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mercoledì 25 novembre 2020
 
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San Gennaro, Vittorio Messori davanti a quel sangue «impaziente di risurrezione»

19/09/2016  19 settembre 1985: nell'anniversario del martirio il Santo ha dato al suo popolo il "segno" di un rapporto misterioso e singolarissimo con il divino. Spariti (se mai vi furono) gli eccessi e le intemperanze popolari, ora in cattedrale domina uno spirito di religiosità fervida ma composta. È merito anche del cardinale Corrado Ursi, la cui predicazione insiste da sempre sui contenuti biblici, cristologici di un fenomeno che è richiamo di vita eterna. Il lungo applauso della folla alla notizia dello "scioglimento"

19 settembre 2016: in primo piano l'antico busto di San Gennaro nel Duomo di Napoli e il cardinale Crescenzio Sepe espone alla venerazione dei fedeli l'ampolla del sangue (foto Ansa)
19 settembre 2016: in primo piano l'antico busto di San Gennaro nel Duomo di Napoli e il cardinale Crescenzio Sepe espone alla venerazione dei fedeli l'ampolla del sangue (foto Ansa)

Pubblichiamo il reportage uscito sul mensile Jesus a firma di Vittorio Messori che il 19 settembre 1985 nel Duomo di Napoli assistette da vicino al celeberrimo "miracolo" della liquefazione del sangue di San Gennaro. Ecco il suo racconto.

«Professore, aveva ragione», dico, quando tutto è finito, a Ennio Moscarella che sta al mio fianco. «C'è davvero un pregiudizio negativo su questi devoti napoletani: io qui non ho visto che fervore, ma di quello giusto; religiosità viva, ma nessun fanatismo. Niente, insomma che possa far sospettare chissà quale superstizione pagana o qualche culto barbarico del sangue».

Moscarella, uno dei maggiori studiosi di san Gennaro e del suo culto, l'out-sider che da anni insegue le tracce storiche e archeologiche di quel mistero, sospira: «Che vuoi farci, dottore? La diffamazione è il prezzo che noi napoletani paghiamo per avere avuto questo dono grande. Anzi, sa che ha detto qualcuno? "Solo Napoli ha san Gennaro, perché solo Napoli sarebbe stata incapace di specularci sopra"».

Non so, ovviamente, che ci fosse attorno al "miracolo del sangue" prima del '66, quando in diocesi giunse Corrado Ursi. In effetti, da quando è arcivescovo di Napoli, il cardinal Ursi non perde occasione per dare un radicamento biblico, strettamente cristologico, al celeberrimo prodigio. Egli, tra l'altro, preferisce chiamarlo "segno" piuttosto che "miracolo"; pur non esitando, è ovvio, nell'attribuire a un intervento soprannaturale ciò che si verifica nelle due ampolle. Molti Papi si spinsero più in là e lo dissero Miracolo, con la maiuscola, come Pio XII. O come Giovanni XXIII che confidò di essere «molto, molto devoto» di san Gennaro e di essere venuto apposta a Napoli per assistere al prodigio. Anche Giovanni Paolo II non è di certo indifferente al grande vescovo martire, che proclamò patrono di tutta la regione conciliare campana.

Per la predicazione del cardinal Ursi lo scioglimento - anzi, meglio, la "reviviscenza" - di quel sangue, è legata direttamente alla risurrezione del Cristo: un anticipo, un'indicazione della sorte di vita eterna che è promessa a ciascuno. Come scrisse il bolognese cardinal Lambertini, futuro papa Benedetto XIV: «C'è a Napoli un sangue che è impaziente di risurrezione».

Ursi è giustamente severo quando si tratta di reprimere la tendenza a "strologare" su quel segno, traendone presagi che, tra l'altro, mostrano storicamente poca attendibilità: le vie di Dio non sono le nostre, inutile cercare di indagarle. Semmai, l'impegno dell'arcivescovo è di spingere i fedeli non a interrogare la cabala, ma a trarre esempio dal messaggio di coerenza di san Gennaro, pronto a subire volontariamente le conseguenze estreme della sua fede. Una coerenza che, ad esempio, dovrebbe convincere i devoti a «rispondere al sangue con il sangue» (come dice uno slogan della diocesi), donando il proprio plasma per i malati bisognosi della città. E, in effetti, un'autoemoteca staziona davanti al duomo, incitando i fedeli a riempire il loro flacone.

Il diciotto settembre, vigilia del martirio del santo, con un'austera cerimonia si provvede ad accendere una fiaccola della fede sulla piazzetta della cattedrale. L'olio è offerto ogni anno da una diversa città della Campania, che onora così il suo patrono. C'è un via vai di gente ma composta, del folclore vistoso di un tempo non resta che qualche bancarella di dolciumi tradizionali e di giocattoli.

Dentro, il duomo è un'isola di pace, di pulizia, di efficienza nella città massacrata da un traffico pazzo («Il rosso dei semafori? Per noi è solo un consiglio ... », come dice un autista di taxi) e ancora ingombra di ponteggi rugginosi dopo il terremoto del 1980. Ci furono danni anche qui, si chiuse il grande complesso della cattedrale, ma i restauri sono stati tanto tempestivi e attenti che il forestiero non trova più alcuna traccia del disastro.

La gente della vigilia è dunque gente tranquilla: sosta nella cappella del santo o scende nella cripta sotto l'altare maggiore dove è conservato ciò che resta delle sue ossa. Scorgo, inginocchiate, alcune coppie di fidanzati o di giovani sposi. «Vede?», mi dice sorridendo bonario un amico napoletano che mi accompagna, «anche i giovani sono devoti, come i loro vecchi. Solo che non usano più chiamare Gennaro i bambini. I pochi che sono ancora battezzati così, si affrettano a farsi chiamare "Genny": chissà, forse Gennaro gli sembra troppo locale, eccessivamente meridionale. Al momento del bisogno, però, tutti qui a invocarlo coJ)"le sempre fecero i loro antenati».

Eccoci al giorno dopo, alla ricorrenza del dies natalis del santo. Di primo mattino, nei saloni dell'arcivescovado, ci viene incontro, cordiale e imponente, il cardinal Ursi. A 77 anni conserva aspetto e forze di un quarantenne: «Ma sì, ringraziandone Dio», conferma, «forse della salute abuso, ogni giornata è per me di visita pastorale, sempre in giro per le parrocchie. Usciamo adesso da un sinodo diocesano durato ben 17 anni. Speriamo di vederne presto i frutti...».

Per questo giorno solenne, la nobiltà è tornata nelle sale che testimoniano dei tempi in cui il cardinale arcivescovo era un potente tra i potenti. C'è un gruppo di nobili venuti da Roma, ci sono i membri della "Deputazione" del santo in abito da cerimonia, una fascia rossa che cinge il petto, decorazioni al bavero.
Si forma il corteo: monsignori, canonici, seminaristi ci precedono cantando. Per corridoi e cappelle sotterranee, attraversando i resti mirabili delle basiliche che hanno preceduta l'attuale, sbuchiamo nella cattedrale gremita di folla: almeno cinquemila persone diranno poi i competenti, osservando che da anni non si vedeva una calca simile. Svoltiamo, penetrando nella cappella magnifica del santo, costruita nel primo Seicento a compimento del voto per la peste del 1526. All'ingresso, l'antica iscrizione latina che la dice lunga sulla devozione locale: «A Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio per virtù del suo sangue miracoloso, consacra».

La polizia, presente in forze, fatica un poco a trattenere la folla che vorrebbe accodarsi al corteo del cardinale, giungere con lui sin dietro l'altare della cappella dove, con un complesso sistema di doppie chiavi, si aprono le ante di legno e di acciaio di un armadio e di una cassaforte. C'è emozione nel gruppetto di noi, happy fews, cui è dato il privilegio di stare accanto al cardinale in questo momento sempre solenne per la Chiesa napoletana. Un monsignore al mio fianco mi sussurra che, durante il consueto ottavario di preghiera che precede il 19 settembre, il sangue è stato trovato già sciolto almeno un paio di volte.

La cassaforte è finalmente aperta, l'arcivescovo tende le mani ad afferrare il reliquario famoso. Tra elementi gotici e barocchi di finissima lavorazione (fiori in argento e oro che hanno sostituito la ghirlanda di fiori freschi di un tempo), spicca il vetro circolare della teca. Dentro, le due ampolle che il professor Moscarella ha stabilito, in modo che sembra irrefutabile, essere antiche, con ogni probabilità del IV secolo (il martirio è fissato dagli storici nel 305, a Pozzuoli). C'è un'ampolla più grande, panciuta, e accanto, accostata in diagonale, un'altra più piccola, di forma slanciata, ma che di sangue contiene ormai soltanto poche tracce. La luce è poca, sul vetro si proietta la luce di una pila. «È già sciolto», si sussurra in giro. Già sciolto, come dicono, o sciolto istantaneamente (si è spesso verificato) quando il cardinale ha afferrato il reliquario? Sembra questa l'interpretazione cui Ursi accennerà nella sua omelia. Ma poco importa, in fondo: ciò che conta è che anche questa volta il "segno" di vita, di risurrezione è stato dato. Forse la voce è già giunta al di là dell'altare, dove la folla applaude; o, magari, applaudono solo per festeggiare l'apertura della cassaforte.

Ora, il cardinale mostra a noi testimoni le ampolle, inclina. il reliquario: il sangue è davvero liquefatto, si muove agevolmente, ma parte è ancora solidificato contro le pareti e al centro c'è quello che la tradizione chiama "globo", un grumo circolare solido. A voce ancora più bassa (il cardinale, lo dicevamo, non vuol sentir parlare di "presagi") mi spiegano che, per il popolo, il sangue trovato già liquido è "segno fausto", di protezione particolare in momenti difficili. Ma si sa che il 19 settembre 1980 il sangue si sciolse con presagio detto "ottimo" e invece il 23 novembre giunse il terremoto a Napoli e in mezzo Sud con tremila morti. Gli irriducibili, naturalmente, dissero che sarebbe stato ben più grave senza la protezione specialissima del santo. E ricordano che non si sciolse il 5 maggio del 1976 (ricorrenza della traslazione a Napoli dei resti di Gennaro) e il giorno dopo arrivò un altro terribile terremoto: ma in Friuli, a più di mille chilometri di distanza. È stato calcolato che, su 158 calamità che hanno colpito Napoli tra il 1661 e il 1947, solo 65 volte il sangue diede un "segno infausto".

Col cardinale, i dignitari, i seminaristi, riformiamo il corteo, fendiamo la folla nella cappella e poi nella navata centrale della cattedrale, tra i cordoni della polizia e l'applauso incessante della gente. Sulle teste si vede ballonzolare lo splendido "imbusto" del 1305, il busto d'argento tempestato di gemme e che contiene frammenti di cranio del santo. Dietro, il cardinale tiene alto il reliquario.

Nell'omelia anche la denuncia della camorra
Guardo i visi dei devoti: facce intense, sguardi che sprizzano devozione e gioia di avere a protettore un santo tanto famoso e potente, ma nessun grido, salvo una voce isolata, di donna: «Viva san Gennaro! Viva Gesù e Maria!». Qualcuno piange, ma con pudore, in silenzio. Tutti battono le mani, l'applauso - gioioso, intensissimo - è amplificato in mille echi dal grande soffitto in legno intagliato che è tra le cose più emozionanti del barocco meridionale. E le "parenti" di san Gennaro, quelle vecchine che inciterebbero il santo a «fare il miracolo» magari insultandolo se tarda un poco? Tutto sparito da moltissimi anni; o magari inventato, come mi assicurano i competenti. Non solo sembra che il folclore paganeggiante sia invenzione di libellisti faziosi, ma, analizzando i contenuti delle preghiere, delle litanie, dei canti popolari, si ha la sorpresa di constatare quanto siano anche teologicamente "corretti", cristologici, per nulla offensivi  anche per una sensibilità moderna, che resta semmai affascinata positivamente da qualche invenzione popolare.

Ora, all'altare maggiore inizia la liturgia, si leggono pagine bibliche, si intonano le litanie ai molti santi compatroni, con Gennaro, di Napoli. Non si dimentichi, nel tentare un bilancio di questa città contestata, che non c'è Chiesa al mondo che abbia in corso tanti processi di beatificazione e di canonizzazione. Il cardinal Ursi parla, a lungo, con qualche accenno anche alla cronaca dolorosa di questi mesi, tra camorre e scandali di vario tipo. Al termine dell'omelia, lo stesso arcivescovo dà l'annuncio: «Per la seconda volta da quando sono tra voi, il sangue si è sciolto tra le mie mani...». Come tradizione vuole, un membro della deputazione sventola il fazzoletto verso il popolo che replica riapplaudendo ancora, ancora più a lungo, con ancor maggior fervore. Ma, neppure ora, dal mio posto che mi permette di tenere d'occhio tutta la cattedrale, scorgo qualche segno di intemperanza. Il battere delle diecimila mani continua, mentre il cardinale fa il giro del presbiterio mostrando le ampolle. Quando è davanti a me, mi accorgo che lo scioglimento è progredito; ora anche il "globo" è quasi del tutto sciolto, sulla superficie sono comparse quelle bollicine che fanno dire tradizionalmente che «il sangue bolle».

Ancora una volta - e per otto giorni a venire - Napoli ha avuto il suo segno. Il Cielo sembra avere riconfermato il suo enigmatico rapporto con questa città di grandezze e di miserie, di nobiltà e di abiezioni. Il mistero del "segno" continua.
E continua anche, a Dio piacendo, la devozione di un popolo che, malgrado tutto, resta attaccato al suo «Sante belle» che, dicono le antiche preghiere, «è gran campione di Giesù Cristo, stannardo della Santa Fede, primmo cavaliere della Chiesa, ricco de li done della santissima Trinità e de l'Immacolata Concezione».

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