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sabato 06 giugno 2020
 
Storia riscoperta
 

Così Hitler voleva rapire Pio XII

04/02/2020  Documenti inediti dell’archivio della Gendarmeria pontificia rivelano un piano segreto per difendere la Santa Sede e nascondere Pacelli in caso di invasione nazista

Ci fu un’ora più buia anche per la piccola cittadella del Vaticano, il lungo inverno che andò dall’8 settembre del 1943 alla liberazione di Roma il 4 giugno 1944, quando anche tra le sacre mura si tirò un sospiro di sollievo. Durante quel terribile periodo il minuscolo Stato nato dai Patti Lateranensi del 1929 divenne una sorta di occhio del ciclone della Seconda guerra mondiale: al suo interno regnava la calma apparente. Apparente, abbiamo detto, perché in realtà questa enclave papale nel cuore di Roma, questo scrigno di palazzi e monumenti d’arte unici al mondo, fu al centro di intrighi, trattative segrete, operazioni di spionaggio e coraggiosi atti di soccorso umanitario.

Cesare Catananti getta luce su quelle oscure vicende grazie al materiale inedito dell’Archivio della Gendarmeria vaticana, che ha potuto consultare in esclusiva. Il risultato è uno straordinario volume (Il Vaticano nella tormenta, San Paolo editore) ricco di vicende drammatiche e colpi di scena, con rivelazioni clamorose.

Un saggio di “storia materiale”, come scrive Andrea Riccardi nella prefazione, in cui emerge il ruolo della Chiesa cattolica e del pontiŽcato di Pio XII durante il conflitto. Con un protagonista assoluto che si muove dietro le quinte: Giovan Battista Montini. L’opera del sostituto della Segreteria di Stato fu costante e ostinata per proteggere il PonteŽce e la Curia dalle minacce di Hitler, dalla prevaricazione del regime fascista (l’Ovra spiava ogni cittadino vaticano) e al contempo salvaguardare l’immunità degli ambasciatori alleati presso la Santa Sede che soggiornavano all’interno delle mura leonine (in alloggi spesso di fortuna).

Il Führer (che non aveva escluso la deportazione dei cattolici tedeschi, come ben sapeva l’ex nunzio apostolico in Germania Pacelli) aveva in animo l’invasione di quel territorio di appena 44 ettari e persino il rapimento del Papa. A leggere quei documenti, oltre settant’anni dopo, si scopre negli uffici della Santa Sede, pressata contemporaneamente dalle forze dell’Asse e dagli Alleati, un’atmosfera da assedio; si era preparati a tutto, a cominciare da un assalto di truppe regolari o di commando paramilitari tedeschi.

Il cosiddetto Piano delle contromisure belliche per la Difesa dello Scv della Gendarmeria svelano che il Vaticano era stato trasformato in una specie di forte Apache: si studiavano le ipotesi di assalto alle varie porte, dall’Arco delle Campane all’entrata di Sant’Anna, protette da una prima linea di Guardie Svizzere con i tratti di mura più accessibili sorvegliati dalla Gendarmeria. Si rafforzavano i portoni con spranghe, borchie, lamiere e sacchetti di sabbia, si rifornivano di acqua e vivande alcuni magazzini in caso di assedio. Se le mura fossero state invase il piano di difesa prevedeva «un’ordinata ritirata » nel Palazzo Apostolico, dove ci si sarebbe arroccati «insieme a tutti i residenti dello Stato», fino a prevedere combattimenti corpo a corpo e sacrificare la vita per il Pontefice.

«Qualora per deprecata ipotesi», recita un promemoria della Gendarmeria, «venissero sopraffatti gli uomini adibiti alla difesa delle porte di accesso del Palazzo Apostolico, tutti i militari agli ordini dei rispettivi Superiori dovrebbero raggiungere rapidamente l’Appartamento Pontificio ed ivi, attrezzandosi a difesa, unitamente alle Guardie Nobili, fare scudo col proprio corpo alla Sacra ed Augusta Persona del Sommo Pontefice».

Un piano consapevolmente disperato, poiché l’armamento di quel piccolo esercito di 200 uomini era costituito da fucili Mauser, spade, alabarde e persino gli idranti dei pompieri vaticani. Sarebbe bastata una cannonata di un panzer tedesco per mettere fine alla Stalingrado vaticana.

Era stato predisposto anche di nascondere il Papa, in caso di tentato rapimento. L’ambasciatore inglese presso la Santa Sede Francis D’Arcy Osborne aveva rivelato alla Segreteria di Stato che vi era un piano per prelevare Pio XII e portarlo a Monaco di Baviera, ma in quel caso gli alleati erano pronti a inviare in due giorni un commando per salvarlo. Bisognava tenerlo nascosto per 48 ore. La Gendarmeria aveva individuato il rifugio: la Torre dei Venti, nel cortile della Pigna, ricco di nascondigli e passaggi segreti. L’intrico di vani, corridoi, scale, scalette la rendevano idonea allo scopo. Come emerge dalla documentazione, per tutto il conflitto il Vaticano non cessò di nascondere ebrei e rifugiati di guerra alleati. Si sapeva che i due sostituti Montini (accusato apertamente dal gerarca Farinacci di complottismo, più volte a rischio di arresto) e Tardini (l’arguto cardinale che chiamava Hitler “Attila motorizzato”) erano contrari al regime. Ma questo non impedì loro di dare disposizione, a guerra finita, di ospitare rifugiati tedeschi tra le mura leonine, per impedire che venissero uccisi. Era lo spirito del Vangelo a guidarli.

Il libro verità con i documenti segreti di Cesare Catananti

Il Vaticano nella tormenta. 1940-1944. La prospettiva inedita dell'Archivio della Gendarmeria Pontificia

vota, segnala o condividi Sospetti, trattative, intrighi, spionaggio, soccorsi umanitari... di uno Stato da proteggere. Il Vaticano, si sa, è uno Stato molto particolare: pochi chilometri quadrati di chiese, palazzi, tesori d'arte e giardini. Nel momento in cui l'Europa è lacerata da contrapposizioni ideologiche violentissime, lo staterello è neutrale e potrebbe attendere, magari in preghiera, la fine della tempesta...

Immagine in alto: Pio XII (foto Ansa). Articolo originale pubblicato su FC4 del 2020

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