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lunedì 06 aprile 2020
 
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Dall'Isis a Boko Haram: la cultura di morte che arruola i bambini

14/01/2015  Usare i bambini come boia o come bombe umane non è segno solo di somma efferatezza. E' anche la manifestazione di una idea della vita in cui trova posto solo la morte.

La scena dell'esecuzione nel video diffuso dall'Isis.
La scena dell'esecuzione nel video diffuso dall'Isis.

E' duro e quasi vergognoso ammetterlo ma in questi ultimi anni abbiamo purtroppo fatto l'abitudine al massacro dei bambini. In Africa i bambini soldato arruolati per uccidere e farsi uccidere, dall’Uganda all’Etiopia, dal Congo alla Liberia, dalla Sierra Leone al Sudan, o i bambini decimati dalle carestie, a volte scientemente provocate o sfruttate a fini politici, come l’ultima in corno d’Africa da parte degli shabaab della Somalia. In Medio Oriente le centinaia di bambini palestinesi ammazzati e fatti ammazzare nelle ricorrenti guerre di Gaza, o i bambini cristiani o yazidi uccisi dallepersecuzioni dell'Isis. In Afghanistan e in Pakistan quelli periti nella spirale senza fine degli attentati e delle relative rappresaglie.

Non si era mai vista, però, una perfidia simile a quella che ora mostrano le milizie dell'estremismo islamico più efferato. Sta facendo il giro del mondo il video in cui si vede un bambino di dieci anni che, assistito da un guerrigliero armato di kalashnikov, spara un colpo alla testa di due uomini accusati di essere spie russe. Non è l'unico "piccolo jihadista" che quelli del califfato hanno usato come torturatore o come star dei loro video che inneggiano alla guerra, alla crudeltà, alla morte.

E poi c'è Boko Haram, la setta islamista nata all’inizio degli anni Duemila nella parte Nord della Nigeria, quella che confine con Niger e Ciad.
Boko Haram in lingua hausa (quella di un popolo di circa 30 milioni di persone sparso appunto tra Niger e Nigeria) significa “l’educazione occidentale è peccato”, slogan che in questo caso è un concreto programma di azione. I miliziani di Boko Haram hanno cominciato assai presto a colpire le scuole, soprattutto quelle cristiane: l’ultima strage, e nemmeno la più grave, è del settembre scorso e ha ucciso cinquanta studenti di un istituto agrario. Poi hanno rapito le studentesse: 219 ragazze sequestrate nell’aprile scorso, portate nelle foreste al confine con il Niger, vendute come bestie, maritate a forza, alcune liberate, altre scampate in modo quasi miracoloso. In questi giorni, infine, hanno cominciato a usare le bambine come bombe umane, per uccidere altra gente innocente.

E’ la stessa ideologia dei talebani che, in Pakistan, spararono a Malala, la ragazza premio Nobel per la pace nel 2014, perché voleva andare a scuola. Ma, se possibile, resa ancora più nera e disperata.
Sparando a Malala i talebani volevano spaventare le famiglie e costringerle a tenere le figlie in casa. I miliziani di Boko Haram vanno oltre: sacrificano le future donne tramutandole in ordigni di morte e così facendo negano il principio stesso per cui esiste l’istruzione, qualunque istruzione, anche quella islamica.

Istruirsi, infatti, vuol dire prepararsi alla vita. Ma quella di Boko Haram è una cultura non di vita ma di morte: perché uccide vite già fiorite, certo, ma anche perché uccide vite che devono ancora sbocciare. Le bambine possono essere sacrificate, gli uomini devono fare i padroni, tutto deve restare congelato in una dimensione in cui le relazioni conoscono i soli modi del comando e della violenza.
Una simile visione del mondo è destinata a scontrarsi con quella cristiana, che è invece un’idea di vita e libertà: in Nigeria, dove i cristiani sono oltre il 48% della popolazione, come altrove. Come pure in tante parti del Medio Oriente, dove pure i cristiani sono minoranza.

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