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Auguri a Terence Hill che compie 80 anni

29/03/2019  Il popolare attore, amatissimo dal pubblico, deve il suo successo a una lunga carriera costellata di successi: dai filn con Bud Spencer che continuano a ottenere grandi ascolti in Tv, al ruolo di don Matteo. In questa intervista ci parla del segreto della comicità del cinema con i pugni, del suo investigatore con la tonaca e della sua attività di regista.

Gli occhi chiari come acqua di sorgente, un sorriso lieve sempre disegnato sul suo volto che ha mantenuto intatti bellezza e magnetismo. Incontriamo Terence Hill negli studi della Lux Vide a Roma, città dove vive, facendo la spola con l’altra sua dimora a Gubbio, nell’amata Umbria. L’occasione è il suo ritorno al cinema, dopo vent’anni di assenza, nelle vesti di regista, attore e sceneggiatore de Il mio nome è Thomas. Una storia on the road a cavallo di una fiammante Harley Davidson, un uomo che cerca il vero senso dell’esistenza nel deserto di Almeria, in Spagna, che vorrebbe stare da solo ma subisce la presenza di una strana ragazza che diventa la sua compagna di viaggio.

«Il Thomas del film sono io, che parto dall’Umbria e in Umbria ritorno», dichiara Terence Hill. «In mezzo c’è il mio viaggio alla ricerca dell’infinito che nasce dopo la lettura dei libri di Carlo Carretto, in particolare Lettere dal deserto. Era un religioso, dirigente dell’Azione cattolica, e poi ha mollato tutto per andare a vivere nel deserto dell’Africa. Parole molto profonde, sembrano quelle di san Francesco, ideali per tutti coloro che – come me – hanno sete di spiritualità».

Perché vent’anni senza fare un film?

«Colpa di Don Matteo (sorride, ndr). Sono 18 anni che indosso la tonaca. Ma il film lo avevo in mente da anni. Ho scritto io stesso il soggetto e ho pensato che dirigermi sarebbe stata la scelta migliore».

Com’è stato tornare nel deserto dell’Almeria, dove ha girato tanti film?

«È stato come tornare a casa, ero felice. E poi è accaduta una cosa quasi magica. Ero lì che sceglievo il luogo giusto per girare le scene principali, quando mi è arrivata la telefonata di Giuseppe, il figlio di Bud Spencer, che mi diceva commosso: “Papà è andato via”. Mi ha colto una grande tristezza a cui è subentrata però una gioia, perché ho capito di essere nel luogo giusto per celebrare la sua memoria».

È stato proprio lì infatti che ha recitato per la prima volta con Bud Spencer…

«Il film si doveva intitolare Il Gatto, il Cane e la Volpe (poi invece è diventato Dio perdona... io no!). Io fui chiamato con urgenza a sostituire l’attore che doveva fare il Gatto, perché si era infortunato. Arrivai di corsa in Almeria dopo dodici ore di auto e mi portarono direttamente sul set. Mi presentarono Carlo Pedersoli, allora non avevamo ancora i nostri nomi d’arte: Bud Spencer si chiamava così e io ero Mario Girotti. Ci dissero di fare una scazzottata, eravamo entrambi degli atleti, io facevo ginnastica artistica, lui era stato un campione di nuoto. E lui inventò il famoso pugno a martello che mi stendeva dopo un volo per aria».

Ha un ricordo particolare di Bud Spencer?

«Era una persona molto attiva, piena di interessi. Giravamo film sugli aerei e lui prendeva il brevetto di pilota. Scriveva canzoni, libri, pensava sempre a nuovi progetti. Io gli andavo un po’ appresso, anche nelle interviste era lui che si buttava, mi faceva sentire protetto. La timidezza di quando ero ragazzo non mi ha mai abbandonato del tutto».

Quando passano in Tv i vostri film (diciotto in tutto) c’è sempre un gran seguito di pubblico. Come spiega questo successo così longevo?

«In parte perché avevano ambientazioni epiche: Colombia, Sudafrica, Florida. Ma soprattutto era una comicità non legata a un periodo storico, fatta di gesti ed espressioni, senza riferimenti all’attualità».

Grazie a quei film e a Don Matteo lei è molto popolare, anche tra i bambini. Come considera questo affetto da parte dei fan?

«Mi sento molto grato, e se continuo a lavorare è anche per contraccambiare questo affetto. E non accetto mai ruoli che non possono essere visti dai bambini. Ho un rapporto bellissimo con loro, quando mi vedono diventiamo subito amiconi, a volte vorrebbero fare a pugni e gli insegno qualche trucco di scena».

Com’è accaduto che da tirapugni e poliziotto le hanno fatto indossare la tonaca di don Matteo?

«Io l’avevo già indossata nel film Don Camillo, che avevo diretto nel 1983. All’epoca, nel 1999, quando vivevo negli Stati Uniti, ero venuto in Italia per proporre una fiction alla Fininvest in cui era protagonista un sacerdote a capo di una squadra di paracadutisti, ispirato a padre Brown. Loro mi dissero di no, ma in contemporanea mi chiamò la Rai per propormi Don Matteo. Inizialmente dovevo girare in moto, ma poi decisero che il prete investigatore si sarebbe mosso in bicicletta. Un messaggio più rispettoso anche dell’ambiente».

E finalmente ha potuto usare la sua voce?

«Prima si usava quasi sempre doppiare gli attori. Anche per don Matteo volevano ricorrere a un doppiatore, e allora ho preso lezioni di dizione per cinque mesi e ho fatto un regolare provino. E ho avuto la felicità di essere me stesso al cento per cento. D’altronde ho sempre fatto confusione con le lingue. Da piccolo ho vissuto in Germania (mia mamma era tedesca) e mio padre per farmi imparare l’italiano mi leggeva i Fioretti di san Francesco. Poi ho vissuto trent’anni negli Stati Uniti con mia moglie che è americana».

I figli hanno seguito le sue orme?

«Jess, che mi ha reso nonno, si occupa di montaggio e produzione. L’altro mio figlio, Ross, aveva partecipato come attore a due miei film, ma purtroppo è scomparso prematuramente a 16 anni in un incidente stradale».

Proprio grazie a Don Matteo è tornato a vivere in Italia...

«Dai 6 agli 11 anni ho vissuto nel paesino di Amelia, in Umbria. E quando ci sono tornato ho capito subito che le mie radici erano lì».

(pubblicazione originale: 7 maggio 2018)

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