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venerdì 13 dicembre 2019
 
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Crimini di guerra in Yemen, anche Amnesty chiede un’inchiesta Onu

20/08/2015  Un dettagliato rapporto dell’associazione rivela che «non vi è alcuna indicazione che la coalizione a guida saudita abbia fatto qualcosa per prevenire queste violazioni» contro i civili. Si tratterebbe quindi di crimini di guerra. Intanto, emergono altri elementi che indicherebbero la provenienza italiana di alcune tipologie di bombe utilizzate nella guerra yemenita.

Amnesty International ha pubblicato il 18 agosto un rapporto in cui documenta i risultati di un’inchiesta su otto casi di possibili crimini di guerra commessi durante i bombardamenti della coalizione filo-saudita sullo Yemen contro la popolazione civile.  

Nello studio si chiede un’indagine indipendente dell'Onu, l'identificazione dell'identità dei responsabili e il sanzionamento delle relative responsabilità penali. «Amnesty International chiede al Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni Unite di creare una commissione internazionale di inchiesta per indagare in modo indipendente e imparziale presunti crimini di guerra commessi durante il conflitto».

In questa foto e in copertina: otto membri della famiglia Sayed, sei dei quali bambini, sono stati uccisi e altri sette, tra cui due bambini, sono stati feriti quando le forze della coalizione hanno bombardato la loro casa nel villaggio di Dar Saber, al di fuori della città Ta'iz il 26 maggio alle 5 del mattino.
In questa foto e in copertina: otto membri della famiglia Sayed, sei dei quali bambini, sono stati uccisi e altri sette, tra cui due bambini, sono stati feriti quando le forze della coalizione hanno bombardato la loro casa nel villaggio di Dar Saber, al di fuori della città Ta'iz il 26 maggio alle 5 del mattino.

«Bombardamenti aerei indiscriminati hanno colpito la popolazione civile».

Si tratta di un documento esplosivo che segue di pochi giorni il rilascio di un’analoga denuncia da parte di Human Rights Watch (Hrw - vedi articolo il “Massacro di Mokha”), che ipotizza crimini di guerra in Yemen da parte della coalizione filo-saudita appoggiata da Usa, Francia e Gran Bretagna, anche in questo caso chiedendo una commissione d’inchiesta dell'Onu.

Denunce che seguono quelle presentate a inizio estate relative all'uso di ordigni ‒ come cluster bombs (bombe a grappolo) ‒ proibiti e particolarmente pericolosi per la popolazione civile.

Nella denuncia di Amnesty vengono sottolineate le responsabilità di tutte le parti in causa, sia nei bombardamenti effettuati dalla coalizione filo-saudita, sia sul terreno da parte delle milizie Houti e dei loro alleati (30 casi). Si tratta di un conflitto in cui il prezzo di sangue versato dalla popolazione è altissimo e appare chiaro, sulla base delle informazioni disponibili al momento, che le maggiori responsabilità ricadono sui bombardamenti aerei indiscriminati che hanno colpito la popolazione civile.

I ricercatori dell’associazione per la tutela dei diritti umani hanno indagato su otto attacchi aerei lanciati su diverse aree dello Yemen, compresa la capitale Sana'a il 12 e il 13 giugno, e Taiz il 16 giugno. Queste incursioni hanno ucciso 54 civili (27 bambini tra cui un neonato di un giorno di vita, 16 donne e 11 uomini) e ne hanno ferito altri 55 (19 bambini, 19 donne e 17 uomini). 

«Il diritto internazionale umanitario dice chiaramente che i belligeranti devono adottare tutte le misure possibili per evitare o ridurre al minimo le perdite civili. Tuttavia, i casi che abbiamo analizzato evidenziano uno schema di attacchi contro edifici civili, che hanno causato numerosi morti e feriti. Non vi è alcuna indicazione che la coalizione a guida saudita abbia fatto qualcosa per prevenire queste violazioni», ha dichiarato Donatella Rovera, alta consulente per le crisi di Amnesty International, attualmente in Yemen. «Gli otto casi su cui si sono concentrate le ricerche di Amnesty International dovranno essere sottoposti a indagini indipendenti e imparziali, in quanto sproporzionati e indiscriminati. Le conclusioni di queste indagini dovranno essere rese pubbliche. Tutte le persone sospettate di aver commesso gravi violazioni delle leggi di guerra dovranno essere portate di fronte alla giustizia e le vittime di attacchi illegali e i loro parenti dovranno ricevere piena riparazione», ha sottolineato Rovera.


Uno degli ordigni fabbricati dalla Rwm in Italia.
Uno degli ordigni fabbricati dalla Rwm in Italia.

Bombe italiane? La Farnesina chiarisca

  

Il 13 giugno un triplice attacco aereo della coalizione a guida saudita su Beit Me'yad, un sobborgo della capitale Sana'a, ha ucciso 10 civili (tra cui tre bambini e cinque donne) e ne ha feriti altri 28 (tra cui 11 bambini e 10 donne), che vivevano nei pressi dell'obiettivo dichiarato dei bombardamenti. «In uno dei tre attacchi, una bomba di 900 chilogrammi ha ucciso un bambino di 11 anni, due delle sue sorelle, suo fratello e un cugino di 10 anni e ferito altri cinque componenti della famiglia al Amiri. La bomba, la cui sigla era ricostruibile dai frammenti raccolti sul posto da Amnesty International, ha polverizzato la casa di Yahya Mohamed Abdullah Saleh, nipote dell'ex presidente Ali Abdullah Saleh, all'estero da anni, causando ingenti danni alle abitazioni circostanti».

Il 12 giugno, cinque membri della famiglia Abdelqader sono stati uccisi in un altro bombardamento che ha distrutto quattro abitazioni nel centro storico di Sana'a. Il numero delle vittime avrebbe potuto essere assai maggiore se molti degli abitanti non avessero lasciato la zona a seguito di un precedente attacco contro il ministero della Difesa, che si trova a 200 metri di distanza.

Il portavoce della coalizione a guida saudita, il brigadiere generale Ahmed al Assiri, ha negato ogni responsabilità per l'attacco ma un frammento della bomba recuperato tra le macerie da Amnesty International ha rivelato che si era trattato di un ordigno di 900 chilogrammi già usato dalla coalizione in varie zone dello Yemen.

È possibile che si tratti dello stesso tipo di ordigno (vedi l’articolo “Bombe Italiane sullo Yemen”) tipo Blu-109 2000 LB, con esplosivo Pbxn 109, prodotto in Italia dalla Rwm negli stabilimenti ubicati in Sardegna.

Una bomba dello stesso genere, il 14 aprile, ha distrutto tre abitazioni del villaggio di al-Akma, nel governatorato di Taiz. In quell'attacco, analizzato da Amnesty International, «sono stati uccisi 10 membri della famiglia al-Hujairi (tra cui sette bambini, una donna e un anziano) e sono rimaste ferite altre 14 persone, in maggior parte donne e bambini». Rabi' Mohammed al-Haddadi, un vicino di casa della famiglia Abdelqader, ha così descritto la scena ad Amnesty International: «Abbiamo raccolto le parti dei corpi, erano ridotti a pezzi».

In questo caso la bomba, «identificata dalle sigle rinvenute da Amnesty International sui frammenti, era una General Purpose Mark 84 (Mk84), contenente oltre 400 chilogrammi di potente esplosivo. Dalle ricerche sul campo, è emerso che la bomba non è esplosa all'impatto, limitando dunque il suo potenziale distruttivo e il numero delle vittime civili».

Lo stesso tipo di ordigno, il 1° maggio, aveva fatto 17 morti e altrettanti feriti tra i civili in un sobborgo a nord-est di Sana'a. Secondo l'analisi dei frammenti e dei crateri, «in altre due incursioni aeree avvenute nei villaggi di Hajr Ukaish e al Erra, erano state impiegate bombe dello stesso tipo, contenenti tra i 225 e i 450 chilogrammi di esplosivo».

Si tratta con ogni probabilità di ordigni (Blu-109, Mk83 e Mk84) che, come documentato dall'agenzia di stampa reported.ly e da Famiglia Cristiana, sulla base di documenti provenienti da un’azione di hackeraggio dello “Yemen-Cyber Army” contro gli archivi informatici del ministero degli Esteri saudita, e da documentazioni fotografiche raccolte da residenti yemeniti, o sono prodotte in Italia come ordigni completi o viaggiano, come accaduto a inizio maggio, verso i Paesi belligeranti come “contenitori vuoti”.

Sul punto proprio nei giorni scorsi Giorgio Beretta di Opal, con un lungo articolo su Unimondo, ha invitato la Farnesina a chiarire i termini di questi rifornimenti sostenendo che «l’inchiesta di Reported.ly ha ricostruito la spedizione di componenti di bombe dall’Italia agli Emirati Arabi Uniti: si tratta di componenti di bombe Mk82 e Mk84 spediti negli Emirati dalla Rwm Italia S.p.A. (azienda del gruppo tedesco Rheinmetall) lo scorso 2 maggio da Genova con la nave Jolly Cobalto.

«Per quanto riguarda questa spedizione sono in grado di confermare», prosegue Beretta, «sulla base dei dati ufficiali forniti dal registro del commercio estero dell’Istat, un fatto rilevante: lo scorso maggio sono state esportate dall’Italia agli Emirati Arabi Uniti “armi e munizioni” (tra cui bombe) per un valore di oltre 21 milioni di euro e per un peso di circa 16.900 chili. Si tratta con ogni probabilità di bombe in quanto il registro dell’Istat, pur computando nel totale delle esportazioni di “armi e munizioni” dall’Italia anche quelle di tipo militare, non permette per motivi di “riservatezza” di conoscerne l’esatta tipologia: considerato però che nel mese di maggio figurano esportazioni di “armi e munizioni comuni” (non militari) verso gli Emirati Arabi Uniti per un valore di poco più ci 21 mila euro a fronte di un totale di 21.190.471 di euro di munizioni (anche militari) esportate, è facile dedurre che si tratta proprio di armamenti di tipo militare, tra cui appunto bombe».

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