africa, la dimostrazione più lampante. Anche perché una competizione continentale ogni anno è dura da sostenere. Anche sotto il profilo del talento. Ne sono nati, nel Continente Nero. Scovare novità un anno solare dopo un altro, però, è pura utopìa. Va a finire che il più in vista è pure uno dei più stagionati, Didier Drogba, che in Europa (col Chelsea) ha vinto tutto, tanto da decidere di andarsi a prendere vagonate di quattrini in Cina, uno degli avamposti del calcio che cambia.
La Costa d’Avorio, il suo paese, gli resta nel cuore. Un anno fa, la grande delusione. Un rigore sbagliato in finale, il titolo finito nelle mani dello Zambia. Ci riprova, Drogba, forse per l’ultima volta, considerata l’età.

Lui è la punta di diamante, a livello di talento. Per il resto, non un granchè. Manca il calciatore africano più pagato della storia, Samuel Eto’o, tradito dal suo Camerun, che non s’è qualificato. Forse, il giocatore più in vista è Yaya Touré, centrocampista del Manchester City, squadra saccheggiata dal torneo africano. Il Manchester City e le altre. Quelle che non sopportano la Coppa d’Africa. Ogni anno, la stessa storia. Giocatori che tornano in Africa, per giocarsi il titolo. E squadre di club che pagano dazio, chi più chi meno. Passano gli anni, nulla cambia. Chi può starsene tranquillo nel suo cantuccio è il calcio italiano, per ovvie ragioni. Nessuno che alza la voce, visto che non ce n’è bisogno.

L’Italia il fascino del calcio africano non l’ha subito, se non a scartamento ridotto. Di talenti dal continente nero ne abbiamo importati (Eto’o, innanzitutto, arrivato all’Inter via Barcellona), mai però in numero consistente. Altre storie, quelle di francesi e inglesi. I francesi, un po’ per forza di cose: vecchie colonie, ora saccheggiate nel calcio. E gli inglesi, che esterofili come sono pescano un po’ ovunque. Il calcio italiano in Sudafrica spedisce appena 9 giocatori d’importazione, molti dei quali non di primo piano.
Tra le grandi del football tricolore, la Juve perde Asamoah, che va a giocare per il suo Ghana, la nazionale più “italiana” di questa coppa (ci sono anche Badu dell’Udinese e Boakye del Sassuolo), la Fiorentina manda El Hamdaoui (Marocco), il Milan rinuncia a Mesbah (Algeria), la Lazio a Onazi (Nigeria). E poi, gli altri: Benatia, marocchino dell’Udinese, Samassa, maliano del Chievo, Nwankwo, nigeriano del Padova. Modesto contributo, quello dell’Italia, mai particolarmente sensibile al fascino del calcio africano.

Altro aspetto, quello politico. Un anno fa, la prima Coppa d’Africa dopo le rivoluzioni. E gli strascichi si trascinano ancora, coinvolgendo la nuova edizione. Doveva giocarsi in Libia, un paese in fase post-dittatoriale. Per evitare problemi (sia di organizzazione che di sicurezza), s’è preferito trasferire tutto in Sudafrica. Il ricordo del Mondiale è ancora fresco, così come lo sono gli stadi costruiti per la kermesse iridata: soluzione più rapida e indolore. Restano altri problemi, fuori dal campo. Ad esempio, il Mali, uno dei tanti focolai di guerra, quello più caldo: la Francia vi combatte le milizie islamiche, la nazionale maliana si gioca il suo prestigio calcistico. Triste commistione, come sempre quando c’è di mezzo il calcio africano.

Ma ora è tempo di calcio. Tre settimane (dal 19 gennaio al 10 febbraio), cinque città (Joahannesburg, Port Elizabeth, Durban, Nelspruit, Rustenburg), altrettanti stadi (FNB, Nelsona Mandela Bay, Moses Mabhida, Mobombela, Royal Bafokeng), 16 nazionali (Sudafrica, Ghana, Mali, Zambia, Nigeria, Tunisia, Costa d’Avorio, Marocco, Etiopia, Capo Verde, Angola, Niger, Togo, Repubblica Democratica del Congo, Burkina Faso, Algeria).
E’ la Coppa d’Africa, croce e delizia del calcio di inizio anno.

Ivo Romano

Un'azione dell'incontro tra Capo Verde e Sud Africa, partita di apertura del torneo (Reuters).
Un'azione dell'incontro tra Capo Verde e Sud Africa, partita di apertura del torneo (Reuters).

Una manciata di isolette nell’Atlantico, circa mezzo milione di abitanti. Benvenuti a Capo Verde, l’ultimo arrivato sulla scena della Coppa d’Africa. Una nazionale mai vista prima d’ora, a questi livelli. E sì che compete solo dal 1994, ma a sbarcare alla fase finale non c’era mai riuscita. C’è arrivata eliminando il Camerun di Eto’o, una vera potenza: gli squali blu (Blue Sharks, il nome di battaglia) che sbranano i leoni indomabili, un pezzo di storia del calcio africano. E si porta dietro un paio di primati: la prima volta in assoluto, la più piccola di sempre. Per di più, la sorte ha voluto regalare un debutto coi fiocchi: contro i padroni di casa del Sudafrica, nella partita inaugurale del torneo, disputata sabato 19 gennaio.

Stadio esaurito e decine di migliaia di occhi, per il Sudafrica ma pure per Capo Verde. Degno suggello a un’autentica impresa, costruita raccattando semisconosciuti calciatori emigrati in Europa, perché i migliori hanno sempre scelto altre nazionali (Vieira la Francia, Nani il Portogallo, come tanti altri), quelle a maggior garanzia di gloria e risultati. Giocatori, ma non solo. Servivano soldi, innanzitutto.
Quelli non ci sono, a Capo Verde come in altri paesi africani. E quando mancano i quattrini non c’è che da aguzzare l’ingegno e dar sfogo alla fantasia. La festa era cominciata alla fine della sfida col Camerun e non poteva finire così presto. E allora, via con i concerti per rastrellare quattrini per la spedizione sudafricana. E poi, il 10 per cento della vendita dei francobolli nelle casse della federazione per le spese di viaggio e soggiorno. Ancora, la richiesta di contributi economici ai pochi che potevano permetterselo. E pure una colletta tra tutti gli abitanti, e ognuno a dare il poco che poteva. E mille altre iniziative, racchiuse in quella che è stata denominata Operacao Can 2013, con tanto di profilo su Facebook e account si Twitter, giusto per non farsi mancare nulla del mondo della rete e dei social network. Infine, in referendum: se potesse stanziare dei fondi speciali per la spedizione calcistica il governo di Capo Verde lo ha chiesto al popolo, che ha risposto con entusiasmo.

Salvata la spedizione, la parola passa al campo. Il rischio è svegliarsi dal sogno. Un girone di ferro (con Angola e Marocco, oltre ai padroni di casa del Sudafrica), l’ostacolo con cui misurarsi. Centrato un risultato storico, si punta a un’altra sorpresa. Male che vada, resta la soddisfazione di aver partecipato. La prima volta non si scorda mai. E richiede sacrifici, perché la piccola riesca a sedersi al tavolo delle grandi.

Ivo Romano

Il giocatore dell'Etiopia Adane Girma (Reuters).
Il giocatore dell'Etiopia Adane Girma (Reuters).

L’avevano definita il Brasile d’Africa, un po’ di decenni fa. Per via della storia e dei risultati. L’Etiopia del calcio andava per la maggiore in Africa, anzi quasi precorreva i tempi in quel continente, co-fondatore della Caf, la federazione continentale, insieme a Egitto, Sudafrica e Sudan. Sul campo, poi, la nazionale vinceva: una nazionale di pionieri, che parve destinata a successi in serie quando Mengitsu Worku, uno che nella storia di quel calcio ha inscritto il suo nome a caratteri dorati, segnò nei tempi supplementari contro l’Egitto il gol che regalò all’Etiopia la Coppa d’Africa del lontano 1962.

Giocava bene, un calcio alla brasiliana, appunto. In quegli anni ’60 era davvero forte, ancorchè sul trono d’Africa non ci sia più arrivata, fermata in semifinale sia nel 1963 che nel 1968. Comunque, era una potenza, forse la migliore. Ma quella gloria sarebbe durata ancora ben poco. Perché il calcio non è corpo a sé, in grado di isolarsi da quel che avviene nel paese. E quel che è accaduto in Etiopia è scritto nei libri di storia. Un’immagine distrutta, polverizzata. Anni di guerra civile, cruenta, sanguinosa. E la carestie, a mettere in ginocchio un intero paese. E il guardarsi in cagnesco e il farsi la guerra con l’Eritrea, materia di lungo corso per le diplomazie del mondo impegnate a evitare violente contrapposizione.

Un paese martoriato, distrutto, devastato. E il calcio a vivere anni tristi, bui, tormentati. Giocatori in prima pagina, ma per le ragioni sbagliate, spesso in fuga dal paese in cerca di asilo politico, ogni qualvolta impegni internazionali li conducevano oltre confine. E risultati azzerati, da minimo storico per una nazionale un tempo definita il Brasile d’Africa: apparizioni incolori in Coppa d’Africa, talvolta fasi preliminari abbandonate per cause di forza maggiore. L’ultima volta alla fase finale, nel 1982. Ora ci ritorna, oltre trent’anni a un mare di vicissitudini dopo. Per anni, fuori dai giochi internazionali, espulsa dalla Fifa per gli eccessi di intromissioni politiche nella vita della federazione, che faceva e disfaceva, assumendo qualcosa come 15 commissari tecnici in soli 11 anni.

Poi, la lenta ripresa. Una federazione trasparente, convinta di poter recuperare il tempo perduto: campionato ridotto a 14 squadre (da 18), iniezioni di danari da parte di imprenditori locali, progetti per la costruzione di un’accademia per giovani calciatori e uno stadio da 60mila posti ad Addis Abeba, la capitale. Per arrivare in Sudafrica, le Antilopi Walya (dal nome di una specie che è stata a lungo a rischio di estinzione) hanno dovuto compiere un mezzo miracolo: due gol nel secondo tempo contro il Sudan, a ribaltare il 5-3 subìto nella partita d’andata. Un bel vedere, 31 anni dopo l’ultima apparizione. E, soprattutto, un bel modo per dimenticare i guai del passato e guardare al futuro, provando a ricordare quel vecchio prestigioso soprannome, il Brasile d’Africa.

Ivo Romano

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