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Benessere

Dagli amici animali una riserva di salute

03/03/2015  La presenza di un amico a quattro zampe migliora l’umore, combatte l’ansia e lo stress, e previene l’infarto. Inoltre, ha dato ottimi risultati nel trattamento dei bambini autistici.

Chiusi in gabbiette o in più confortevoli voliere, in Italia vivono 13 milioni di uccelli domestici, un terzo del totale europeo. In gran parte sono canarini ma non mancano pappagalli e altri volatili esotici. Ogni 100 italiani ci sono 22 uccelli domestici, 13 gatti, 12 cani, tre pesci d’acquario, tre piccoli mammiferi (conigli, criceti, topolini), due rettili (di solito tartarughe, talvolta serpenti).
Tirate le somme, per convivenza con animali, gli italiani sono al terzo posto nell’Unione europea (55 ogni 100 abitanti), preceduti da Belgio (73) e Paesi Bassi (70) e seguiti da Ungheria, Francia, Slovenia. Il Regno Unito è soltanto tredicesimo, la Spagna occupa il sedicesimo posto, tra gli ultimi l’Irlanda con 23 animali domestici ogni 100 abitanti. Forse dovremmo guardare a questo zoo domestico come a una riserva di salute.

Gli animali da compagnia – pet in inglese – svolgono una funzione preventiva diretta e indiretta sia verso malattie fisiche sia verso disagi psichici. Ictus e infarti sono meno frequenti tra i proprietari di cani perché questi animali li costringono a più passeggiate quotidiane. Già 35 anni fa uno studio su 92 infartuati pubblicato dalla rivista Public health reports documentava una miglior sopravvivenza tra i possessori di cani. Ora la American heart association ne raccomanda ai pazienti la compagnia. Sul piano psicologico, basta il senso comune per intuire come la vicinanza di un cane o di un gatto possano contrastare stati di lieve depressione.

Da osservazioni episodiche e superficiali, tutto ciò si sta trasformando in seria ricerca scientifica. Se ne occupa in Italia Enrico Alleva, accademico dei Lincei, direttore del reparto di neuroscienze comportamentali dell’Istituto Superiore di Sanità. Un libro con contributi di vari autori coordinato dalla sua collaboratrice Francesca Cirulli – Animali terapeuti. Manuale introduttivo al mondo della Pet therapy – ha dato una prima sistemazione a questa nuova disciplina. Pioniere fu, negli anni Sessanta del secolo scorso, lo psichiatra infantile Boris Levinson. Sua è la definizione Pet therapy, che però oggi si tende a sostituire con la fredda sigla Iaa, da Interventi assistiti con gli animali (d’altra parte la parola italiana “zooterapia” suona inadeguata se non fuorviante).

Levinson notò che la presenza di un cane di nome Jingles lo aiutava a entrare in contatto con un bambino autistico che aveva in cura. Qualche tempo dopo, una gatta adottata gli servì da tramite per attenuare il senso di inadeguatezza di David, un bambino adottato che non riusciva a superare il trauma dell’abbandono. Presto divenne evidente che, oltre a mediare rapporti difficili, gli animali d’affezione potevano combattere l’ansia nelle persone che si occupavano di loro, allontanare lo stress e migliorare l’umore.

Oggi sappiamo da molte ricerche che questo effetto calmante non è illusorio: dedicarsi a un animale in una relazione affettiva stimola la produzione di endorfine, dopamina, prolattina e ossitocina, tutti neurotrasmettitori che inducono sensazioni di benessere, predisponendo a rapporti sociali più empatici e rilassanti.

Le endorfine, in particolare, hanno un diretto collegamento con il piacere e l’ossitocina, liberata nei rapporti sessuali, viene considerata come l’“ormone della fedeltà” in quanto rinsalda i rapporti di coppia e favorisce relazioni sociali amichevoli (oltre a indurre il parto nelle donne giunte al termine della gravidanza).

Mentre Levinson fu attento soprattutto agli eff etti psicologici, Erika Friedmann negli anni Settanta al Brooklyn College di New York incominciò a studiare gli eff etti fi sici della Pet therapy, scoprendo che accarezzare un animale fa scendere la pressione arteriosa. James Serpell ha poi rilevato che l’adozione di un animale comporta nei proprietari una diminuzione del 50 per cento delle malattie minori (mal di testa, astenia, inappetenza).

Di qui si è sviluppato un fi lone di ricerca che ha portato alla raccolta di importanti dati oggettivi: in un lavoro pubblicato nel 2009 sulla rivista Hormones and behavior il giapponese Miho Nagasawa ha riportato come i proprietari di cani con una forte interazione aff ettiva con i loro animali – per esempio frequenti contatti oculari: guardarsi negli occhi ha un grande impatto emotivo – sviluppavano notevoli quantità di ossitocina.

Altri studi hanno dimostrato che i benefi ci psicofi sici della Pet therapy sono reciproci: anche l’animale domestico manifesta un calo del cortisolo e un aumento dell’ossitocina. Per la sua antica domesticazione, che si fa risalire a 18 mila anni fa, il cane è l’animale privilegiato nella Pet therapy con bambini e anziani. Con i primi, si osserva un transfert grazie al quale i piccoli proiettano sull’animale i propri sentimenti (amicizia, ira, paura, dolore) imparando a gestirli in modo più adeguato e maturo. Agli anziani il prendersi cura del cane mantiene l’interesse alla vita attiva nonostante il peso degli anni.

Cani “terapeuti” selezionati per docilità e festosità del carattere a titolo sperimentale vengono accompagnati regolarmente in alcune case di riposo per incontrarsi con anziani sotto la guida di assistenti sociali, medici geriatri, etologi, veterinari. Il gatto è stato addomesticato in tempi più recenti, circa 5000 anni fa in Egitto. Per questo motivo, oltre che per le sue caratteristiche etologiche e genetiche, mantiene una maggiore autonomia.

Vive volentieri in famiglia ma senza assumere l’atteggiamento subalterno del cane (che dipende dall’essere animale di branco). La “personalità” più spiccata e indipendente del gatto favorisce i rapporti “paritari” con l’uomo. Dal punto di vista psicologico, quindi, il rapporto con un gatto può trasformarsi in uno specchio di sé e in un “dialogo” istruttivo e appagante anche al di fuori di qualsiasi patologia.

Il cavallo ha avuto successo nella cura di deficit cognitivi e comportamentali: terapia di bambini con sindrome di Down e con disturbi dello spettro autistico, paralisi cerebrale infantile, forme di schizofrenia. Anche nella riabilitazione e nell’educazione motoria l’ippoterapia è una risorsa medica riconosciuta. Di norma il ciclo curativo prevede 40 sedute.

Si incomincia con la strigliatura e altre forme di contatto con l’animale per passare poi, ma non necessariamente, a cavalcare. Per la sua pazienza e docilità in alcuni casi – forme di demenza, gravi inibizioni del comportamento – al cavallo è preferibile l’asino. In Italia l’ippoterapia è sperimentata fin dagli anni Settanta: la introdusse e codifi cò la psicologa francese Daniela Nicolas-Citterio. A lei risale anche l’Associazione italiana per la riabilitazione equestre.

Le scimmie cappuccine possono trasformarsi in veri e propri assistenti – quasi in infermieri – per disabili gravi. Ellen Rogers racconta questa esperienza vissuta con il figlio paralizzato da un incidente stradale nel libro I miracoli hanno la coda lunga (Salani, 286 pagine, 14,50 euro). Come è facile immaginare, la Pet therapy è una forma di “medicina dolce” che può suscitare scetticismo negli organicisti “duri e puri”. Mancano ancora prove e studi definitivi.

Il rischio di scivolare nell’opinabile o addirittura nella ciarlataneria è sempre in agguato: Enrico Alleva mette in guardia dal pericolo di una deriva poco scientifica se non antiscientifica. Proprio per evitare deviazioni già fin troppo frequenti, in Italia è necessario costruire una normativa a tutela dei pazienti e degli operatori sanitari. Un decreto del presidente del Consiglio il 28 febbraio 2003 ha riconosciuto la validità terapeutica degli animali di compagnia ma non è seguita una legislazione che regolamenti la materia.

Questa situazione ha fatto sì che nascessero quasi duemila associazioni su base volontaristica che praticano o dicono di praticare la Pet therapy. Un passo avanti nel 2009 è stata l’istituzione del Centro di referenza nazionale per gli interventi assistiti con animali presso l’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie. Il Centro, con il ministero della Salute, ha preparato linee guida nazionali che dovranno essere valutate dalla Conferenza Stato-Regioni prima di essere ufficialmente applicate. Una situazione che, pur con i suoi limiti, ci vede più avanti degli altri Paesi europei.

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