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lunedì 01 giugno 2020
 
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Dalla peste al Coronavirus: quando le epidemie seducono i romanzieri e i lettori

23/03/2020  Da Lucrezio a Manzoni, da Mann a Poe, da Camus a Saramago. Da sempre la letteratura s'è cimentata nel raccontare pestilenze, contagi di massa e ammorbamenti. Ecco una selezione di autori e opere, alcune delle quali sono tornate prepotentemente in testa alle classifiche dei libri più venduti in questi giorni.

Romanzi ed epidemie, dalla peste alla Sars. Quasi un’attrazione fatale. Lo dicono le classifiche dei libri più venduti in queste settimane di "quarantena" che vedono ai primissimi posti opere come "La peste" di Camus, e "Cecità" di Saramago. Non può essere un caso, ovviamente. Da sempre la letteratura, affamata di tragedie da raccontare, è stata sedotta, diremmo “contagiata” dalle non rare vicende di pestilenze, contagi di massa, ammorbamenti che si sono succedute nei millenni.  

    Più d’uno scrittore, in varie epoche, anche di recente, s’è cimentato nel narrare queste tragiche pagine storiche, vissute  magari in diretta, o riportate, o usate come grande “metafora” per parlare dei mali e del male nel mondo, o comunque come minaccioso fondale di storie individuali. Quale contenuto a maggior impatto emotivo può esserci, d’altra parte, che la scena di una epidemia di colera o di  “Morte nera”? E quale incubo più spaventoso di una pandemia può lasciare insensibile l’ispirazione di un romanziere? Che rientrino nel genere apocalittico, o filosofico, moralistico o cronistico, le opere dei narratori hanno la grande capacità di aprirci gli occhi sulle psicopatologie di massa che scoppiano con le epidemie, e che spesso sono più contagiose del contagio virale. Infatti, come dice lo scrittore Dan Brown in “Inferno”: “Esiste un’unica forma di contagio che si trasmette più rapidamente di un virus, ed è la paura”.  

Un po’ per esorcizzare le angosce collettive di questi giorni di coronavirus , un po’ per provocare l’interesse lievemente masochistico di alcuni lettori che cercano evocanti paragoni con l’oggi, vi proponiamo una selezione  di opere e autori che sul tema abbiano dedicato qualche pagina, dalle più celebri alle meno note. Certi che qualcuno abbia già preso la penna in mano per mettere in storia il coronavirus.       

   E, allora, il pensiero corre subito ai "Promessi Sposi" e a quei due capitoli (XXXI e XXXII) in cui Alessandro Manzoni con potenza  descrittiva  ripercorre con dovizia di dettagli storici,  ma anche con sarcasmo e fine ironia, la grande peste che ammorbò l’Italia, ma soprattutto la città di Milano, nel 1630. “In principio dunque, non peste”, leggiamo alla fine del XXXI, “assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio, e senza contrasto: ma già ci s’è attaccata un’altra idea, l’idea del venefizio e del malefizio, la quale altera e confonde l’idea espressa dalla parola che non si può più mandare indietro”. Nei comportamenti degli umani e nelle reazioni più dissennate, nelle credenze pseudoscientifiche e nelle sottovalutazioni “interessate”  davanti alla pestilenza dipinte nelle pagine del Manzoni, quante assonanze si possono trovare con le nostre reazioni, i nostri pregiudizi, le nostre irrazionalità di fronte al virus sconosciuto che di nome fa “covid-19”?  Quanti déjà vu  ci potrà sembrare di vivere?  Ma i “classici”, sì sa, sono tali perché leggendoli, vi possiamo trovare noi stessi e i nostri destini. “E’di me che si parla, è di me che si tratta”, potremmo affermare citando un noto esegeta.     

   Manzoni ebbe modo di occuparsi di peste, non solo come romanziere, ma anche come saggista e lo fece con la “Storia della colonna infame”, saggio storico che narra del processo intentato a Milano durante la peste del 1630 contro due presunti untori, che vennero ingiustamente condannati alla pena capitale. Scopriremo così che la proliferazione di fake news e la caccia al “paziente zero”, magari con nomi diversi, ma erano già realtà ben conosciute.

La “peste” descritta dal Manzoni non è certo la prima narrata. Anzi già in epoca classica si ricordano memorabili descrizioni a fine storico, ma anche più squisitamente poetico: un magistrale esempio del primo caso è la descrizione che il grande storico Tucidide fece della peste che colpì Atene nel 430 a.C. nella sua “Guerra del Peloponneso”: cause, sviluppo, effetti e rimedi vengono descritti con  la precisione e l’obiettività di un virologo. Sul versante poetico  restano grandiosi i versi con cui il poeta-filosofo romano Lucrezio descrive nel "De rerum natura" la stessa pestilenza, ma 400 anni dopo.

Nel medioevo ci basti Boccaccio e il suo Decameron che usa la peste come pretesto, o meglio ne diventa la cornice di tutta storia. Quella raccontata sinteticamente ma con lucidità e distacco è la peste che scoppiò in tutt’Europa nel 1348.

Facendo un salto di secoli arriviamo a Daniel Defoe, poliedrico scrittore, saggista e giornalista, che scrive nel 1722, pubblicandolo in forma anonima,  “Diario dell’anno della peste”, sulla grande epidemia che aveva colpito Londra nel 1665, quando l’autore aveva solo cinque anni, l’ultima grande pestilenza che avrebbe devastato la capitale  del Regno Unito, mietendo oltre 50 mila vittime. Il diario viene presentato come un autentico  volume di memorie autobiografiche. In realtà il narratore è immaginario: un sellaio di cui si conoscono solo le iniziali H.F., che racconta la città in preda alla peste bubbonica, senza tralasciare le osservazioni sulle cause e le catastrofiche conseguenze dell’epidemia sulle categorie sociali più umili.

   Non poteva rinunciare a cimentarsi in un tema così noir, l’antesignano della letteratura horror, l’americano Edgard Allan Poe, che scrive “La maschera della morte rossa”, edito nel 1842. Il racconto narra di una devastante epidemia che si diffonde, seminando morte, in un paese imprecisato e in un tempo lontano e indefinito.  Il principe Prospero  si rinchiude in un maestoso castello in compagnia di mille amici scelti, sicuro di essere più forte del male. Ma la morte raggiungerà anche quello splendido rifugio proprio quando meno  il principe se l’aspetta e la festa è ancora in corso.

 

E arriviamo  al ‘900, ad Albert Camus e alla sua “Peste”: il romanzo, pubblicato nel 1947, è ambientato ad Orano, città “chiusa” che “volge le spalle al mare”.  Il morbo, in questo caso, è chiara allegoria del male e della guerra. “Il microbo della peste non muore mai”, fa dire Camus al suo narratore, “e può restare dormiente per decenni, ma non scompare”,  fuor di metafora: la guerra è sempre in attesa di scoppiare di nuovo.

   Assonanze con quest’opera sono state notate in “Nemesi”, intrigante romanzo di Philip Roth (2010) che narra  di una spaventosa  epidemia che sconvolge la cittadina di Newark. Il protagonista è un animatore di campo giochi, Bucky Cantor, lanciatore di giavellotto e sollevatore di pesi ventitreenne che si dedica anima e corpo ai suoi ragazzi e che dovrà fare i conti con la forza devastatrice del morbo  quando arriverà a colpire anche i giovani partecipanti al campo. Siamo nel 1944, l’anno dell’entrata in guerra degli Stati Uniti e per questa “coincidenza” temporale in cui è ambientata la vicenda, il virus è stato interpretato come un’allegoria del conflitto. Ma il romanzo va ben oltre a questa limitata lettura.

   Soli 25 anni prima della “Peste” Thomas Mann pubblica Il racconto lungo (o romanzo breve) "La morte a Venezia", che nasce da un’esperienza realmente vissuta dall’autore. La storia si svolge sullo sfondo di una Venezia tardo-estiva e decadente,  ammorbata da un’epidemia di colera.  Forse è il libro che più contribuì a produrre quel mito di una città decadente, fuori del tempo e dello spazio  dove l’acqua stessa si fa metafora di morte e caducità.

 Nel 1912, pochi anni prima di “La Morte  a Venezia”, esce sul London Magazine il romanzo breve di Jack London “La peste scarlatta”. Un’opera che anticipa  quello che sarebbe diventato il prolifico filone letterario (e poi anche cinematografico)  del “post-apocalisse”, del “Day after”.  In questo romanzo fortemente distopico, London ambienta la vicenda in un 2073 devastato da una letale pestilenza che s’era abbattuta sull’umanità sessant’anni prima, lasciandone solo pochi sopravvissuti inselvatichiti al punto da vivere come  l’uomo delle caverne. In quella che fu San Francisco uno dei superstiti, l’anziano James Howard Smith,  spiega a un gruppo di ragazzi selvaggi  come l’umanità distrusse se stessa lasciandosi andare alla barbarie  e alla crudeltà più cieca.

   Un’ossessione distopica che ritornerà in scrittori di vaglia, come, per esempio, il Premio Nobel per la letteratura Josè Saramago che nel 1995 esce con Cecità”. La vicenda narra di una misteriosa epidemia che  improvvisamente acceca l’intera popolazione mondiale. Col terrore, scoppia tra la gente la violenza e la follia omicida. “Secondo me non siamo diventati ciechi, secondo me lo siamo. Ciechi che vedono, ciechi che, pur vedendo, non vedono”, dice a un certo punto il protagonista. Lo scrittore portoghese ha modo di  rappresentare il volto più irrazionale, “cieco” appunto, e bestiale dell’uomo che sfocia nella degradazione più totale. Epilogo a sorpresa.

   In Italia, nel 1981,  un ancora sconosciuto Gesualdo Bufalino, già sessantunenne, esordisce con “Diceria dell’untore” ed è un successo clamoroso, che gli vale pure il “Campiello” nello stesso anno. La scena del romanzo si svolge nell’arco di alcuni mesi a partire dall’estate del ’46 in un sanatorio siciliano. Il protagonista è un giovane reduce della guerra con "un lobo di polmone sconciato dalla fame e dal freddo".  “L’ho pensato e abbozzato verso il ‘50”, confessa l’autore a Leonardo Sciascia. “Mi è venuto dall’esperienza di malato in un sanatorio palermitano: negli anni del dopoguerra, quando la tubercolosi uccideva e segnava ancora come nell’Ottocento. Il sentimento della morte, la svalutazione della vita e della storia, la guarigione sentita come colpa e diserzione, il sanatorio come luogo di salvaguardia e d’incantesimo. E poi la dimensione religiosa della vita, il riconoscersi invincibilmente cristiano”.  

   Crudo, scabroso, a tratti insostenibile è, invece, il romanzo “La pelle” di Curzio Malaparte, pubblicato nel 1949. In una Napoli appena liberata dagli alleati  scoppia una terribile peste: un contagio  che corrompe l'anima, più che i corpi,  precipitando la città  nelle peggiori depravazioni e rendendola un inferno di abiezione e oscenità.

   Non possiamo non citare in questa selezione Gabriel García Márquez, altro premio Nobel per la letteratura, col suo fortunatissimo “L’amore ai tempi del colera”, romanzo del 1985 dove più che il panico e l’orrore delle pestilenze, si incontrano  speranza e sentimento. L’epidemia fa solo da sfondo  di una incredibile storia d’amore, che premia dopo un’intera vita d’attesa,  l’eterno, incrollabile sentimento che Fiorentino Ariza ha mantenuto e coltivato per Fermina Daza, contro ogni speranza e apparente ragione.  

   Questa lista s’allungherebbe assai se si aggiungessero tutti quei romanzi più recenti (peraltro  firmati da scrittori di fama internazionale come Dan Brown o Michael Crichton), appartenenti ai generi fantascientifico  o complottista in cui il virus, o non ha più origini “terrestri”, ma proveniente da mondi alieni, o  è stato “costruito” in laboratorio come arma per attacchi biologici e stermini di massa. Ma qui si aprono ulteriori scenari in cui la fantascienza prevale sul resto, fino ad arrivare alla saga degli “zoombie”.

E la letteratura per ragazzi sul tema? Un titolo ce l’abbiamo: “Sopravvissuta”, di Fulvia Degl’Innocenti, uscito nel 2011.  

 

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