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mercoledì 26 settembre 2018
 
religione
 

Dalla minigonna al burqa, quei miti da sfatare

04/07/2018  Sono lo stereotipo femminile: da una parte quella occidentale "spudorata e mezza nuda", dall'altra quella orientale "sottomessa e schiava". Ma la realtà è molto più variegata. Un libro di Paolo Tarchi e Silvio Calzolari ci spiega la donna nelle tre religioni monoteiste. Perché a volte "l'abito fa il monaco".

(nella foto in alto, da sinistra: Shulamit Furstenberg-Levi, Silvio Calzolari, Rita Torti, Paolo Tarchi e Sumaya Abdel Qader

 

L’abito non fa il monaco. L’abito, però, segna la storia di molte donne, segna un percorso di identità e dignità della figura femminile nella storia e per questo ci invita a guardare oltre il nostro orizzonte culturale, sociale e religioso. Un libro-inchiesta da poco in libreria, “Dalla Minigonna al Burqa?” edito dalla San Paolo, ci propone una lettura della storia umana contemporanea attraverso gli abiti delle tre religioni monoteiste, rivolta all’intera umanità del nostro tempo ma “in particolare ad un pubblico lettore maschile”, spiega don Paolo Tarchi, sacerdote della diocesi di Fiesole, ingegnere meccanico e teologo, antropologo e docente di dottrina sociale della Chiesa, uno dei autori del saggio scritto a quattro mani insieme con Silvio Calzolari, orientalista e storico delle religioni. “Mi riferisco a uomini che ascoltano le donne per imparare da loro quale via possibile di armonia tra le persone”, aggiunge don Paolo. Ovvio che la sua è una provocazione, perché quest’inchiesta si rivolge a tutti, uomini e donne. Il libro è ispirato dagli eventi accaduti tra il 1963 e il 1979. Due fenomeni che coinvolgevano due città lontane, Londra e Teheran.

Nella capitale inglese una donna, Mary Quant, esordì negli anni 60 lanciando la moda della minigonna che presto sconfinò in ogni luogo del mondo, per poi, 16 anni dopo, scontrarsi con un’altro abito epocale, il burqa, imposto alle donne islamiche dall’Ayatollah Khomeini, annullando l’identità femminile in Iran e in molti altri Paesi del Medio Oriente e trapiantandosi in Europa attraverso l’immigrazione. Per permettere il lettore di addentrarsi gli autori dialogano con tre intellettuali appassionate studiose di questi temi, l'eseprta di studi rabbinici Shulamit Furstenberg Levi, la storica Rita Torti, socia del coordinamento Teologhe italiane ed esperta di studi di genere e la sociologa Sumaya abdel Qader. Sono queste tre donne di fede diversa (ebraica, cristiana e islamica,) a condurci nel libro, alla scoperta e alla conoscenza dell’ebraismo, del cristianesimo e dell’islam, “nel tentativo di smentire false credenze, sfatare miti inesistenti, stanare pregiudizi e preconcetti, tracciare percorsi storici, per giungere infine a una riflessione ricca e complessa del nostro tempo, gettando un occhio a quello che si vede giungere all’orizzonte”, come scrive monsignor Francesco Paglia, presidente della Pontifica Accademia per la vita, nella prefazione del libro. Le tre protagoniste si incontrano nel centro di Firenze e rispondono ad alcune domande fondamentali raccolte dai due autori per capire le vicende delal condizione femminile nelle tre religioni, partendo da coloro che le vivono maggiormente sulla propria pelle, come ad esempio le donne vissute ai margini della società (immigrate, derelitte, profughe, volere di Dio o degli uomini?), soffermandosi sulla corporeità femminile nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam. la cosa curiosa e interessante è che nelle loro risposte si trovino molti elementi comuni senza che le tre intellettuali si siano accordate o confrontate prima.

“In una società pluralistica”, spiega la dottoressa Shulamit, “mi aspetto di vedere la convivenza di una varietà di tipi di abiti che possano includere molti colori, tradizioni diverse, che coprano di più e di meno, senza il moralismo di sapere quale sia il modo giusto di vestirsi. Da una parte, considero l’abito uno strumento per esprimersi, per dimostrare chi siamo, qual è la nostra identità e quali sono i nostri valori. A volte, attraverso ciò che indossiamo cerchiamo di esprimere la nostra creatività. Allo stesso tempo c’è il rischio che l’abito diventi un’etichetta che cancella l’identità dell’individuo”. “La diversità abita anche quei comportamenti e fenomeni che solo uno sguardo oggettivante può permettersi di interpretare in modo univoco. Lo stesso velo può nascondere libertà e felicità molto, radicalmente, diverse. Le felicità sulla terra sono molte, non tutte sono libere. Ma nel mondo delle donne c’è più libertà di quella che molti maschi riescono a vedere, soprattutto nel nostro rapporto col corpo, con i vestiti, con i veli”, commenta Alessandra Smerilli. Insomma: “Minigonna, burqa e niqab rappresentano spesso lo stereotipo delle due parti: la donna occidentale “spudorata e mezza nuda” e la donna musulmana “sottomessa e privata di libertà”.

Come per ogni stereotipo e pregiudizio, dietro si nascondono sempre parti di verità, falsità e miti. Così il velo viene ridotto a simbolo di oppressione dell’islam in quanto, oggettivamente, in Paesi come l’Arabia Saudita (che solo di recente mostra segni di cambiamento) o l’Afghanistan (e purtroppo altrove) non si può negare la limitazione delle libertà della donna. Eppure, come esposto in precedenza, “la storia” è diversa ed estremamente articolata”, ribadisce la dottoressa Sumaya. L’autore Don Paolo Tarchi invita i lettori a “una riflessione indispensabile, in un mondo che cambia continuamente e molto velocemente che sembra essere l’unica via possibile per vivere in pace attraverso il dialogo. L’incontro con l’altro sconfigge l’ignoranza e di conseguenza la paura, tenendo conto che l’unica vera libertà è la verità, che sconfigge pregiudizi e falsità”. 

Dalla minigonna al burqa? Di Silvio Calzolari e Paolo Tarchi

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