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lunedì 10 agosto 2020
 
 

Cosa non si fa per una bionda...

26/06/2010  La birra italiana è sempre più diffusa e amata nel mondo. E mentre noti marchi nostrani vengono acquistati dagli stranieri, nel nostro Paese aumentano i microbirrifici.

La birra? Non c'è dubbio, è nata in Nord Europa. A molti italiani, probabilmente, viene spontaneo rispondere così, facendo un'immediata associazione con l'immaginario comune che dipinge i nordeuropei - tedeschi e scandinavi - come incalliti bevitori di bionde. Quanto alla data di nascita, in molti la collocano nel Medioevo (forse pensando alla tradizione birraia dei monasteri?). Sbagliato in entrambi i casi: come spiega l'antropologo alimentare Sergio Grasso, la birra, bevanda fermentata a base di cereali, non ha avuto origine nelle fredde terre del Nord, bensì vicino al Mediterraneo, più precisamente in Mesopotamia, ben cinquemila anni fa (pare sia la bevanda alcolica più antica del mondo).

Da lì questa bevanda si è poi diffusa in Egitto e via di seguito in tutto il bacino mediterraneo. Successivamente la birra ha attecchito molto in Nord Europa - dove iniziò a essere prodotta a livello indutriale - perché in quelle terre la coltura dei cereali ha trovato condizioni climatiche più favorevoli:  in Germania è nata la figura del mastro birraio. Nel Mediterraneo si è poi affermata la coltivazione della vite. Il vino, però, è nato dopo la birra: se i greci amavano molto la bevanda ricavata dai cereali, sono stati poi i romani a preferirle il vino. Altra curiosità: pare che a inventare la ricetta della birra sia stata una donna che, per caso, si trovò a "maneggiare" i cereali e a ricavare questa bevanda a bassa gradazione alcolica.  Tutti quelli che pensano che la birra sia "una cosa da uomini" dovranno dunque ricredersi.

In Italia, la prima fabbrica di birra nacque nella seconda metà del Settecento. Da allora, la produzione e il consumo della bionda ha continuato sempre a espandersi: secondo una ricerca condotta da Doxa e Assobirra (l'associazione di categoria) oggi quasi due italiani su tre bevono birra.
Bionda o rossa, ambrata, speziata, fruttata, oggi la birra è una delle bevande più diffuse al mondo. E ancora di più in tempi di Mondiali di calcio, quando il boccale davanti alla partita in Tv per molti diventa quasi "di rigore": al di là di chi conquisterà il titolo di campione del mondo, pare che televisori e birra - o meglio chi li vende - siano già stati decretati come i veri vincitori. Durante questo mese calcistico pub e ristoranti si sono attrezzati per offrire ai clienti-spettatori qualche novità, ad esempio abbinando una marchio di birra a ogni partita. E alla tradizionale accoppiata birra-pallone non sfuggono nemmeno politici e capi di Stato: lo scorso 12 giugno, poche ore prima del duello tra Stati Uniti e Inghilterra,  il presidente americano Barack Obama e il neopremier britannico David Cameron avevano scommesso una birra su chi avrebbe vinto. Per la cronaca la partita è finita 1-1: chissà se Obama e Cameron la birra l'avranno comunque bevuta?

                                                                                                                      Giulia Cerqueti

Diceva Frank Zappa che "un Paese è veramente tale quando ha una compagnia aerea e una birra", ma allo stesso tempo "ti senti meglio se c'è una squadra di calcio o qualche arma nucleare, anche se alla fine è di una birra che hai più bisogno". Ironia della sorte per l'Italia buttata fuori dal mondiale: proprio sudafricana è la Sab Miller, che ha acquistato anni fa lo storico marchio italiano Peroni. Nata nel 1846 a Vigevano (non lontano da Biella, dove viene prodotta la Menabrea, una delle migliori birre italiane), la Peroni è stata fornitrice di Casa Savoia e successivamente birra storicamente legata a Roma e all'Italia.

Proprio in un momento in cui la birra acquista popolarità anche nel nostro Paese, e i nostri marchi storici hanno successo all'estero, questi vengono acquisiti da gruppi stranieri. La multinazionale Heineken, ad esempio, possiede tra le altre la birra sarda Ichnusa. Con la Francia l'Italia è agli ultimi posti in Europa per consumo di birra, eppure siamo passati dai 3,5 litri pro capite l'anno degli Anni Venti agli oltre 30 litri di oggi.

Birra non fa più rima solo con pizza e inizia ad affermarsi anche in abbinamento ad altri piatti. Merito anche dei microbirrifici che stanno diffondendo la cultura di questa bevanda, proponendola fresca, artigianale e in un'infinità di varianti e aromi. A Borgorose, un paese al confine tra Lazio e Abruzzo, è nata 5 anni fa la "Birra del Borgo". Tra le punte d'eccellenza la “Duchessa” prodotta con il farro tradizionalmente coltivato nel parco regionale dei Monti della Duchessa, dove si trova il birrificio. O ancora la “Genziana”, aromatizzata con radici di genziana al termine della bollitura. "Usiamo tutti prodotti locali e lieviti selezionati rigorosamente non Ogm", spiega Alfredo. "Ormai nei ristoranti esiste la carta delle birre e non si parla più di enogastronomia, ma di gastronomia. Ci siamo presi una bella rivincita sul vino". La "Birra del Borgo", nata dalla passione di Leonardo che iniziò a fare la birra in casa come gioco durante gli studi universitari di biochimica, è ora una realtà in continua crescita. "Produciamo 20 tipologie diverse di birra", aggiunge Alfredo, "ci siamo appena spostati in uno stabilimento più grande ma non basta per stare dietro alle richieste".

Celebrazioni per i 150 anni della Birra Moretti un anno fa a Milano.
Celebrazioni per i 150 anni della Birra Moretti un anno fa a Milano.

In Scozia si coltiva orzo e si produce birra da circa 5 mila anni. Eppure qui, come nel resto della Gran Bretagna, una delle birre in bottiglia più richieste nell'ultimo periodo è la Nastro Azzurro. "Non so come mai", dice il barman al bancone di The Ship, uno dei ristoranti di pesce più apprezzati di Leith, il porto di Edimburgo. "Probabilmente perché se è italiano è sicuramente un buon prodotto. Dà un'idea di freschezza e genuinità che altre birre non hanno". La Nastro Azzurro è una premium lager, ovvero un tipo di birra chiara non molto comune nei Paesi anglosassoni, regno delle rosse (dette ale) e delle scure (chiamate porter o stout).

Negli ultimi anni questa birra italiana è sbarcata in 12 nuovi Paesi tra cui Stati Uniti, Australia, Gran Bretagna, Francia, Spagna, Giappone e Russia. Proprio in Gran Bretagna è boom, con un +29% per il terzo anno consecutivo, un risultato che la conferma come più venduta nella sua categoria. Dal 2005 i volumi di vendita sono più che triplicati. L'export di birre italiane, nel suo complesso, è cresciuto invece del 100%, secondo le stime diffuse da Assobirra, l'associazione di categoria. Un altro marchio italiano, Birra Moretti, ha festeggiato lo scorso anno 150 anni mettendo sul mercato la "Grand Cru", una birra da intenditori, ad alta fermentazione, rifermentata in bottiglia e con tanto di tappo di sughero, che ormai anche molti vini di qualità stanno abbandonando.

Rappresentano appena l'1% dei consumi in Italia, ma i microbirrifici italiani sono la vera novità che ha scosso il mondo della birra. Un nome per tutti, Baladin. Questo birrificio di Piozzo, in provincia di Cuneo, si prepara ad aprire ad agosto un pub a New York, proprio di fronte al Flatiron, il grattacielo di Manhattan, all'incrocio tra la Quinta Strada e Broadway. Non è un posto casuale perché qualche piano sotto aprirà “Eataly”, il supermercato di prodotti enogastronomici fondato a Torino da Oscar Farinetti. E Baladin pensa sempre in grande e vuole ad esempio chiudere la filiera, iniziando a coltivare il luppolo nel cuneese (l'orzo si coltiva già attorno a Piozzo).

Grazie alla Regione Piemonte e all'Istituto agrario ci sta riuscendo. Fare birra significa spesso anche rilanciare le produzioni agricole del territorio. Lo sanno, ad esempio, a Granaglione, antico insediamento celtico dell'Appennino bolognese. La bevanda tipica dei celti era la birra, chiamata in gaelico "cervogia" e da cui derivano la cerveza spagnola e la cerveja portoghese. Nel 2004 si è tornati a produrre birra. Oltre alle castagne, a seconda della ricetta, sono stati introdotti altri ingredienti con lo scopo di rendere la bevanda il risultato della lavorazione di materie prime autoctone. Il ginepro che caratterizza i monti che circondano Granaglione e l'antica varietà di frumento usata per produrre "la birra di castagne". Significativo anche il nome scelto per la birra, "Beltaine". Si chiamava così la grande "Festa di Primavera" dei Celti e il simbolo della rinascita della natura era indentificato nel Nodo dell'Amante riportato sull'etichetta.

Fioriscono i titoli sulla bevanda più consumata in estate. Giunti ha appena pubblicato Birra (Daniela Guaiti e Giò Pozzo,191 pp, 14,90 euro) che ripercorre la storia della birra dalle origini, offrendo un'analisi chiara ed esaustiva delle diverse tipologie esistenti nel mondo. Dalle birre tradizionali a quelle elaborate, dai grandi produttori europei ai microbirrifici italiani. Viene spiegato anche come farla in casa, come servirla e abbinarla in tavola e perfino le ricette in cui si può impiegare. Massimo Acanfora ha scritto invece Un'altra birra (Altreconomia, 144 pp, 13 euro), una guida completa alla birra artigianale italiana, con le storie di 11 microbirrifici “storici”, oltre 30 ricche schede con birre, luoghi, personaggi e occasioni di degustazione, indirizzi e riferimenti per altri 200. Sfogliare questo libro è un modo per incontrare i mastri birrai, artigiani coraggiosi che ravvivano la passione per un prodotto che l'industria ha reso uniforme.

Guide Compact – Birra (De Agostini, 242 pp, 18,90 euro) è una guida alla conoscenza e alla degustazione delle più importanti birre del mondo, con oltre 260 schede e 500 tipi di birra suddivisi per nazionalità: per ciascuna birra sono presenti una foto rappresentativa, una breve storia, una piccola “carta d’identità”, le caratteristiche organolettiche e gli abbinamenti gastronomici. Per chi, infine, volesse farsi in casa la birra, Gribaudo ha pubblicato La birra in casa (Lelio Bottero e Matteo Billia, 128 pp, 9,90 euro).

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